Il 30 luglio 72.000 persone attraversano in poche ore il confine tra Marocco e Spagna. Quasi tutte tornano indietro. Da dove erano arrivate? E che cosa è successo davvero alla frontiera europea?
Il 30 luglio 2026 accade qualcosa che, a prima vista, sembra quasi impossibile.
Decine di migliaia di persone attraversano la frontiera tra il Marocco e Ceuta, la città spagnola sulla costa africana. Entrano soprattutto via mare, aggirando a nuoto il frangiflutti del Tarajal, ma anche attraverso altri punti della frontiera.
Nelle prime ore le cifre oscillano. Si parla di 50.000 persone, poi di 50-60.000. Il 4 agosto il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska comunica ai suoi omologhi europei il dato che resterà quello ufficiale: 72.000 ingressi. Più di 70.000 persone, aggiunge, hanno già lasciato Ceuta, in larghissima parte tornando in Marocco.[1]
Settantaduemila persone in una città che conta poco più di 80.000 abitanti. In poche ore attraversa il confine un numero di persone quasi equivalente all’intera popolazione di Ceuta.
È da questa sproporzione che conviene partire. Perché pone una domanda elementare che nelle prime cronache è rimasta quasi nascosta dietro il racconto dell’«assalto» alla frontiera: da dove erano arrivate 72.000 persone?
Da dove arrivavano 72.000 persone?
Se si fosse trattato prevalentemente di migranti provenienti dal Sahel, dal Sudan, dall’Eritrea o dall’Africa occidentale, la concentrazione di decine di migliaia di persone nei dintorni di Fnideq, la città marocchina che confina con Ceuta, difficilmente sarebbe passata inosservata. Un movimento di quelle dimensioni avrebbe lasciato tracce nei giorni e nelle settimane precedenti.
Di una concentrazione di queste proporzioni, però, non troviamo traccia nelle cronache dei giorni precedenti.
La spiegazione emerge con maggiore chiarezza nei reportage realizzati dopo l’attraversamento. RTVE, la radiotelevisione pubblica spagnola, scrive il 2 agosto che «la gran mayoría de migrantes que cruzaron a Ceuta esta semana eran de Marruecos». Molti marocchini, dopo aver trascorso uno o più giorni nella città, erano già rientrati. Intorno al Centro de Estancia Temporal de Inmigrantes, il CETI, rimaneva invece una popolazione diversa, composta soprattutto da persone provenienti dal Sudan e da altri paesi del Sahel e dell’Africa subsahariana.[2]
I loro racconti descrivono viaggi che non hanno nulla a che vedere con l’improvvisa mobilitazione del 30 luglio. Alcuni erano partiti da anni, attraversando il Sudan, la Libia, la Tunisia o l’Algeria prima di raggiungere il Marocco. Altri erano già riusciti a entrare a Ceuta nei giorni precedenti il grande attraversamento.
Si delineano così due fenomeni che per qualche ora si sovrappongono. Da una parte c’è la migrazione africana di lungo percorso, che utilizza da anni il Marocco come paese di transito e di attesa verso l’Europa. Dall’altra c’è qualcosa di molto diverso e numericamente assai più grande: decine di migliaia di marocchini che decidono quasi contemporaneamente di attraversare il confine.
Non disponiamo ancora di una ripartizione ufficiale completa dei 72.000 ingressi per nazionalità. È bene dirlo. Ma le fonti disponibili convergono nell’indicare una netta maggioranza marocchina.
E questo permette di comprendere anche un dato altrimenti difficilmente spiegabile: la rapidità dei ritorni.
