Le spiagge del “Mediterraneo allargato”. Responsabilità italiane nel colpo di stato in Sudan.

Mentre scriviamo, il colpo di Stato in Sudan è ancora in corso.

Intanto però giungono segnali di un coinvolgimento dell’Italia.

Stando a quanto scrive il quotidiano online Africa Ex Press, i rapporti tra la giunta al potere in Sudan, in particolare i vertici della Rapid Support Force, e i governi che si sono succeduti in Italia durano da tempo.

In un articolo pubblicato il 13 agosto 2022, a firma di Massimo Alberizzi, si sostiene che già all’inizio dell’anno precedente c’era stata una visita in Italia. In particolare il 9 febbraio 2022 il capo della RSF, Mohamed Hamdan Daglo “Hemetti”, aveva visitato l’Italia accompagnato da uomini d’affari; la famiglia Daglo ha importanti investimenti in Etiopia e uno degli scopi della visita era acquistare attrezzature per impianti in costruzione in quel paese.

Con la scusa della lotta al terrorismo e al flusso migratorio verso l’Europa, Hemetti ha ricevuto armi e istruttori.

La Rapid Support Force è composta in gran parte da ex janjaweed, i famigerati terroristi arabi soprannominati “diavoli a cavallo” famosi perché in Darfur attaccavano i villaggi africani (ammazzavano gli uomini stupravano le donne e rapivano i bambini). Il loro comandante, Mohamed Hamdan Daglo, meglio conosciuto con il soprannome di Hemetti, è anche vicepresidente del Sudan. Davanti a funzionari dell’Unione Africana ha ammesso di essere il mandante di massacri e stupri nel Darfur meridionale all’inizio di questo secolo. Dal 2013 ha preso il comando delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che fra l’altro sono responsabili del massacro di Khartoum, oltre cento manifestanti assassinati.

Secondo Africa Ex Press, “Attraverso l’RSF Hemetti ha preso il controllo” delle operazioni di estrazione dell’oro in Sudan nel 2017. Nel 2019 era una delle persone più ricche e potenti del Sudan attraverso la sua società al-Junaid, che ha una vasta gamma di interessi commerciali, tra cui investimenti, miniere, trasporti, noleggio auto, ferro e acciaio.”

Il coinvolgimento dell’Italia in Sudan è stato approvato dal Parlamento.

Nella autorizzazione parlamentare alla proroga delle missioni militari all’estero, viene autorizzata anche la missione n.32, così descritta: “Personale impiegato presso la base militare nazionale nella Repubblica di Gibuti per le esigenze connesse con le missioni internazionali nell’area del Corno d’Africa e zone limitrofe”. E il Sudan, se non è Corno d’Africa, è sicuramente zona limitrofa.

Del resto sono anni che ministri, generali ed esperti ci sfondano le orecchie con il Mediterraneo allargato: la lotta ai flussi migratori e la difesa delle frontiere, oltre alla lotta al terrorismo, è la foglia di fico sotto cui cresce la penetrazione militare in Africa, europea e italiana.

È forse un caso che il colpo di Stato a Khartoum si avvenuto pochi giorni dopo la visita di Taitù Meloni in Etiopia?

 

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