Segnali di una crisi crescente. Sciopero e presidio delle lavoratrici e dei lavoratori de “La Stampa”.

Chi scrive è di regola abituato a comunicare alla stampa, in senso lato, eventi di varia natura, scioperi, manifestazioni, presidi, problemi sui posti di lavoro ecc..

Nel caso dello sciopero de “La Stampa”, l’informazione ha seguito un percorso opposto; infatti una giornalista con la quale è in relazione per le regioni summenzionate lo ha invitato in occasione di uno sciopero e presidio del personale de “La Stampa” il 25 febbraio 2026.

Un evento obiettivamente non usuale, visto che non si è verificato per 159 anni dalla fondazione del giornale, nel 1867, giornale che allora si chiamava “Gazzetta Piemontese”. Nel corso del presidio poi un fotografo gli ha raccontato che qualcosa di simile si è verificato 45 anni addietro, con esiti non felici.

Ora, uno sciopero e un presidio con un’adesione ampia quale quello del 25 febbraio non è proprio usuale, come non è usuale l’interesse che ha sollevato nelle istituzioni, quantomeno nelle istituzioni locali, e in ampi settori del ceto politico.

Vale la pena di riflettere sulle ragioni contingenti e strutturali di questa mobilitazione e su alcuni segnali sociali generali che se ne possono trarre.

Partiamo dalle ragioni sindacali della mobilitazione, sulla base di quanto afferma un comunicato del Comitato di Redazione e della RSU aziendale:

«Giornaliste e giornalisti, lavoratrici e lavoratori, collaboratrici e collaboratori chiedono all’azienda di rispondere, una volta e per tutte, alle indiscrezioni che hanno alimentato e continuano ad alimentare confusione e incertezza sul futuro del nostro giornale…. Un timore che non riguarda soltanto il nostro futuro occupazionale, ma investe la qualità e la pluralità dell’informazione nel Paese…..

Ancora oggi durante una trattativa esclusiva viviamo in un continuo flusso di indiscrezioni contraddittorie e spesso svilenti…

La Stampa oggi si ferma per chiedere risposte e garanzie sul suo futuro. Inoltre, riteniamo che chi vende non possa e non debba sottrarsi dall’assicurare garanzie sui livelli occupazionali e salariali, sulla conferma dei contratti in essere, su un perimetro ben definito della cessione del ramo d’azienda e su tempi certi: chiediamo di avere una data precisa di conclusione della due diligence in corso con il gruppo Sae e ancor prima la composizione della cordata acquirente.

Chiediamo anche alla politica, del territorio e nazionale, che fine abbiano fatto le promesse di sostegno e attenzione alle vicende della nostra testata. A oggi, per esempio, restiamo in attesa della data delle audizioni dei vertici del gruppo Gedi in Commissione Cultura della Camera …La Stampa non è una merce qualunque: è un bene pubblico, presidio di pluralismo e libera informazione, costruito ogni giorno da oltre 150 anni, e come tale va tutelato».

Vale ora la pena di approfondire e allargare la valutazione sulla situazione del settore. Partiamo dalla diffusione dei giornali sulla base di quanto comunica l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni:

«Il naufragio dei quotidiani: anche i primi sei mesi del 2025 si rivelano difficili per i quotidiani: prendendo in esame le copie complessivamente vendute sul territorio nazionale, pari a 220 milioni di unità (circa 1,4 milioni di copie medie giornaliere da gennaio a giugno), si osserva una flessione su base annua del 7,1% e del 29,6% rispetto al primo semestre del 2021. È quanto rileva l’Osservatorio sulle comunicazioni di Agcom, sottolineando come le testate che riportano prevalentemente notizie di interesse nazionale registrino una riduzione più contenuta su base annua rispetto a quelli con notizie prevalentemente locali (-6,2% a fronte di -8,3%).

Le copie complessivamente vendute in formato cartaceo, pari a 186,6 milioni (1,2 milioni di copie giornaliere), si sono ridotte su base annua del 7,8% (risultavano 202,4 milioni nei primi sei mesi del 2024) e del 31,5% rispetto al primo semestre del 2021 quando ne venivano vendute complessivamente 272,4 milioni (con una media giornaliera di circa 2 milioni di copie giornaliere).

