Con il nuovo accordo sui rimpatri, l’Unione europea ha scritto una nuova, vergognosa pagina della sua storia. Il parlamento e il consiglio dell’Unione hanno siglato un’intesa che rientra nel più vasto Patto europeo sull’immigrazione e l’asilo, già entrato in vigore due anni fa e ora pienamente applicabile.
Il nuovo regolamento è stato approvato in parlamento con i voti di tutte le forze di destra: Popolari (Ppe), Conservatori (Ecr), Patrioti (Ppe) e Sovranisti (Ecr), più – manco a dirlo – alcuni eurodeputati di centrosinistra.
Quello che è avvenuto in aula, subito dopo la votazione, è stato agghiacciante. Dai loro scranni, i fascisti – con un ghigno compiaciuto – hanno scandito il becero slogan: «Send them back!» («Rispediamoli indietro!») per festeggiare questa sconfitta dell’umanità.
Non c’è altro modo, infatti, per definire l’insieme dei provvedimenti approvati. Con la volontà di uniformare e inasprire le regole del rimpatrio, l’Unione europea punta alla realizzazione di “return hub”, ovvero centri di detenzione costruiti in paesi terzi dove deportare gli immigrati espulsi. Per esplicita ammissione dei parlamentari promotori, l’idea si ispira al modello degli hotspot voluti dal governo Meloni in Albania, un esperimento repressivo aberrante da molti punti di vista, anche giuridici.
Gli stati membri dell’Ue, quindi, potranno siglare accordi bilaterali con paesi terzi per trasferirvi chi andrà rimpatriato, anche in assenza di legami con quel paese. Un incubo che potrà inghiottire persino famiglie con bambini, spediti come pacchi postali in campi di internamento di paesi a loro sconosciuti. L’unica condizione richiesta è che il paese terzo rispetti gli standard internazionali sui diritti umani ma non c’è alcun obbligo, ad esempio, di adesione alla convenzione di Ginevra sui rifugiati. Questi paesi terzi dovranno poi occuparsi di stabilire accordi con i paesi di origine degli immigrati per organizzare il rimpatrio ma è evidente che questa prospettiva è difficilmente realizzabile.
Gli immigrati che non collaboreranno alla propria deportazione saranno puniti con una detenzione che si prolungherà fino a un massimo di trenta mesi. Due anni e mezzo in un centro di detenzione per la sola colpa di non avere i documenti e di volere una vita migliore.
Ampliati, infine, i poteri investigativi delle autorità competenti: sono previste perquisizioni anche nelle case, il sequestro di effetti personali e l’utilizzo di dispositivi di localizzazione.
Chi legge Umanità Nova o chi, più semplicemente, ha osservato almeno con un po’ di attenzione il modo in cui gli stati hanno sempre gestito i flussi migratori, sa bene che i campi di detenzione amministrativa fanno parte dell’universo repressivo europeo da circa trent’anni. In Italia hanno cambiato più volte denominazione ma non sono mai cambiati nella sostanza. Gli odierni centri per il rimpatrio sono buchi neri in cui affonda la civiltà, discariche umane usate come arma terroristica nei confronti delle vittime di un sistema legislativo e burocratico che reprime l’irregolarità sabotando, nel contempo, i canali e le opportunità di regolarizzazione. Un circolo vizioso che risulta illogico solo in apparenza perché, nella realtà, risponde a precise esigenze economiche e classiste di sfruttamento e ricatto.
Quello che cambia, da ora in poi, è la messa a sistema della repressione da parte dell’Unione europea. Se prima ogni stato membro era in un certo senso libero di interpretare a suo modo la generale impostazione repressiva della “Fortezza Europa” e delle sue frontiere, adesso si andrà verso una maggiore uniformità con l’adozione dell’Ordine europeo di rimpatrio, una specie di foglio di via unico che sarà inserito nel Sistema d’informazione Schengen e che permetterà a uno stato europeo l’esecuzione immediata di un’espulsione già decisa da un altro paese. Se a questo aggiungiamo il subappalto delle deportazioni a paesi non europei, il quadro è completo.
Alla luce di tutto questo si capisce il perché della soddisfazione dei fascisti europei, dei loro cori osceni e dell’arrogante impunità con cui si sentono liberi di poter schiumare i loro proclami all’insegna della “remigrazione” e di altre porcherie.
Non c’è niente di consolatorio nel constatare che abbiamo sempre avuto ragione. Già trent’anni fa il movimento anarchico denunciava all’opinione pubblica l’estrema pericolosità di una deriva politica e culturale che, partendo dalla repressione nei confronti dei cosiddetti “clandestini”, si sarebbe abbattuta su tutti i soggetti più vulnerabili. Ancora una volta, gli immigrati restano il migliore capro espiatorio necessario alla costruzione di un consenso fatto di paura e di rancore. Oggi, nell’Europa delle libertà civili (alla quale, per altro, noi non abbiamo mai creduto) le deportazioni di massa degli stranieri diventano una prospettiva praticabile e orgogliosamente rivendicata, mentre nei singoli stati si adottano leggi e provvedimenti che inaspriscono la repressione e colpiscono il dissenso interno.
Oggi, dopo trent’anni di propaganda dell’odio e di sistematica guerra ai poveri, ci ritroviamo letteralmente il fascismo all’ordine del giorno.
Per quanto possa sembrare difficile non c’è altra via di uscita: non bisogna mollare e, anzi, è necessario rilanciare le ragioni della solidarietà e della libertà in ogni ambito di discussione, di conflitto, di lotta.
Alberto La Via