Note bandite. Diritto all’abitare #1 La casa è di chi l’abita

In un mondo in cui c’è chi può comprarsi interi quartieri, esiste anche chi vive una grave deprivazione materiale: qui il diritto all’abitare non è da dare per scontato. Un tema ancora oggi scottante, che nella musica ha trovato cantori e sostenitori, dalle ballate sulle occupazioni degli anni ’70, fino all’hip hop degli squat di fine millennio, per poi approdare agli ultimi decenni. Se però ripercorriamo a ritroso le canzoni per il diritto alla casa, possiamo arrivare sino alle origini della canzone anarchica in lingua italiana. Infatti il primo canto anarchico composto da un italiano, “Dimmi buon giovine” del 1873, esordiva con questi versi: “La casa è di chi l’abita / un ladro chi l’ignora”. Anche conosciuto come “Esame d’Ammissione del Volontario alla Comune di Parigi”, si diffonderà nella versione ridotta, con leggere varianti, di “Dimmi bel giovane”.

1 Ricky Gianco – Questa casa non la mollerò

Ricky Gianco ha iniziato a fare musica da giovanissimo negli anni ’50. Il suo amore per il rock, che in quegli anni arrivava anche in Italia, lo porta a conoscere Gaber, Endrigo, Jannacci, Tenco e Paoli. Da allora oltre a cantare, scriverà canzoni anche per altri artisti come Celentano, Mina e i Ribelli. Nei ’70 fonda l’etichetta “Intingo” e successivamente l’“Ultima Spiaggia”. In questo decennio le esibizioni e i brani firmati assieme a Gianfranco Manfredi divengono immortali per la sinistra extraparlamentare. I due cantautori saranno tra i protagonisti della colonna sonora per eccellenza del ’77, con canzoni impegnate che non disdegnavano l’impiego di satira e immagini paradossali. In molti brani un tono spiccatamente ironico sostituiva gli slogan e lo stile realistico da cantastorie di molte delle precedenti canzoni di protesta.

La sua attività è continuata anche negli ultimi decenni del secolo con spettacoli, colonne sonore e tante collaborazioni. Mai andato del tutto in pensione, anche negli ultimi anni si esibisce senza abbandonare la sua chitarra ed il sorriso.

Questa Casa non la Mollerò” è uno dei più celebri brani del periodo in cui la lotta per la casa andava di pari passo con le battaglie per dignità e libertà individuali e collettive. “Son qui per buttarci fuori di città / son tutti in fila lì per sei / però non sono mica amici miei / sono venuti tutti qui per noi, / ma guarda che adunata di cowboys / di qui non uscirò, / questa casa non la mollerò!”.

Il brano racconta la reazione degli occupanti di una casa sfitta o abbandonata all’arrivo della celere, accorsa di buon mattino per sgomberare l’edificio. Il rimando al far west, quando si fa riferimento ai poliziotti, potrebbe essere un collegamento alla musica originale che è quella di un rock country proveniente veramente dall’altro lato dell’Atlantico, su cui Gianco ha costruito un nuovo testo. “In terza fila vedo uno / che somiglia molto a mio cugino / porco cane è proprio Bruno, / ma perché s’è fatto celerino? / Ma se ci prova a venire su, / io dalle scale lo ributto giù”.

Oltre che nel 45 giri condiviso con “Liberiamo” di Manfredi, il brano compare anche nel disco dal vivo che raccoglie le registrazioni della VI Festa del Proletariato Giovanile (a cui partecipò anche Umanità Nova) organizzata da Re Nudo, tenutasi al Parco Lambro di Milano dal 26 al 29 giugno 1976. Nella versione dal vivo, Gianco cambia l’imprecazione della seconda strofa, il disco immortala così per la prima volta una bestemmia, che prontamente svanirà nelle edizioni successive.

La canzone mostra l’assurdità della proprietà privata che permette a qualcuno di poter possedere anche interi palazzi e di poterne disporre come crede. “Sul pavimento le piastrelle / son dipinte tutte quante a stelle / sulla parete abbiamo scritto / «questa casa è nel nostro diritto» / se le tenete vuote cari miei, / le conserviamo intanto noi per voi / di qui non uscirò, / questa casa non la mollerò”.

Gli ultimi due versi accompagnano la fine di ogni strofa, per ribadire la determinazione degli occupanti. Lo sgombero prosegue e gli assedianti ricorrono a malefici artifizi. “Un candelotto viene su, / non si respira, non se ne può più / mia moglie stringe fra le braccia / un bel bambino lucido da caccia / di questi tempi non ci sono santi, / con tanti ladri è meglio stare pronti”. Il verso più enigmatico della canzone potrebbe riferirsi allo sgombero delle case occupate di Milano in via Tibaldi del ’71 in cui morì un neonato per i gas lacrimogeni, oppure potrebbe essere un richiamo alla copertina del singolo, in cui compaiono una signora e un bambino che impugnano un fucile e una pistola. “Presto la porta si aprirà, / un poliziotto ci sorriderà / ci chiederà se per favore / vogliamo scendere in un paio d’ore / sarà gentile ci darà del Lei, / ne ammazzerà soltanto cinque o sei / ma di qui non uscirò, / questa casa non la mollerò”.

2 Piombo A Tempo – I Don’t Need Your Gadgetz

Dopo la pionieristica esperienza della Lion Horse Posse, crew nata all’interno del centro sociale milanese Leoncavallo, da cui presero il nome, Fumo e Lele Prox si sono messi insieme per un unico album, Cattivi Maestri del 1995. Il loro nuovo progetto si chiamava Piombo A Tempo, tutto un programma già dal nome.

