2 giugno a Torino e Roma

Torino. Per il secondo anno consecutivo i militari hanno deciso di disertare piazza castello, rifugiandosi tra le mura della Caserma Montegrappa per le celebrazioni militariste del 2 giugno.
Gli antimilitaristi, come ogni anno, non sono mancati all’appuntamento, cui hanno partecipato centinaia di persone. La performance “Sabbia di sangue” ha efficacemente smontato la retorica militarista sulla guerra.
Il canzoniere di “Note di Rivolta” ha accompagnato e concluso la giornata in cui abbiamo “fatto la festa alla Repubblica”.

Numerosi gli interventi su spesa bellica, uso dei militari per le strade, nei CPR e nel cantiere/fortino di Chiomonte.
Un focus particolare sull’industria bellica piemontese, che ha il suo “fiore all’occhiello” nell’aerospaziale, tra droni killer, cacciabombardieri, satelliti. Alla fine di novembre all’Oval Lingotto ci terrà l’ottava edizione dell'”aerospace and defence meeting”, mostra mercato dell’industria aerospaziale riservata a governi, agenzie di contractor e mercanti d’armi. Non mancheranno gli antimilitaristi.
Compagnu della rete free(k) pride, nel narrare la violenza omofoba che si è scagliata contro una frocia libera e non normata a Palermo, hanno detto: “il militarismo è cultura machista e non ce ne frega niente degli stati: la protezione dei confini è l’istituzionalizzazione della paura del diverso. non saranno le leggi punitive a far smettere le aggressioni, aggressioni che non cesseranno fino a che non distruggeremo machismo e patriarcato insieme.”
I militari sono anche nei CPR, le prigioni per migranti, dove il 23 maggio è morto un ragazzo di 23 anni, che due settimane prima era stato massacrato di botte a Ventimiglia. La guerra a migranti è stato uno dei principali compiti delle forze armate italiane in mare, sui confini, nei CPR, nelle missioni in Libia e in Niger.
I militari nascondono le loro pratiche di morte con la retorica della patria, della bandiera, della nazione.
Ma mettersi in mezzo è sempre possibile.
Le fabbriche d’armi sono a due passi dalle nostre case, le pattuglie scorrazzano per i quartieri poveri, le navi cariche d’armi passano dai porti italiani: fermarli dipende da ciascuno di noi.

Di seguito il volantino distribuito ai passanti e qualche foto della giornata.

Senzapatria. Liber*
L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove. Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.
Ogni 2 giugno la Repubblica celebra se stessa con esibizioni militari, parate e commemorazioni.
Lo Stato ha il monopolio legale della violenza. Guerre, stupri, occupazioni di terre, bombardamenti, torture, l’intero campionario degli orrori umani, se compito da uomini e donne in divisa, diventa legittimo, necessario, opportuno, eroico.
Le divise da parata, le bandiere, le medaglie non sono il mero retaggio di un passato più retorico e magniloquente del nostro presente da supermercato, ma la rappresentazione sempre attuale che lo Stato da di se stesso.
La democrazia reale, strumento duttile di ricambio delle élite, non può fare a meno della forza militare e poliziesca, modulandone l’impiego in base ai rapporti di forza che attraversano la società.
La funzione di polizia e quella militare si intrecciano sempre più. Gli interventi bellici oltre confine e sui confini sono considerati operazioni di polizia, mentre è diventato “normale” l’impiego dei militari con funzioni di ordine pubblico: la distanza tra guerra interna e guerra esterna sta scomparendo.
Con la pandemia ai militari sono state attribuite funzioni sin allora appannaggio delle forze dell’ordine: l’osmosi è completa.
Il coprifuoco serale, tipico dispositivo bellico, non serve a nulla contro il virus ma è uno dei tanti dispositivi disciplinari sperimentati grazie allo stato d’emergenza pandemico.
Gli svariati provvedimenti repressivi messi in campo nell’ultimo decennio per dare scacco agli indesiderabili, ai corpi in eccesso, ai sovversivi non sono sufficienti per un governo che ha deciso di mettere sotto controllo militare l’intera popolazione.
I militari sono per le strade dei quartieri dove arrivare a fine mese è sempre più difficile, dove si allungano le file dei senza casa, senza reddito, precari. Servono a prevenire e reprimere ogni insorgenza sociale, a mettere a tacere chiunque si ribelli ad un ordine sociale sempre più feroce.
La chiamano guerra al virus, ma è guerra ai poveri.
Le nostre già esigue libertà politiche sono state ulteriormente compresse. Il governo vieta i cortei, mentre chi lavora o studia è obbligato a prendere autobus sovraffollati, stare compresso in fabbriche e magazzini insalubri, chiudersi in classi pollaio.
Nel 2020 ci sono stati 26,3 miliardi di spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto al 2019. Quest’anno saranno molti di più. Calcolate quanti posti letto, quanti ospedali, quanti tamponi, quanta ricerca si potrebbe finanziare con questi soldi. Avrete la misura della criminalità di questo e di tutti i governi di questi anni.
In un anno di pandemia sono morte di covid oltre 125.000 persone, cui vanno aggiunte le decine di migliaia che hanno perso la vita, perché private di esami, visite, operazioni indispensabili per tenere sotto controllo le gravi patologie di cui erano affette.
Siamo di fronte ad una strage di Stato: la sanità è al collasso, ma aumentano la spesa militare, il sostegno alle grandi imprese, alla lobby del cemento e del tondino, all’industria bellica.

