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La lotta No MUOS

Cari compagni, occorre essere anzitutto franchi tra noi e per essere franchi occorre dire che per la lotta No Muos non ha attraversato un buon periodo. La questione però è più preoccupante di quel che appare, perché a passarsela male non è solamente una lotta specificatamente antimilitarista ma un intero, multiforme, movimento contro la guerra che si è dimostrato incapace, in tutte le sue sfaccettature, di dare risposte concrete all’avanzare dell’industria bellica – specie quella italiana/nazionale.
Vi sono alcune eccezioni che, nonostante le difficoltà, riescono a mobilitare parti importanti della popolazione. A parte però queste eccezioni, sembra essersi chiusa un’intera fase di forte fermento delle periferie di questo paese. La nascita e lo sviluppo dei comitati territoriali – con tutte le contraddizioni che queste lotte ponevano nello scenario nazionale – sembrano essersi bruscamente arrestate portandosi dietro numerose ferite che appaiono oggi più difficili da rimarginare rispetto al previsto.
Per il movimento No Muos, nella parte che potremmo definire l’“epoca d’oro”, i passaggi di questa trasformazione sono abbastanza chiari. Si è passati dall’innalzamento delle parabole (dove la lotta contro il MUOS riuscì a dare una risposta di massa e radicale con i sabotaggi e le occupazioni della base militare) al “tradimento” del movimento 5 stelle; in tutto questo, la repressione istituzionale è sempre stata presente e pressante.
L’installazione delle parabole in Contrada Ulmo – di cui il Coordinamento dei Comitati No MUOS è stato il promotore per impedire tale atto – ha di fatto determinato una condizione di smarrimento di buona parte della cittadinanza niscemese che, fino a quel momento, aveva partecipato alle attività di lotta.
In tutto questo, la questione del Movimento 5 Stelle si fa delicata, perché le migliaia di persone che vivono nella città di Niscemi e nei paesi limitrofi, disincantate dalla politica rappresentativa e che fino a quel momento poco si erano interessate ai movimenti sociali, risultavano “idonee” alle politiche legalitarie e non-conflittuali del partito di Grillo – permettendo di fare incetta di simpatie e non tanto delle preferenze elettorali.
Una volta sollevate le parabole, i grillini risultarono i più credibili nella prima fase. Lo scontro diretto ha determinato denunce, licenziamenti ed i problemi tipici verso quelle persone che, vivendo in un piccolo paese della Sicilia, si ritrovavano ad essere tacciate di essere criminali.
Come movimento di lotta non siamo riuscit*, e probabilmente non era possibile, a disinnescare quell’andazzo elettorale grillino – anche perché intere fette del movimento di lotta, compresi alcuni tra i militanti più attivi, risultarono sensibili alle sirene pentastellate, salvo pentirsene poco tempo dopo.
Si badi che questo non vuol dire che il movimento di lotta No Muos sia morto! Perché bisogna essere franchi e confrontarsi anche sui lasciti di quell’esperienza che, intanto, si è trasformata per sopravvivere sia a centinaia di processi sia alla nuova fase politica.
Sicuramente c’è un’eredità di organizzazione orizzontale. In un territorio periferico che non aveva mai espresso particolare conflittualità nei confronti dello Stato, sono stati numerosi i giovani ed i meno giovani che, ancora oggi, continuano a portare avanti quell’esperienza tentando di intersecarla con nuove lotte.
Sembrerà banale questo discorso ma, in un territorio come Niscemi dove non è più presente la ferrovia, l’acqua arriva nelle case ogni 15 giorni e la presenza della mafia ha determinato più volte lo scioglimento del consiglio comunale, la presenza di questi gruppi militanti che decidono di organizzarsi dal basso ed in modo non gerarchico rappresenta un segnale importante.
Riconosciamo che dall’obiettivo iniziale (impedire la costruzione delle parabole) al gioire per la formazione di questi gruppi sociali la distanza è immensa. Questa distanza, per un* lettore/lettrice più attent*, deve però essere analizzata anche tenendo conto di alcuni fattori propri di un piccolo paese del sud della Sicilia.
Certamente, dal punto di vista organizzativo e politico, il fattore che ha avuto la maggiore incidenza in questo depotenziamento è stata l’emigrazione: per comprendere la portata di questo fattore basti pensare che, tra le centinaia di persone che negli anni hanno fondato e partecipato ai comitati, attualmente quelli rimasti nel piccolo centro nisseno si contanto sulle dita di una mano.
La repressione, reale o anche solo minacciata, da parte di una questura che ha saputo svolgere bene il suo ruolo di spauracchio, ha fatto il resto. Centinaia sono le mamme, gli/le studenti, i/le militanti multat* o ancora sotto processo per vicende legate alle dinamiche di movimento. Se questo non ha certo fermato chi magari aveva percorsi politici alle spalle, ha certamente dissuaso tant* altr*. Oggi però la lotta vive in una fase di trasformazione ulteriore, con numerosi nuovi militanti e nuove relazioni tra la periferia e le maggiori città siciliane e di questo non possiamo che gioire.

