Premessa
La carenza, in primo luogo di chi scrive, di approfondite conoscenze di antropologia biologica e sociale, nonché di termodinamica, induce ad operare delle semplificazioni che, però, ben si addicono ad un articolo che non è destinato ad una pubblicazione su una rivista scientifica ma, semplicemente, si inserisce nella rubrica “Stiamo freschi” come spunto di riflessione e stimolo al confronto sulle tematiche connesse alla crisi climatica.
Prima d’iniziare, vorrei segnalare all’attenzione di chi segue questa rubrica l’opuscolo: “CRISI CLIMATICA Critiche e prospettive da un punto di vista anarchico”, curato da un gruppo di lavoro della Federazione Anarchica Italiana. Un documento che inquadra ed approfondisce in maniera più strutturata il tema dei cambiamenti climatici che, per il suo carattere globale e per le molteplici implicazioni inerenti a questioni ambientali, sociali ed economiche, non solo assume un interesse riferibile all’intero pianeta Terra, ma permette di sviluppare un’analisi che, inevitabilmente, si riferisce alla complessità della società in cui viviamo.
https://umanitanova.org/crisi-climatica-critiche-e-prospettive-da-un-punto-di-vista-anarchico/
Energia per l’Homo sapiens
Il fenomeno vita, anche nelle sue forme più semplici, gli organismi unicellulari, ha bisogno di energia per svolgere le proprie funzioni fondamentali. Le fonti da cui ricavare energia sono diverse: i vegetali sfruttano direttamente l’energia del sole con il processo di fotosintesi; noi umani dipendiamo dall’energia ricavata dalle sostanze nutritive prodotte da altri viventi, apparteniamo cioè alla categoria degli eterotrofi. Se la necessità di alimentarci è, in primo luogo, legata alla sopravvivenza, non possiamo dimenticare che la storia della specie Homo sapiens e della sua evoluzione non solo in termini quantitativi, come numero di individui, ma anche in termini sociali, economici e culturali è strettamente legata allo sfruttamento di diverse risorse energetiche.
Se scorriamo i passaggi più significativi del percorso del genere Homo, dando per scontata l’importanza dell’utilizzo del fuoco (a partire da 1,5 milioni di anni fa), dobbiamo di certo considerare il passaggio dai piccoli gruppi di raccoglitori-cacciatori, che usavano solo la propria energia muscolare per la raccolta di vegetali o per la cattura delle prede, all’uomo agricoltore-allevatore, che riesce a ricavare dal lavoro agricolo (fotosintesi controllata) e dallo sfruttamento degli animali addomesticati un surplus alimentare. Tale eccedenza ha contribuito al primo salto, in termini di disponibilità ed accumulo di energia nella forma delle derrate alimentari. La gestione di forme aggregative più complesse, che ne derivavano, ha favorito una diversa strutturazione dei rapporti sociali, con la definizione di nuovi ruoli e funzioni con la parallela imposizione dei rapporti gerarchici. Se per millenni la fonte di energia per eccellenza è stata rappresentata dal legno, attraverso la sua combustione, e dall’utilizzo degli animali come forza lavoro che in parte sostituisce l’attività muscolare umana, dobbiamo ricordare che a partire dal XVII secolo la domanda di legname, sia per la costruzione di abitazioni, navi, ponti, sia come combustibile, sia per la produzione di carbonella, divenne così elevata da non essere più sostenibile. Dal momento in cui la richiesta superò la capacità di rigenerazione delle foreste, una fonte già conosciuta, il carbone, andò via via aumentando la propria importanza in tutto il corso del XVIII secolo. Un’altra innovazione tecnologica, l’invenzione e il perfezionamento della macchina a vapore (James Watt 1765), determinò un’ulteriore svolta permettendo di sfruttare il carbone su larghissima scala. Il carbone divenne la fonte di energia che rese possibile la prima rivoluzione industriale, con tutte le conseguenze che ben conosciamo: urbanizzazione, accelerazione dello sfruttamento delle risorse umane ed ambientali, rapido sviluppo del sistema capitalista, solo per citarne alcune.
L’inclinazione dell’umanità all’assoggettamento e alla rapina delle risorse naturali non nasce con la rivoluzione industriale né con la nascita delle prime gerarchie proto-statali. Homo sapiens tende ad ampliare la propria nicchia ecologica dissipando energia residua ogni volta che ne trova l’opportunità tecnica, ma il suo impatto diventa imponente a partire dalla rivoluzione industriale. Infatti, dagli inizi del Novecento è stato l’uso degli altri combustibili fossili, petrolio prima e gas metano poi, ad “allargare i confini” del modello economico prevalente. La relazione tra combustibili fossili, emissione di gas serra e cambiamento climatico è già stata sottolineata innumerevoli volte; in questa occasione vorrei aggiungere qualche altro elemento che, come accennato in apertura, fa riferimento alla fisica, più precisamente alla termodinamica e agli studi di antropologia evolutiva.
Lo dice la fisica
È perciò necessario introdurre il secondo principio della termodinamica, le cui formulazioni più vicine all’esperienza quotidiana sono: (da Wikipedia)
È impossibile realizzare una trasformazione il cui unico risultato sia quello di trasferire calore da un corpo più freddo a uno più caldo senza l’apporto di lavoro esterno» (Clausius).
È impossibile realizzare una macchina termica ciclica il cui unico risultato sia la conversione in lavoro di tutto il calore assorbito da una sorgente omogenea» (Kelvin-Planck).