Il governo costruirà una nuova base militare in Niger, un avamposto per gli interessi dell’ENI in Africa. Ogni sei mesi vengono rifinanziate le missioni militari. Sono oltre 40, tra cui spiccano quelle in Libia, Iraq, Niger, Afganistan, Libano, Balcani e Lettonia, per una cifra complessiva che supera ampiamente il miliardo di euro.
Negli ultimi mesi si sono aperti altri fronti dalla Libia al Sahel sino al Golfo di Guinea ed è cresciuto il numero di militari impiegati, che ha toccato gli 8.613.
Provate ad immaginare quanto migliori sarebbero le nostre vite se i miliardi impiegati per ricacciare uomini, donne e bambini nei lager libici, per garantire gli interessi dell’ENI in Africa, per investire in armamenti, militari nelle strade fossero usati per scuola, sanità, trasporti.
Provate ad immaginare di farla finita, sin da ora, con stato, padroni, militari, polizia.
Ci raccontano la favola che una società complessa è ingovernabile dal basso mentre ci annegano nel caos della gestione centralizzata e burocratica delle scuole, degli ospedali, dei trasporti.
Costruiamo assemblee territoriali, spazi, scuole, trasporti, ambulatori autogestiti.
Cacciamo i militari dalle strade, blocchiamo la produzione ed il trasporto di armi, facciamola finita con tutti gli eserciti!

Foto qui:
https://www.anarresinfo.org/2-giugno-una-piazza-antimilitarista/

Federazione Anarchica Torinese – Assemblea Antimilitarista
Corso Palermo 46 – riunioni – aperte agli interessati – ogni mercoledì alle 17,30
contatti: fai_torino@autistici.org – fb: @senzafrontiere.to

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Le nostre vite contano, le nostre voci contano.

