L’accordo transitorio siglato nel giugno 2026 tra Stati Uniti e Iran non rappresenta una soluzione strutturale della crisi mediorientale ma l’ingresso in una fase diversa del conflitto, segnata da una maggiore complessità politica e securitaria. Il memorandum d’intesa bilaterale, fondato su una tregua provvisoria di sessanta giorni, sull’allentamento di alcune sanzioni economiche e sulla riapertura parziale delle rotte commerciali nel Golfo Persico, nasce come via d’uscita tattica da un’escalation che rischiava di travolgere i mercati globali e la sicurezza energetica internazionale. Ma la sua architettura presenta una contraddizione originaria: mentre l’intesa prevede la cessazione delle ostilità in Libano, l’attore militarmente attivo contro le milizie sciite non è Washington bensì Israele, la cui dottrina di sicurezza difficilmente potrà essere ricondotta entro i vincoli di un accordo bilaterale percepito come favorevole a Teheran.
Per comprendere la riapertura del conflitto tra Iran e blocco occidentale, occorre risalire alla traiettoria storica dello scontro israelo-iraniano dopo la rivoluzione islamica del 1979. Da allora, l’obiettivo costante di Tel Aviv è stato quello di mantenere l’Iran in una condizione di debolezza interna e isolamento geopolitico, considerata più compatibile con la sicurezza nazionale israeliana. In parallelo, la gestione del fronte palestinese da parte della destra israeliana, in particolare sotto la leadership di Benjamin Netanyahu e del Likud, ha risposto a una logica di frammentazione politica: per anni i governi israeliani hanno tollerato il controllo di Hamas sulla Striscia di Gaza, indebolendo così l’Autorità Nazionale Palestinese di Ramallah e ostacolando qualsiasi prospettiva concreta di soluzione a due Stati. Mantenere Hamas attivo a Gaza significava conservare uno stato d’emergenza permanente, utile sia sul piano interno sia sul piano della giustificazione verso i partner occidentali.
L’attacco del 7 ottobre 2023 ha però segnato il punto di rottura di questa dottrina. Israele ha progressivamente abbandonato il semplice contenimento per passare a una strategia di smantellamento della rete di prossimità iraniana, colpendo Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e più in generale la profondità strategica di Teheran. In questa fase, gli Stati Uniti hanno accompagnato e sostenuto tale traiettoria attraverso anni di sanzioni, pressioni economiche e campagne aggressive sotto il pretesto del contenimento nucleare, offrendo di fatto una costante sponda geopolitica alla linea israeliana. La guerra diretta tra Israele, Stati Uniti e Iran si è poi compiuta nei primi mesi del 2026, con l’eliminazione di figure chiave del comando iraniano, inclusa la Guida Suprema Ali Khamenei e la prima linea della difesa e della sicurezza nazionale.
La scomparsa di Khamenei e la decapitazione del vertice militare hanno modificato profondamente la struttura della governance iraniana, accelerando il passaggio da un modello gerarchico e piramidale a una configurazione più orizzontale e securitaria. Storicamente, la Guida Suprema rappresentava il perno di equilibrio assoluto del sistema, arbitrando le tensioni tra clero, istituzioni politiche e apparati di sicurezza. In assenza di una figura centrale di quel tipo, il potere si è distribuito in una rete di comandi paralleli, più autonomi e più impermeabili al controllo civile. La successione di Mojtaba Khamenei ha incontrato forti riserve teologiche e politiche, ma proprio questa debolezza ha reso la nuova guida sempre più dipendente dagli apparati militari dei Pasdaran, che hanno assunto un ruolo di custodia e di controllo diretto dei gangli decisionali dello Stato.