Il 31 luglio il governo spagnolo comunicava che 48.300 dei circa 50.000 ingressi allora contabilizzati erano già rientrati in Marocco. Il 4 agosto, quando il conteggio veniva portato a 72.000, Grande-Marlaska dichiarava che più di 70.000 persone avevano già lasciato Ceuta.[3]
Quelle decine di migliaia di persone, dunque, non erano arrivate tutte insieme da lontano per presentarsi improvvisamente alla frontiera il 30 luglio. La grande maggioranza era marocchina; accanto a loro si trovavano persone provenienti da altri paesi africani, molte delle quali vivevano già da tempo in Marocco o vi erano transitate lungo percorsi migratori molto più lunghi.
A questo punto la domanda cambia.
Non è più soltanto: come hanno attraversato la frontiera?
Diventa: perché decine di migliaia di persone erano pronte ad attraversarla?
Una voce corre sui telefoni
Poche settimane prima era accaduto qualcosa di importante.
Una sentenza del Tribunal Supremo spagnolo, pronunciata il 29 giugno e resa pubblica l’8 luglio, aveva stabilito che la particolare procedura del rechazo en frontera, il respingimento immediato previsto per Ceuta e Melilla, non poteva essere applicata automaticamente alle persone che raggiungevano Ceuta a nuoto senza superare un elemento materiale di contenimento della frontiera.[4]
La sentenza non stabiliva affatto che chi fosse riuscito a raggiungere Ceuta potesse restare in Spagna o ottenere una regolarizzazione. Significava semplicemente che quella persona doveva essere sottoposta alle procedure previste dalla legislazione sull’immigrazione.
Sui social network, però, una decisione giuridica complessa si trasforma rapidamente in un messaggio assai più semplice: se arrivi a nuoto, non possono rimandarti subito indietro.
Il Ministero dell’Interno spagnolo sostenne già il 30 luglio che «reti dedite al traffico di persone» stavano «strumentalizzando una sentenza giudiziaria» per incoraggiare gli attraversamenti, soprattutto di giovani.[5] Anche l’Organizzazione marocchina per i diritti umani (OMDH), nel rapporto dedicato agli eventi di Ceuta e Melilla, attribuisce un ruolo alla diffusione sui social di informazioni false o distorte sulla possibilità di regolarizzare la propria posizione una volta raggiunto il territorio spagnolo. Ma lo stesso rapporto richiama anche fattori economici, sociali e culturali, le aspirazioni a «un futuro migliore» e un contesto segnato da politiche europee sempre più restrittive, che limitano le possibilità di migrazione regolare.[6]
Fermarsi qui, però, significherebbe confondere il detonatore con l’esplosivo.
Una voce diffusa su TikTok, WhatsApp o Telegram può contribuire a spiegare perché migliaia di persone si muovano proprio quel giorno. Non può spiegare perché decine di migliaia di persone siano disponibili a farlo.
Perché attraversare?
Su questo punto lo stesso rapporto dell’OMDH diventa più interessante, perché abbandona almeno in parte la spiegazione securitaria. Parla di condizioni economiche e sociali, di aspettative, di fattori psicologici e culturali, anche alimentati dalle immagini di una vita diversa che circolano attraverso i social network. Soprattutto parla dell’aspirazione dei giovani a «un futuro migliore».[6]
Forse il 30 luglio ci dice qualcosa che le statistiche migratorie non riescono a misurare.
Normalmente contiamo coloro che attraversano una frontiera. Non possiamo contare coloro che sarebbero disposti ad attraversarla se ne avessero la possibilità.
Per anni una frontiera può apparire invalicabile. Poi, per qualche ora, si diffonde la convinzione che sia diventata attraversabile. A quel punto diventa improvvisamente visibile una disponibilità al movimento che fino al giorno prima non compariva in nessuna statistica.
Questo non significa che tutti i marocchini entrati a Ceuta intendessero trasferirsi definitivamente in Europa. Sarebbe sbagliato attribuire a 72.000 individui un unico progetto migratorio. Il ritorno quasi immediato della grandissima maggioranza mostra semmai quanto fossero differenti motivazioni, aspettative e comportamenti — e non ci dice, da solo, quanto quei ritorni siano stati spontanei, indotti dalle condizioni incontrate a Ceuta o favoriti dalla pressione delle autorità. [7]
Ma resta il fatto politicamente e socialmente più interessante: quando si è diffusa la percezione che il passaggio fosse possibile, decine di migliaia di persone hanno provato ad attraversare la frontiera.
