«È un mondo maschile; sono gli uomini, con i loro desideri, le loro speranze, le loro paure, a creare le condizioni che le donne cercano di combattere nel proprio percorso di risalita. […] Ogni uomo spera di vedersi riconosciuti potere e superiorità, e tale riconoscimento può arrivare soltanto da un individuo che gli sia inferiore: per sentire di avere potere ha bisogno di oggetti pronti a obbedirgli. Certo, ha il diritto di possedere e dominare la flora e la fauna, ma piante e animali sono silenziosi e inerti, e non lo strappano alla sua solitudine. La donna è al tempo stesso Natura e coscienza; è fiore, frutto, uccello, pietra preziosa; è umana, capace di amare e di volere. Deve quindi apparire “naturalmente inferiore” affinché sia possibile dominarla senza commettere un’ingiustizia. Di fronte alle donne, agli uomini piace assumere il ruolo di valorosi cavalieri pronti a combattere per difenderle. Ma per meritare questa generosità la donna dev’essere fragile o prigioniera. È possibile liberare Andromeda solo se è incatenata, è possibile svegliare la Bella addormentata solo se giace dormiente. L’uomo considera la donna come una proiezione dei propri desideri, come il compimento della propria volontà di potenza. Se la donna avesse conquistato una totale indipendenza, se la sua unione con l’altro sesso si basasse su una perfetta uguaglianza, allora l’uomo si sentirebbe privato di una parte di dolcezza. L’uomo ne è consapevole, ed è la sua riluttanza – ammessa o negata – a innalzare il più grande ostacolo che la donna deve superare nel mondo e nel proprio cuore».
La femminilità costruita, reificata e sottomessa a favore del privilegio e della vanità maschile, dunque.
Così si chiude La femminilità, una trappola, articolo uscito su Vogue (!) il 15 marzo 1947 che, per quanto breve, contiene in nuce tutti i temi fondamentali che Simone de Beauvoir svilupperà in modo compiuto nel Secondo sesso, pubblicato due anni dopo. L’articolo tocca quattro punti principali: dopo un’introduzione sulla “condizione femminile”, in altri testi definita femminilità situata, de Beauvoir propone una breve rassegna dei miti attraverso i quali viene costruita culturalmente e socialmente la femminilità, per poi soffermarsi sulla crescita delle donne fin da bambine sottoposte a modelli e precetti e, infine, approdare alla conclusione citata che è allo stesso tempo punto di arrivo e di partenza, estrema sintesi e audace apertura dello sguardo sul mondo.
«Se è vero che tutti gli esseri umani coscienti e liberi hanno lo stesso valore, la stessa dignità, è anche vero che sono il contesto e le opportunità a determinare i problemi che ciascuno [e ciascuna] deve affrontare.» Questa la femminilità situata della Simone de Beauvoir esistenzialista. Ma che cos’è la “femminilità”? Qual è la “condizione femminile”? Chi è “la donna”? In un’ottica situata non è fecondo porsi queste domande in senso essenzialista, ma solo esistenzialista: cosa vuol dire essere donna qui, ora, in questi rapporti di produzione, in questi rapporti di potere, in questi rapporti tra generi, classi, gruppi umani di ogni tipo, composizione e dimensione. Nel 1928 Virginia Woolf tiene due conferenze su “Donne e romanzo”: «Il titolo […] poteva significare […] le donne e ciò che esse sono; oppure le donne e i romanzi che scrivono; o ancora, le donne e i romanzi dei quali sono protagoniste; o poteva lasciare intendere che le tre cose sono in certo modo inestricabilmente congiunte […]. Ma quando mi sono messa a considerare l’argomento da quest’ultimo punto di vista, […] ho dovuto presto rendermi conto del fatto che […] [l]a sola cosa che potevo fare era offrirvi un’opinione su un aspetto minore di questo argomento – se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé. La qual cosa, come vedrete, lascia irrisolti il grande problema della vera natura della donna e quello della vera natura del romanzo.» Credo che l’articolo di de Beauvoir e le conferenze di Woolf, poi diventate Una stanza tutta per sé, siano due testi fortemente affini, da leggere come un immaginario dialogo in cui le due autrici e le loro opere si confrontano e illuminano vicendevolmente.
La femminilità è sempre situata, e viene costruita.
Dei miti attraverso i quali viene costruita la femminilità de Beauvoir giudica il «più irritante e più falso» quello dell’eterno femminino. Un mito, quello dell’eterno femminino, che vuole le donne «intuitive, affascinanti e sensibili» – oggi qualcunə lo chiama “sessismo benevolo”, ma di “benevolo” ha poco, a parte il candore e la subdola gentilezza che spesso lo veicolano. Un mito: niente di naturale, innato e immodificabile; nulla di ingenuo, innocente, casuale; tutto di culturale, funzionale, strumentale. L’inferiorità della donna per la superiorità dell’uomo. Non c’è un superiore senza un inferiore. Di più: l’identità del superiore, del Sé, viene calcata sull’identità dell’Altro (dell’Altra) e così, poi, efficacemente e strumentalmente rinsaldata. Questo meccanismo permea non solo la costruzione dei generi, ma qualsiasi dinamica relazionale e sociale dove due (o più) poli interagiscono e consolidano la propria identità in schemi asimmetrici di potere. Assoluto e Relativo.
«Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Quale che sia l’uso che se ne fa nelle società civili, gli specchi sono indispensabili a ogni azione violenta ed eroica. […] Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna […]. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce; la capacità maschile di adattarsi alla vita viene sminuita. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti, se non fosse più in grado di vedere se stesso a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?» Questa è – di nuovo – Virginia Woolf.
Il Sé e l’altra, si diceva. L’Assoluto e la relativa. Ma anche l’Uomo Universale e poi il particolare, la donna. La regola, il «tipo umano ideale» – citando de Beauvoir – che è l’uomo maschio, l’eccezione che è la donna. I miti abbondano. La donna come uomo mancato. La donna come diminuzione della perfezione maschile. La donna come materia, corpo, l’uomo come forma, mente. La soggettività delle teorie femminili, l’oggettività e la scientificità di quelle maschili. L’”invidia del pene”.
Ma anche l’eterno presente femminile, il futuro maschile. La riproduzione doppiamente alienante e la produzione solitamente alienante, ma potenzialmente creativa: «ogni casalinga è Penelope, che disfa la notte il lavoro svolto durante il giorno», scrive de Beauvoir. Poi prosegue: «Se in questa condizione di radicale dipendenza la donna abbia potuto o meno trovare la felicità è una questione superflua, è come chiedersi se l’uomo fosse più felice al tempo in cui le macchine non esistevano. Il punto è che oggi le macchine esistono. Il punto è che oggi, per vari motivi, le donne devono e vogliono lavorare, che poi è un altro modo per dire che vogliono l’indipendenza dagli uomini. Quello che stiamo cercando di definire è come vivano questo nuovo sforzo. Nella mitologia, nelle fiabe che leggiamo ai bambini, alla donna assegniamo sempre gli stessi ruoli. È Arianna abbandonata, Penelope al telaio, Andromeda incatenata. È Cenerentola, o la Bella addormentata nel bosco che attende di essere salvata dal Principe azzurro. È colei che attende, che può trovare il proprio posto nel mondo solo attraverso l’amore di un uomo. Provate a immaginare cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella dotata quanto lui. Priva di cultura e di indipendenza, avrebbe potuto esprimersi solo attraverso avventure folli che con ogni probabilità si sarebbero concluse tragicamente.» E – di nuovo – anche Virginia Woolf si interroga su un’ipotetica vita di un’ipotetica sorella di Shakespeare con vocazione e talento letterario – leggete Una stanza tutta per sé per scoprire come finisce, nella sua narrazione, questa vita immaginata.
Alla donna, dice de Beauvoir, «non è mai stata data un’opportunità». Fin da piccola impara ad ammirare (finanche adorare) gli uomini intorno a lei e gli eroi delle fiabe, dei miti, delle tradizioni e «spesso prova solo pietà e disprezzo per la misera vita domestica di sua madre […]. Magnifica invece la persona del padre è lui a rappresentare la forza, il potere, una finestra sul mondo, sulla vita e sul futuro. La bambina desidera identificarsi con lui, e in questo modo riconosce e ammette la superiorità dell’uomo sulla donna che è destinata a diventare.» Cosa viene incoraggiato in questa bambina? «Il suo potere di seduzione. A essere aggraziata, ben vestita, educata. […] Inizia a crearsi un circolo vizioso: più si conforma con docilità all’ideale che le è stato imposto, meno sviluppa le sue potenzialità personali e meno troverà delle risorse dentro di sé.» La bambina viene educata a essere vassalla del bambino, per dirla con le parole di de Beauvoir. Da donna sarà vassalla dell’uomo. Penso a Mary Wollstonecraft, a Elena Gianini Belotti.
Così è stata costruita la femminilità, questo è il modello di femminilità che ha in-formato intere generazioni. E con sempre più forza e brutalità agisce fuori e dentro di noi quell’ultimo inganno che è il Mito della Bellezza, versione moderna e parzialmente rielaborata (per meglio mascherarsi da emancipazione) del mito dell’eterno femminino tanto irritante già per de Beauvoir. Penso a Naomi Wolf, teorica attenta tanto al Mito della Bellezza quanto a uno dei suoi prodotti più riusciti, l’immagine-caricatura, divenuta quasi creatura mitologica, della Brutta Femminista.
Le donne così, tornando a de Beauvoir, «finiscono per accettare il mondo. Il loro sforzo consiste solo nel cercare un posto su questa terra. Perché? Perché le donne temono che perdendo questo senso di inferiorità possano perdere anche ciò che le valorizza gli occhi degli uomini.» La femminilità, una trappola. La Brutta Femminista: spettinata, non depilata, “non decorosa” (come orgogliosamente rivendichiamo) – chi più ne ha più ne metta – osa urlare in piazza, osa rivendicare diritti, osa organizzarsi in reti di cooperazione politica che possono divergere dalle pratiche politiche usuali. Quanto è lontana dall’eterno femminino fatto di remissività, accondiscendenza e mansuetudine? Quanto spaventa?
Le donne talvolta, forse, ancora oggi «finiscono per accettare il mondo». Ma solo finché non incontrano le altre donne, la solidarietà, la sorellanza. Solo finché non praticano il transfemminismo, la cura, la crescita come fioritura. Finché non leggono chi le ha precedute, quelle delle quali spesso i libri di storia e filosofia non parlano – ma che eppure esistono, anche dentro di noi.
S.