Cioè, è impossibile realizzare una macchina termica il cui rendimento sia pari al 100%. Utile ed opportuno, a questo punto, introdurre il concetto di entropia. L’entropia una grandezza che viene interpretata come una misura del “disordine” presente in un sistema fisico. Un concetto un po’ complicato da gestire in poche righe per cui lo riduco a un esempio. Se prendiamo un pezzo di legno e lo bruciamo passiamo da una condizione di bassa entropia (in cui gli atomi di C, H, O sono legati tra loro in maniera ordinata a formare le fibre di cellulosa) ad una condizione ad alta entropia (in cui si disperdono molecole di CO2, ceneri, calore). Allargando lo sguardo, pur rimanendo in un quadro di semplificazione, possiamo sostenere che ogni processo economico trasforma energia a bassa entropia (risorse utili, combustibili fossili, minerali rari) in alta entropia (calore disperso, CO2, rifiuti non riciclabili).
Aggiungo che anche l’ipotesi di realizzare processi spinti di riciclo si scontra con l’inesorabile aumento dell’entropia. Ovvero, dal punto di vista energetico, anche il riciclo dei materiali al 100% è fisicamente controproducente perché richiede a sua volta energia, generando un ulteriore incremento di entropia. È quindi il vincolo energetico-termodinamico che spiega perché lo sfruttamento delle risorse per la crescita esponenziale, alla base del sistema capitalista, è in rotta di collisione con uno stock di risorse finito a bassa entropia.
Possiamo liberarci da un modello che accelera l’aumento dell’entropia?
Il successo del modello energivoro affermatosi nel “Capitalocene” sfrutta, secondo diversi studi di antropologia evolutiva, il mismatch (disadattamento) tra un cervello paleolitico e un ambiente tecnologicamente onnipotente. Vale a dire che un cervello che si è evoluto lentamente in ambiente ostile, dove la scarsità e la lotta per la sopravvivenza costituivano gli ostacoli da superare quotidianamente, un cervello ancestrale ereditato dai nostri antenati, si trova oggi in un ambiente totalmente diverso, in rapido cambiamento, e risulta facilmente influenzabile dagli innumerevoli stimoli a cui è sottoposto continuamente. Gli studi di antropologia evolutiva sono strettamente associati a quelli di medicina, vista la ricaduta sulla salute umana di questa discrepanza evolutiva. Facciamo qualche esempio.
– metabolismo e nutrizione: i nostri antenati hanno dovuto fare i conti con la scarsità di cibo sviluppando un metabolismo adattato a estrarre il massimo delle calorie dagli alimenti ingeriti e ad immagazzinare energia sotto forma di grasso corporeo. Un vantaggio fondamentale, in caso di carestia, si trasforma in un fattore negativo quando si dispone di abbondanza costante di cibi ipercalorici e raffinati, rendendoci più vulnerabili all’obesità, al diabete, alle malattie cardiovascolari e ad altre patologie croniche legate all’alimentazione.
– neurobiologia e salute mentale: in un ambiente ancestrale, la risposta “attacco o fuga” garantiva una strategia di sopravvivenza fondamentale per affrontare situazioni di pericolo in cui serviva una risposta rapida. Un picco di cortisolo e adrenalina preparava il corpo a combattere o scappare. Lo stress cronico cui si è sottoposti nella società moderna derivante da lavoro, competizione esasperata, intensificazione degli impegni, abbinato ad un flusso continuo di informazioni, mantiene il nostro organismo in uno stato di allerta costante, con conseguenze negative sul sistema immunitario, sulla salute cardiovascolare, sul sonno e sul benessere mentale.
– apparato muscolo-scheletrico: un corpo “tarato” per sostenere un’intensa attività muscolare sviluppa stati patologici quando è costretto alla sedentarietà e/o ad assumere posture prolungate.
Proseguendo con il nostro ragionamento, non sarebbe però azzardato valutare come la stessa “sfasatura” offra un’arma di persuasione molto potente a chi insegue il profitto sostenendo l’approccio consumistico che si traduce in una “bulimica mania di comprare, possedere, buttare” indirizzata, grazie ad un apparato tecnologico sempre più diffuso e penetrante, a una platea di più di otto miliardi di individui.
Ciò che non si è evidenziato a sufficienza, fino ad ora, è che il sistema capitalista rappresenta, di fatto, un acceleratore dell’aumento dell’entropia, ragion per cui non deve essere criticato solo da un punto di vista sociale ed etico, ma anche dal punto di vista della termodinamica. Questo modello economico, con le megastrutture centralizzate che lo puntellano (Stato, Big Tech, logistica globale, militarismo), è termodinamicamente insostenibile, perché dissipa enormi quantità di energia non solo in relazione ai cicli produttivi e distributivi, ma anche per mantenere la propria complessità burocratica e strutturale.
L’organizzazione anarchica non può travalicare le leggi della fisica e non deve più essere proposta solo come una scelta etica e politica di minoranza, ma come l’unica nicchia di sopravvivenza adattativa per la specie umana. Le reti anarchiche, mutualistiche e decentralizzate, autogestite, non sono solo “più giuste”, ma sono le uniche strutture a bassa entropia in grado di sopravvivere su un pianeta finito nel rispetto dell’ ambiente e dei viventi, garantendo egualitarismo, libertà e giustizia sociale.
MarTa