Una frontiera europea in Africa
Ceuta è una città spagnola sul continente africano, separata dalla penisola iberica dallo Stretto di Gibilterra e circondata per terra dal Marocco. Insieme a Melilla forma i due tratti di confine terrestre tra l’Unione europea e il continente africano.
La Spagna considera indiscutibile la propria sovranità sulla città; il Marocco la rivendica. Madrid ricorda che Ceuta apparteneva alla Corona spagnola secoli prima della nascita del moderno Stato marocchino. Persino il sito ufficiale del turismo spagnolo racconta la sua storia come una successione di civiltà — fenici, greci, cartaginesi, romani, visigoti, arabi, portoghesi — conclusasi con l’integrazione nella Corona spagnola «per propria volontà».[8]
Rabat legge la stessa storia e la stessa geografia in maniera diversa.
Ma stabilire quale Stato possa vantare il titolo storico più antico su Ceuta non è ciò che qui ci interessa. La disputa sulla sovranità mette piuttosto in luce un paradosso molto contemporaneo: la capacità della Spagna di controllare l’accesso a Ceuta dipende in misura considerevole proprio dallo Stato che ne contesta la sovranità.
La frontiera materiale è spagnola. Ma la frontiera operativa comincia in Marocco.
La frontiera comincia prima del confine
Il 30 luglio il Ministero dell’Interno spagnolo ringrazia esplicitamente le autorità marocchine per gli sforzi compiuti nei giorni precedenti. Le forze di sicurezza di Rabat, afferma Madrid, avevano già impedito migliaia di tentativi di attraversamento.
Quello che accade due settimane dopo rende ancora più evidente il meccanismo.
Per il 15 agosto sui social circolano nuovi appelli a raggiungere Ceuta. Questa volta, però, l’attraversamento di massa non avviene. Le forze marocchine controllano Fnideq e le strade che vi conducono, presidiano le alture dalle quali si raggiunge la costa e fermano centinaia di persone prima che possano avvicinarsi alla frontiera. Si verificano cariche e vengono utilizzati gas lacrimogeni.
Il confronto tra il 30 luglio e il 15 agosto è istruttivo. Non dimostra che il Marocco abbia deliberatamente aperto la frontiera il 30 luglio. Dimostra però quanto il controllo marocchino sia determinante nel rendere quella frontiera attraversabile oppure quasi invalicabile.
Non è necessario aspettare che qualcuno raggiunga la recinzione o si getti in mare. Il controllo può avvenire molto prima: sulle strade, nelle città, sulle alture, impedendo alle persone persino di raggiungere il confine.
La linea che sulla carta geografica separa Ceuta dal Marocco rimane al suo posto. Il dispositivo di frontiera, invece, si espande nel territorio marocchino.
È così che funziona, nella sua forma più concreta, l’esternalizzazione delle frontiere.
Il precedente del 2021
Non è la prima volta che questa dipendenza diventa visibile.
Nel maggio 2021 circa 8.000 persone entrarono a Ceuta in due giorni mentre le autorità marocchine allentavano i controlli. La crisi esplose nel pieno dello scontro diplomatico provocato dal ricovero in Spagna di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario. Nel marzo dell’anno successivo Madrid modificò la propria posizione sul Sahara Occidentale, sostenendo il piano marocchino di autonomia come base per la soluzione del conflitto.
Quel precedente rende inevitabile interrogarsi anche sugli eventi del 2026. Ma interrogarsi non significa avere già la risposta.
Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che Rabat abbia organizzato o deliberatamente provocato l’attraversamento del 30 luglio. Sarebbe un salto logico che le fonti finora raccolte non consentono.