Il prossimo 11 aprile si svolgerà un nuovo corteo No Muos contro la guerra, un nuovo appuntamento che mira ad essere la cartina di tornasole di una tendenza in crescita e di maggiore radicamento nel territorio. Un modo ulteriore per dire che il movimento No Muos è vivo e intende intraprendere relazioni nuove con i nuovi soggetti politici e con i vecchi movimenti contro la guerra.
La sfida non è delle più semplici; ma alcune tappe recenti fanno ben sperare: dal recente incontro regionale svoltosi proprio a Niscemi – a cui hanno partecipato numerose individualità e realtà organizzate – al rinnovato attivismo dei comitati territoriali e degli/delle studenti, fino alla capacità di interloquire con realtà portatrici di istanze diverse (vedasi Fridays for Future o Non Una di Meno) che potrebbero portare nuova linfa ed essere utili al dibattito interno.
L’errore più grande che possiamo commettere in questo momento è quello di chiuderci in noi stess*, riproducendo dinamiche che mirano più al mantenimento dello status quo che alla crescita in termini di pensiero e azione di un movimento contro la guerra di cui si sente sempre più il bisogno.
Appare evidente che la potenzialità è enorme: per questo la periferia può essere, mi si passi il termine, un’avanguardia da supportare con la massima generosità; al tempo stesso si rivede la visione della città come territorio di organizzazione di istanze libertarie e di meta per quei giovani che vogliono fuggire dalla periferia.
Questo non vuol dire che Niscemi dovrà “importare” il conflitto come una formula sterile ed accademica ma, al contrario, occorrerà che i grandi centri si spoglino dell’accademismo di cui sono stati vittime negli ultimi anni per ritrovare una parte dello spontaneismo che negli anni scorsi ha caratterizzato la lotta contro il MUOS – evitando i noti tentativi di egemonizzazione di quei movimenti autorappresentativi.
Occorre inoltre fare appello a tutte le strutture politiche ed alle individualità di solidarizzare attivamente e non lasciare soli i/le militanti attualmente sotto processo, attivando percorsi di solidarietà reale.
Colgo l’occasione per ricordare che Turi Vaccaro, un noto compagno presente in molte lotte pacifiste, si trova ancora in carcere per aver reso inutilizzabile il Muos a colpi di martello dopo essersi furtivamente intrufolato all’interno della base. Turi in questo momento è nuovamente in sciopero della fame e si trova in carcere principalmente per una questione di coerenza: ha rifiutato ogni sconto di pena e l’avvocato di fiducia perché ha ritenuto che fossero elemosine dello Stato. Per questo motivo non può ricevere visite e ci è difficile comunicare con lui.
Se davvero siamo per l’abbattimento di ogni carcere, ricominciamo da qui, da tutt* i/le compagn* in cella che hanno lottato. Non perché siano eroi ma perché siano esempi di coerenza, senza prendere parte a quel gioco al massacro che parte dalle differenze.
Smantellare il Muos e abbattere ogni galera devono essere parte della stessa strategia rivoluzionaria contro padroni e capitale. Il resto è noia da puristi ideologici. A questi dovremmo preferire l’odore della terra bagnata di contrada Ulmo all’alba.

Fabio d’Alex