Nel disco si trovano pezzi contro la retorica e i disvalori della classe politica della cosiddetta Seconda Repubblica: dal razzismo istituzionalizzato al liberismo sfrenato, passando per ipocriti e perbenisti sono tutti nel loro mirino. I loro testi sono scritti in modo schietto e genuino, senza ricercare sofismi o eleganza lirica. Le tracce presentano un flusso di parole, con un senso ben preciso, in cui la semplicità non lascia spazio ad interpretazioni: “liriche esplicite, niente metafore”. Ragionamenti e concetti sono messi in fila e rimangono ancora oggi per nulla scontati.

Questo progetto è un esempio di come la forza del rap sia stata quella di riportare al centro la parola, dopo decenni dominati da piroette di chitarre e tastiere, oltre che da mattanze a suon di basso e batteria. Anche le basi però hanno la loro importanza e se, possono apparire elementari e sobrie a distanza di tanti anni, vi si può cogliere, oltre al controllo della tecnica, un’attenzione per la ricerca delle campionature che fanno di “Cattivi Maestri” un album irripetibile. Una miscela di sonorità e sintassi: piombo a tempo, per l’appunto.

In un angolo della copertina hanno aggiunto un rettangolo bianco e nero con scritto “statevi accorti maleparole” a colori invertiti, trasformando il monito “parental advisory explicit content”.

Il brano incomincia con una sagace quanto spregiudicata critica al consumismo imperante. “Scaffali su scaffali su scaffali per stronzate a quintali / Ma dimmelo quanto vali / (…) Io non giudico la gente dall’antenna TV / Niente invidia, niente gelosia / Tu vai per la tua strada e io continuo per la mia / Che ho già speso troppo tempo ed era tempo sprecato / A parlare a chi inseguiva il sogno americano”.

L’ospite che andrà ad interpretare il ritornello è una vera chicca, spiazzante quanto simbolica. La canzone dà spazio (è proprio il caso di dirlo) direttamente a chi si oppone alle speculazioni e al lusso nella capitale italiana di paninari, mister produttivi e padroni di fabbrichette. “E adesso un simpatico coro dei giovani delle case occupate di Milano / Che vivono una vita semplice e piena di sorprese: / I don’t need your gadgetz / I don’t need your gadgetz”. Il canto all’unisono degli occupanti scandisce con leggiadria il rifiuto degli sfarzi dei padroni della città. “Esclusivo è l’aggettivo / Che tu vuoi cucito addosso come fosse un distintivo / Come spieghi questo spreco, quest’inutilità / Forse sei caduto in una pubblicità da bambino / Come Obelix il gallo / E questo ti ha condizionato il cervello, / Che se fossero alla moda / Porteresti anche le corna / Cazzo, non ti digerisco neanche con l’Averna”. Nel brano vi è anche la partecipazione di Zona Enne che affianca Fumo alle rime. “Insomma, credi di aver tutto / Ma qualcosa ti manca / Ti manca il mio rispetto che non puoi mettere in banca / E magari tu mi chiami punkabbestia / Dici in giro che sono un cattivo maestro, / Ma non mi faccio comprare dai gadget del potere / Rimango come sono e come sono sto bene”.

3 Ministri – Diritto al tetto

I Ministri sono un trio che da metà anni zero ha dato un importante influsso alla scena indie rock. L’alternare di parti cantate graziosamente ad altre urlate e crude accompagna la maggior parte della loro produzione. Un altro aspetto tipico dei brani della band milanese è quello di proporre testi non sempre facili da decifrare con certezza ma in cui si può scorgere una interessante lettura del mondo in cui viviamo. Spesso tra le strofe stanno appostate sediziose accuse verso i paradossi che accompagnano le nostre vite, critiche che si scagliano contro l’accettazione di pratiche e regole date per scontate.

Una di queste canzoni è “Diritto al Tetto”, brano incluso nel loro secondo album Tempi Bui del 2009. “Diritto al tetto e a non avere un tetto / Diritto al tetto e a non averlo / L’anima non serve, serve un posto dove stare / L’anima alle bestie, noi pensiamo con il pane / Le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta / Tiriamo su un ostello nella steppa”. La canzone è ispirata ad un fatto di cronaca relativo ad una persona senza dimora, che a Milano venne processata per furto e finì agli arresti domiciliari per un anno. Non avendo una casa, venne confinato in una panchina di un parco in cui sarebbe dovuto essere reperibile per i successivi 12 mesi. Niente di speciale per la giustizia, se non fosse che sopra quella panchina mancava il tetto. Assentatosi per provvedere ai propri bisogni corporei, venne arrestato appena tornò reperibile. “Lasciami per terra o trovami una casa / (…) Date i domiciliari sulle panchine / Anche su quelle dove non ci si può sdraiare”.

La canzone accenna all’arredo urbano antibarbone che mira ad allontanare i senza dimora e ad umiliarli. “Diritto al Tetto” rimarca la vergogna di case sfitte o abbandonate quando ci sono persone che ne avrebbero bisogno e, parallelamente, denuncia anche la discriminazione che subisce chi una casa non ce l’ha. Un pezzo crudo che scorre veloce senza trattenersi. “Paga la colpa di soffrire il freddo / Paga la multa per dormire all’aperto”. “Diritto al tetto e a non avere un tetto…” il ritornello viene ripetuto allo sfinimento mentre le bacchette pestano come si deve le membrane tese dei fusti della batteria “…Diritto al tetto e a non averlo”.

EN.RI-OT

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