Possiamo però affermare qualcosa di più solido: il sistema europeo di controllo della frontiera dipende strutturalmente dalla cooperazione marocchina. Una parte del controllo dell’accesso al territorio spagnolo viene esercitata dalle autorità marocchine, sul territorio marocchino, prima ancora che le persone raggiungano Ceuta.
Il 15 agosto lo abbiamo visto con particolare chiarezza: strade controllate, accessi a Fnideq sorvegliati, persone fermate e disperse prima di raggiungere la costa. Il 30 luglio, qualunque ne sia stata la ragione, quel dispositivo non è riuscito a impedire l’attraversamento di decine di migliaia di persone.
Ed è allora che la frontiera ha mostrato tutta la propria fragilità.
Il paradosso della sovranità
A questo punto possiamo spingere il ragionamento fino al paradosso.
La Spagna considera Ceuta parte integrante e indiscutibile del proprio territorio. Il Marocco contesta quella sovranità. Eppure Madrid ha bisogno di Rabat per esercitare concretamente una delle funzioni che più di ogni altra associamo alla sovranità statale: il controllo di chi può attraversare il confine.
Se l’Europa ritiene indispensabile che il Marocco impedisca alle persone di raggiungere Ceuta e Melilla, potremmo provocatoriamente domandarci: perché non lasciare direttamente al Marocco il controllo di quelle frontiere?
Non è una proposta sulla sovranità di Ceuta e Melilla. È il paradosso prodotto dal modello europeo di controllo delle migrazioni.
Madrid rivendica la sovranità territoriale, ma una parte essenziale del controllo effettivo della mobilità avviene fuori dal suo territorio. Il Marocco, proprio perché svolge questa funzione, acquista a sua volta un potere negoziale nei confronti della Spagna e dell’Unione europea.
Più l’Europa vuole rendere impermeabile la frontiera, più dipende dalla collaborazione di chi si trova dall’altra parte.
Da Ceuta all’Albania
Ceuta, da questo punto di vista, non è un’eccezione. È forse soltanto uno dei luoghi nei quali il meccanismo diventa più facile da vedere.
L’accordo Italia-Albania ha trasferito fuori dal territorio italiano lo svolgimento di alcune procedure relative a persone migranti condotte nei centri realizzati dall’Italia in territorio albanese. Il dibattito europeo sui cosiddetti return hubs va ancora oltre e immagina strutture collocate in paesi terzi nelle quali trasferire persone destinatarie di provvedimenti di rimpatrio.
Naturalmente sono strumenti giuridicamente differenti. Sarebbe sbagliato confonderli. A Ceuta il controllo viene anticipato, cercando di impedire alle persone di raggiungere la frontiera; nel modello Albania alcune procedure vengono trasferite fuori dal territorio dell’Unione; con i return hubs si immagina di trasferirvi persone destinate al rimpatrio.
I momenti sono diversi, ma la direzione politica è comune: fare in modo che una parte sempre maggiore della gestione e del controllo delle migrazioni avvenga fuori dal territorio dell’Unione.
Il risultato è un’altra contraddizione. L’Europa proclama di voler riprendere il controllo delle proprie frontiere e, per farlo, affida una parte di quel controllo a Stati e apparati esterni all’Unione.
La frontiera europea non scompare. Si allarga.
E intanto si muore
Se guardiamo soltanto ai rapporti tra Madrid, Rabat e Bruxelles, però, rischiamo di perdere di vista ciò che avviene materialmente su quella frontiera.
Caminando Fronteras documentava già prima del 30 luglio l’aumento degli attraversamenti a nuoto verso Ceuta. Erano soprattutto giovani, molti minorenni. Alcuni disponevano di mute da sub, altri utilizzavano sistemi di galleggiamento precari. Attraversavano di notte, con la nebbia, con forti venti di levante o di ponente, perfino nelle notti senza luna. Alcuni rimanevano in acqua per molte ore.[9]
Le conseguenze erano già visibili nei cimiteri di entrambe le sponde. Corpi recuperati dal mare, persone scomparse, famiglie impossibilitate a raggiungere Ceuta, difficoltà a ottenere campioni di DNA e a identificare i morti.
