Lotte NO F-35 a Trapani Birgi. Contro l’hub dell’addestramento piloti dei cacciabombardieri

Vivere in Sicilia significa fare i conti quotidianamente con il ruolo che i poteri centrali e militari le hanno cucito addosso. Il nostro territorio è da decenni un avamposto strategico della logica bellica, un nodo di quella rete di basi, radar e comandi che trasformano la nostra terra in una portaerei del Mediterraneo. L’ultimo, pesantissimo tassello di questo disegno è l’installazione all’aeroporto di Trapani-Birgi di un hub funzionale all’addestramento dei piloti dei caccia bombardieri F-35, macchine di morte progettate per proiettare distruzione in giro per il mondo. Di fronte a tutto questo, l’idea stessa di futuro viene subordinata alle esigenze della NATO e delle multinazionali delle armi, mentre i nostri ospedali smontano i reparti, i collegamenti interni restano un’utopia e la desertificazione economica spinge i giovani a partire.

Eppure, proprio dentro questo scenario apparentemente immobile, qualcosa sta iniziando a muoversi. I primi passi del Comitato No F-35 Trapani-Birgi testimoniano che una parte della cittadinanza non è più disposta a chinare la testa o a delegare ad altri la gestione della propria vita: il comitato, in meno di un anno, è riuscito a raccogliere diverse realtà e cittadini indipendenti, riunirsi pressoché mensilmente (l’ultimo incontro risale al 17 settembre), fare dei presidi a Trapani e a Marsala ed entrare nel dibattito pubblico locale attraverso comunicati stampa mirati. Certo, non ci nascondiamo dietro un dito: sappiamo benissimo che la strada davanti a noi è lunga, in salita e irta di difficoltà. Da marsalese so quanto la mia provincia sia un territorio complesso, spesso segnato dal fatalismo, dalla rassegnazione e dalla storica penetrazione di una cultura gerarchica e militarista che viene normalizzata ogni giorno dai media e dalle istituzioni: far passare il messaggio che la presenza di questi aerei non è un vanto o una fonte di sicurezza, ma un pericolo mortale, uno scempio etico e un furto di futuro ai danni della comunità, richiede un impegno costante, paziente e radicato. Non basta l’indignazione estemporanea o la semplice protesta di facciata: c’è bisogno di smontare radicalmente la narrazione ufficiale che dipinge le spese militari come “innovazione” e “sviluppo”, mostrando invece come ogni euro investito in armamenti sia un euro sporco di sangue e sottratto alla società civile.

Ma il nostro sguardo non può fermarsi al nostro recinto: il lavoro politico che stiamo provando a fare ha senso solo se riesce a ricollegare la specificità trapanese alla gestione complessiva del mondo. Quello che accade a Birgi non è un’anomalia locale, ma un ingranaggio preciso della macchina della guerra permanente, in cui i vari Stati sfruttano i territori periferici per i propri interessi calpestando coscientemente le comunità. Opporsi alla continua militarizzazione dei territori significa denunciare il modello di un mondo retto sulla sopraffazione, sulla violenza, sui confini armati e sulla devastazione ecologica; significa affermare, con la pratica della solidarietà e della lotta sociale, che un’altra idea di società è possibile, fondata sulla cura della terra, sulla cooperazione e sulla pace autentica. La strada è impervia, ma la costruzione del dissenso parte da qui, dal basso, da chi rifiuta di essere complice.

Luca Lo Buglio

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