Era questo lo slogan della piazza del 2 giugno 2021. Come gruppo anarchico Mikhail Bakunin – FAI Roma & Lazio abbiamo voluto supportare e coordinarci con tutte le realtà e le persone che si battono contro tutte le discriminazione, coscienti che chiunque può essere vittima di discriminazione, se non si riesce a debellarla. Se poi la discriminazione è di Stato o sistemica, motivata dall’odio di classe, le vittime sono sempre i più ricattabili, i più indifesi. Moussa Balde era tra questi, un ragazzo di 23 anni vittima dell’odio razziale prima sistemico eppoi di Stato. Il presidio del 2 giugno era dedicato a lui e non potevamo non esserci, con le nostre voci e le nostre bandiere. Con lo stesso spirito abbiamo partecipato alla settimana contro il razzismo. L’abbiamo fatto con una serie di iniziative coordinate con altre realtà. Insieme al gruppo #Melitea abbiamo scritto dei sonetti, rispolverando un’antica tradizione antiautoritaria romana. Infatti la storia delle statue parlanti si rifà ai tempi in cui Roma era oppressa dallo Stato pontificio, la cui repressione era così brutale da non permettere alcuna libertà di critica. Per propagandare forme di ribellione, a partire dal XVI secolo, accanto a sei statue di Roma, durante la notte venivano appesi cartelli satirici. Le statue romane sulle quali venivano affissi i cartelli si trovavano in genere nei posti più noti e frequentati della città, in modo tale che la mattina seguente potessero essere letti da molte persone. Così abbiamo realizzato dei cartelli contro il razzismo e li abbiamo portati dinnanzi le statue. Questi sonetti li abbiamo letti poi il 2 giugno in piazza insieme alle realtà razzializzate presenti. Inoltre abbiamo partecipato all’affissione di uno striscione dedicato a Moussa Balde, realizzato dall’associazione “#PensareMigrante“. La censura delle autorità su questa vicenda è stata talmente forte che, come forme di intimidazione poliziesca, lo striscione è stato oggetto di attenzioni e censura da parte della polizia ed è stato fermato per lungo tempo ed identificato anche un compagno del Bakunin. La censura e la repressione in atto sono la risposta dello Stato alle reazioni di popolo contro l’imposizione di un’ideologia fortemente razzista. In Italia, all’apparato legislativo già fortemente discriminatorio, si sono sommati via via l’aumento dei costi per l’ottenimento dei documenti e i quotidiani, strutturali, abusi amministrativi in tutto il paese: questure che richiedono documentazione non necessaria per il rinnovo dei permessi di soggiorno, uffici anagrafe che non rilasciano i certificati di residenza, mancato rispetto dei contratti di lavoro, tempi di attesa infiniti per il rinnovo del documento. Dati e informazioni alla mano, siamo convinti che, per quanto possa sembrare assurdo, anche nel 2021 parlare di lotta al razzismo non è semplicemente un esercizio di stile, ma una questione di primaria importanza per combattere una violenza autoritaria verso coloro che rientrano, in un modo o nell’altro, in una “sezione” in un contesto intersezionale. Uno degli strumenti più efficienti per il controllo sociale è il ricatto attraverso un documento. Questo è una sorta di passaporto interno, indispensabile per ottenere dei diritti: è uno strumento che può esser rinnovato solo con il benestare del datore di lavoro, se non vi si è residenti fin dalla nascita. Il datore di lavoro ha ampia discrezionalità sulla concessione o il ritiro di questa autorizzazione, e senza di essa, il possessore del permesso di soggiorno può essere altrettanto arbitrariamente fermato, arrestato dalla polizia e deportato in un CPR. Questa è una spiegazione solo parziale di uno dei molti strumenti che limitano le libertà di molte persone e che un tempo chiamavano Apartheid. La lotta antirazzista senza lotta di classe è turismo sociale e può sembrare un’operazione solo di facciata, dimostrativa, se la si guarda con cinismo.

Se invece si capisce il significato profondo della discriminazione di Stato si può anche capire quello che dovrebbe essere un dovere etico: combattere contro la discriminazione razziale, ma non solo, contro la discriminazione in tutte le sue forme, anche per non vivere più episodi come quello del massacro di Sharpeville. I lavoratori e le lavoratrici che non hanno diritti, poi, sono una delle categorie che ha dovuto pagare il prezzo più alto della pandemia e delle disastrose scelte politiche che hanno cercato di gestirla: innumerevoli ostacoli nell’accesso al sistema sanitario pubblico e ai bonus, in virtù della propria situazione giuridica; esposizione al rischio di contagio perché ammassati nei centri di accoglienza per richiedenti asilo, nei centri per il rimpatrio (CPR) o nelle carceri, o perché costretti ad andare a lavorare, magari senza contratto e passibili così anche di sanzioni. Anche la sanatoria varata dallo Stato si è rivelata totalmente (e prevedibilmente) fallimentare, in quanto moltissimi non hanno potuto accedervi a causa di criteri iper-restrittivi, mentre tanti altri da mesi attendono di sapere se la propria domanda è andata a buon fine o meno. Crediamo che sia fondamentale denunciare con forza la molteplice pervasività delle discriminazioni che colpiscono la nostra società e cerchiamo di lottare attraverso criteri di solidarietà e mutuo appoggio.

Gruppo M. Bakunin – FAI Roma & Lazio

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