Poi arriva il 30 luglio e le dimensioni della tragedia cambiano.
Il 1° agosto Caminando Fronteras conta 84 morti, 67 sul lato di Ceuta e 17 a Fnideq, oltre a numerosi dispersi. Nei giorni successivi l’organizzazione aggiorna ripetutamente il proprio bilancio: il 6 agosto parla di 141 vittime, 78 corpi recuperati sul versante spagnolo e 63 su quello marocchino. Il 12 agosto il numero sale ancora, a 145 morti.[10]
Sono cifre che vanno attribuite con precisione alla fonte, perché non coincidono necessariamente con i conteggi ufficiali. Ma anche questa differenza ci dice qualcosa. Persino stabilire quante persone siano morte, chi siano e dove siano le loro famiglie diventa parte del problema della frontiera.
Perché la frontiera non decide soltanto chi può passare. Può impedire a una madre di raggiungere il luogo dove è stato sepolto suo figlio.
La sicurezza è anche un mercato
Helena Maleno, fondatrice di Caminando Fronteras, introduce infine un elemento che merita di essere preso sul serio: intorno alla chiusura delle frontiere si è sviluppata un’economia.
Più l’immigrazione viene rappresentata come un problema di sicurezza, più cresce la domanda di strumenti capaci di controllarla. Sorvegliare chilometri di confine significa acquistare tecnologie, costruire infrastrutture, sviluppare sistemi informatici, impiegare personale e finanziare apparati di controllo. Dietro questa domanda operano imprese della sorveglianza, della sicurezza, dell’industria militare e delle tecnologie informatiche. Quando poi la frontiera viene esternalizzata, una parte delle risorse destinate al controllo viene trasferita ai paesi incaricati di impedire le partenze o gli attraversamenti.
Non è necessario immaginare un complotto per vedere il meccanismo. È sufficiente osservare come funziona.
Le possibilità di ingresso regolare vengono ristrette. Chi continua ad avere bisogno o desiderio di muoversi cerca altre strade, spesso più difficili e pericolose. Quegli attraversamenti vengono a loro volta presentati come prova della necessità di rafforzare la frontiera, alimentando nuovi investimenti nella sorveglianza e nel controllo.
Si forma così un circuito nel quale la chiusura della frontiera contribuisce a produrre proprio quelle condizioni di rischio e irregolarità che vengono poi invocate per giustificarne un ulteriore rafforzamento.
Quando una persona diventa un’invasione
Dopo il 30 luglio cambia rapidamente anche il vocabolario.
Vox parla di «invasione». Lo stesso termine compare nelle dichiarazioni di esponenti del Partido Popular. Ma la crisi supera immediatamente la frontiera ispano-marocchina. Dal 1° agosto il governo Meloni reintroduce temporaneamente i controlli sui collegamenti provenienti dalla Spagna, motivando la decisione con il rischio di movimenti secondari da Ceuta verso altri paesi europei. Madrid protesta; Roma mantiene la misura sostenendo che resterà in vigore finché non saranno esclusi i rischi per la sicurezza.[11]
È un passaggio significativo. Una crisi prodottasi alla frontiera africana della Spagna fa ricomparire una frontiera anche tra due paesi dello spazio Schengen.
Il parallelismo tra le destre spagnola e italiana è difficile da ignorare. Di fronte a un fenomeno migratorio complesso, la traduzione politica avviene attraverso categorie molto simili: perdita di controllo, minaccia alla sicurezza, difesa dei confini.