I quotidiani in formato digitale: dinamica simile, sebbene più contenuta, si può constatare con riferimento ai quotidiani venduti in formato digitale (copia replica della versione cartacea) che registrano una contrazione in termini di copie complessive confrontando il primo semestre del 2025 con quello dell’anno precedente di 2,9% e del 16,6%, considerando un orizzonte temporale di cinque anni (primi sei mesi del 2021). La distribuzione delle copie digitali fra i singoli quotidiani è più concentrata rispetto a quella cartacea. Infatti, nel primo semestre del 2025, le prime cinque testate in termini di copie digitali (Corriere della Sera, Il Gazzettino, Il Sole 24Ore, La Repubblica, La Stampa) rappresentano oltre il 61% delle copie complessivamente vendute, mentre, se si considerano le copie cartacee delle prime cinque testate (in questo caso Corriere della Sera, La Gazzetta dello Sport, La Repubblica, Avvenire e La Stampa) si raggiunge una quota del 33% sul totale delle vendite dei quotidiani in tale formato.

I giornali ‘generalisti’: analizzando i quotidiani per ‘generi’ editoriali, i principali cinque quotidiani nazionali che presentano contenuti ‘generalisti’ (in ordine di copie totali vendute. Corriere della Sera, La Repubblica, Avvenire, La Stampa e Il Messaggero) nel primo semestre del 2025 hanno registrato una flessione nella vendita di copie cartacee pari al 7,6% rispetto ai corrispondenti volumi del medesimo periodo del 2024 (-4,8 milioni di copie); tale flessione si amplia al 32,7% con riferimento al primo semestre del 2021 (-28,5 milioni di copie). Passando alle vendite complessive di copie in formato digitale per tale genere, si osserva una flessione meno marcata, sia rispetto ai primi sei mesi del 2024 (-1,7%, pari a -287 mila copie), sia rispetto al primo semestre del 2021 (-3,4%, pari a 577 mila copie). »

Mi scuso per la lunghezza della citazione, ma ritengo che sia utile per permettere una valutazione realistica dello stato dell’arte relativamente ai quotidiani e per comprendere che siamo di fronte a una vera e propria mutazione antropologica.

In un paese caratterizzato da alti tassi di analfabetismo tout court prima e di analfabetismo funzionale poi, il numero di lettori dei quotidiani e, di conseguenza, la rilevanza sociale e politica dei quotidiani stessi, ha subito un crollo.

Il Presidente del’Agcom, Giacomo Lasorella, durante l’audizione davanti alla Commissione Cultura della Camera sulla situazione attuale e sulle prospettive future dell’editoria, prevede che se le vendite di giornali continueranno a diminuire al ritmo attuale, tra dieci anni solo nell’1,5% dei nuclei familiari del Paese entreranno quotidiani e periodici, contro la percentuale del 25% attuale.

Questa situazione rende inevitabile porsi due domande: come si informeranno fra qualche anno i cittadini? Che ragion d’essere hanno già oggi i giornali? Va da sé che non mi riferisco a Umanità Nova.

Potrei chiudere l’articolo dichiarando il mio mix di imbarazzo e divertimento per la presa d’atto che faccio parte di un’élite. Credo però giusto porre l’accento sul carattere nuovo e interessante della mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori de “La Stampa” come settore della working class già ampiamente proletarizzato grazie alla diffusione del lavoro precario e in corso di ulteriore proletarizzazione. Ovviamente la difesa della libertà politiche e civili che accompagna la mobilitazione è, a mio avviso, rispettabile, ma dobbiamo avere la consapevolezza che interessa direttamente settori della classe media. D’altro canto “interessa” non vuole dire “riguarda”; la difesa della libertà di lotta, di organizzazione, di parola riguarda in primo luogo la working class ed è nostro interesse, oltre che politicamente ed eticamente giusto, porre in stretta relazione la lotta per il salario e il reddito con quella per le libertà e i diritti.

Cosimo Scarinzi

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