Nel frattempo, la presidenza riformista di Masoud Pezeshkian è rimasta di fatto paralizzata. Eletto con la promessa di introdurre riforme economiche e limitare il peso degli apparati repressivi, Pezeshkian è stato escluso dalle decisioni cruciali sulla sicurezza nazionale e sulla politica estera, ormai monopolizzate da un consiglio militare informale legato all’IRGC. Sul campo, questa transizione si è tradotta in una dottrina di scontro decentralizzata, in cui i comandanti locali delle forze navali e missilistiche operano secondo protocolli prefissati e con margini di autonomia elevati, rispondendo agli attacchi e colpendo il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, anche in assenza di ordini diretti dalla capitale. Questo assetto ha reso inefficace la pressione diplomatica americana, spingendo Donald Trump a dichiarare pubblicamente di non sapere chi guidasse realmente l’Iran, ma ha anche consentito al regime di assorbire meglio gli effetti delle offensive mirate.
L’avvio dei colloqui è stato ostacolato da un clima profondo di sfiducia reciproca. Teheran chiedeva garanzie immediate sul ritiro delle forze navali dal Golfo, lo sblocco degli asset finanziari all’estero e l’inclusione della tregua sul fronte libanese. La mediazione è arrivata comunque alla firma, il 17 giugno 2026, di un memorandum transitorio che ha garantito all’Iran concessioni economiche significative, in cambio di un impegno temporaneo a non superare la soglia militare nello sviluppo del programma nucleare. Tuttavia, il testo non contempla lo smantellamento dell’arsenale missilistico, né la riduzione delle forze convenzionali iraniane, suscitando critiche da parte israeliana e alimentando l’idea che la tregua equivalga, di fatto, a un salvagente finanziario concesso a un regime altrimenti prossimo al default. Sul piano interno, però, l’accordo ha avuto un effetto ancora più rilevante: ha consolidato la saldatura tra leadership religiosa, apparato militare ed economia controllata dai Pasdaran. L’IRGC domina infatti gran parte della struttura produttiva e finanziaria iraniana, controllando banche, compagnie di navigazione, infrastrutture portuali e traffici nel mercato grigio del petrolio. In un sistema in cui gli investimenti esteri devono passare da joint-venture con partner locali e dove molte delle imprese strategiche sono riconducibili alle fondazioni o alle holding militari, i flussi finanziari derivanti dall’allentamento delle restrizioni finiscono quasi inevitabilmente nelle mani degli apparati di sicurezza. La tregua ha dunque rafforzato ulteriormente il blocco religioso-militare attorno a Mojtaba Khamenei, mentre la borghesia mercantile, colpita dalla parziale riapertura dei commerci e dallo scongelamento di alcune attività nel Golfo, ha ridotto la propria ostilità verso il regime.
Ma i successi tattici sul piano negoziale non si sono tradotti in alcun sollievo per la società civile iraniana. Al contrario, l’evoluzione del potere in senso ultra-securitario ha coinciso con un aspro irrigidimento della repressione interna. Nel 2025 l’Iran ha registrato un’impennata drammatica delle esecuzioni, con oltre duemila condanne a morte eseguite, mentre nel 2026 la guerra aperta con Israele e Stati Uniti ha fornito al regime il pretesto per giustificare arresti preventivi, repressione del dissenso e criminalizzazione del sospetto di collaborazionismo. Le proteste esplose tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026 sono state soffocate con brutalità, nel quadro di un blackout informativo quasi totale e di una presenza capillare di forze di sicurezza e milizie sciite straniere. Le stime sulle vittime civili sono altissime e testimoniano la gravità di un apparato repressivo che agisce, ormai, come strumento ordinario di governo.
Alla chiusura del quadro, la tregua del 2026 non risolve il conflitto ma certifica lo stallo di tutti i principali attori della crisi mediorientale. Gli Stati Uniti recuperano margine di manovra economico e marittimo, ma senza scalfire davvero la determinazione strategica iraniana. Israele, pur avendo inferto colpi durissimi alle strutture esterne di Teheran, si trova davanti a una leadership iraniana più rigida, più securitaria e meno permeabile alle pressioni. L’intera partita continua così a giocarsi sulla pelle delle popolazioni civili: in Iran, sotto il peso del terrore di Stato e delle impiccagioni politiche; a Gaza e in Libano, sotto gli effetti distruttivi di una guerra che non si misura soltanto con gli equilibri tra potenze, ma con il numero di vite spezzate.
JR