Ma chiamare «invasione» ciò che è accaduto a Ceuta non significa soltanto descriverlo con una parola più dura. Significa trasformare migliaia di persone diverse in un unico soggetto ostile. Scompaiono il ragazzo marocchino che ha creduto per qualche ora di poter attraversare il confine, il sedicenne sudanese fuggito dalla guerra, il giovane eritreo che attraversa da anni il Nord Africa. Rimane una massa che «invade».
Ed è proprio questa rappresentazione a rendere politicamente accettabile il passaggio successivo. Se la mobilità delle persone viene costruita come una minaccia, la risposta diventa spostare sempre più lontano il luogo nel quale fermarla. Se una frontiera esterna non basta, se ne costruisce un’altra più indietro. Si chiede al paese di transito di impedire alle persone di arrivare. E se qualcuno riesce comunque a entrare, si cercano paesi terzi nei quali trasferirlo.
È così che una frontiera smette progressivamente di essere un luogo e diventa un sistema.
La frontiera che non c’è
Forse è proprio questo che Ceuta ci costringe a vedere.
Continuiamo a rappresentare la frontiera come una linea sulla carta geografica. Ma la frontiera reale di Ceuta comincia molto prima del Tarajal e continua molto dopo.
Comincia quando una pattuglia marocchina ferma un giovane sulla strada per Fnideq. Prosegue quando quel giovane riesce comunque ad arrivare al mare e decide di nuotare. Continua quando la Guardia Civil stabilisce come trattarlo, quando un giudice decide quali garanzie gli spettano, quando l’amministrazione valuta la sua richiesta di protezione internazionale e quando il Marocco decide se accettarne il ritorno.
E può continuare persino dopo la morte, quando una famiglia cerca di sapere se uno dei corpi recuperati dal mare appartenga alla persona che sta cercando.
Il 30 luglio, per alcune ore, questo sistema non è riuscito a fare ciò per cui era stato costruito: impedire o controllare l’attraversamento.
Settantaduemila persone hanno attraversato la frontiera. La grande maggioranza era marocchina ed è tornata rapidamente in Marocco. Una parte molto più piccola era composta da persone che arrivavano da viaggi lunghissimi attraverso l’Africa e che proprio per questo avevano ragioni molto diverse per non tornare indietro.
Mettere tutti sotto la stessa parola — migranti, clandestini, invasori — cancella proprio ciò che dobbiamo capire.
Ma per qualche ora quelle storie diverse si sono incontrate nello stesso punto. Si è diffusa la convinzione che una frontiera considerata invalicabile potesse essere attraversata. E decine di migliaia di persone hanno tentato.
La risposta politica è stata quella di rafforzarla: rendere quella frontiera più difficile da raggiungere, intensificare la collaborazione con il Marocco, installare nuovi dispositivi di contenimento, aumentare i controlli e discutere ancora una volta di come spostare fuori dall’Europa una parte della gestione delle persone che l’Europa non vuole accogliere.
Possiamo continuare su questa strada. Possiamo spostare la frontiera sempre più a sud, affidarne il controllo ad altri governi, moltiplicare gli strumenti di sorveglianza e costruire nuovi luoghi nei quali trattenere chi è riuscito comunque ad attraversarla.
Ma Ceuta lascia sul tavolo una domanda che viene prima di tutte queste soluzioni.
Se per difendere una frontiera dobbiamo estenderla continuamente oltre la frontiera stessa, fino a trasformare interi paesi in territori di contenimento, che cosa stiamo realmente difendendo?
Totò Caggese
Note e fonti
Foto Migranti sulla spiaggia del Trampolín con un agente antisommossa — RTVE
[1] Ministerio del Interior, comunicati del 3 e 4 agosto 2026. Il 3 agosto Grande-Marlaska indicava ancora una stima di 50-60.000 ingressi; il giorno successivo, intervenendo alla riunione straordinaria dei ministri dell’Interno dell’UE, fissava il dato a 72.000, precisando che oltre 70.000 persone avevano già lasciato Ceuta.
[2] RTVE Noticias, Marta Rey Maté, Los subsaharianos que entraron a Ceuta huyendo del hambre y la guerra: «No es que quiera quedarme, es que lo necesito», 2 agosto 2026, aggiornato il 3 agosto. Il reportage distingue esplicitamente la «gran mayoría» marocchina dalle persone provenienti soprattutto dal Sudan e da altri paesi dell’Africa subsahariana e del Sahel concentrate intorno al CETI.
[3] El País, cronaca in diretta della crisi di Ceuta, 31 luglio-1° agosto 2026; Ministerio del Interior, 4 agosto 2026. I diversi conteggi pubblicati nelle prime giornate riflettono il progressivo consolidamento del dato ufficiale, poi fissato a 72.000.
[4] Tribunal Supremo, Sección Quinta de la Sala de lo Contencioso-Administrativo, sentenza STS 814/2026, 29 giugno 2026 resa nota l’8 luglio 2026 sulla portata della disposizione addizionale decima della Ley de Extranjería e sull’applicabilità del rechazo en frontera agli ingressi a nuoto a Ceuta.
[5] Ministerio del Interior, comunicato del 30 luglio 2026. Il ministero attribuiva alle reti di traffico di persone la diffusione di una lettura strumentale della sentenza e ringraziava contemporaneamente le autorità marocchine per aver impedito nei giorni precedenti migliaia di tentativi di ingresso.
[6] Organisation Marocaine des Droits Humains (OMDH), rapporto sui recenti tentativi di attraversamento verso Ceuta e Melilla, agosto 2026. Oltre alla disinformazione digitale, l’organizzazione richiama fattori economici, sociali, psicologici e culturali, critica l’inasprimento delle politiche migratorie europee e chiede vie di migrazione sicure, ordinate e regolari.
[7] Amnistía Internacional España, Amnistía Internacional pide información a España sobre la respuesta a la llegada masiva de personas a Ceuta y denuncia posibles devoluciones sumarias, 13 agosto 2026. L’organizzazione ha chiesto alle autorità spagnole informazioni sulle circa 70.000 persone indicate come rientrate in Marocco, compresa la distinzione tra ritorni volontari e forzati e le garanzie procedurali applicate. Amnesty chiede inoltre che ogni ritorno volontario sia fondato sul consenso libero e informato della persona, senza alcuna coercizione.
[8] Portale ufficiale del turismo spagnolo, pagina dedicata a Ceuta. La formulazione è interessante soprattutto come rappresentazione istituzionale spagnola della storia e della sovranità della città, non come fonte neutrale sulla controversia territoriale.
[9] Caminando Fronteras, Ceuta ciudad frontera: principio y fin de muchas vidas, 16 maggio 2026. L’organizzazione documenta gli attraversamenti attraverso la recinzione e a nuoto, la presenza significativa di giovani e minori e le difficoltà delle famiglie nell’identificazione delle persone morte o scomparse.
[10] Caminando Fronteras, Dolor en la frontera de Ceuta, 3 agosto 2026; Alberto Mesas, intervista a Helena Maleno, El Salto, 6 agosto 2026, aggiornata il 10 agosto; aggiornamento di Caminando Fronteras riportato il 12 agosto 2026. Il bilancio dell’organizzazione passa dalle 84 vittime confermate al 1° agosto alle 141 indicate nei giorni successivi, fino a 145 vittime registrate all’11 agosto: 78 corpi recuperati a Ceuta e 67 in territorio marocchino. Si tratta del conteggio di Caminando Fronteras, da distinguere dai bilanci ufficiali delle autorità spagnole e marocchine.
[11] Ministero dell’Interno italiano, Audizione del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sul ripristino dei controlli alle frontiere tra Italia e Spagna, Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, 13 agosto 2026. Il ministro ha ricondotto il ripristino temporaneo dei controlli al rischio di movimenti secondari successivi agli ingressi di Ceuta.