Coazione a ripetere

Nel momento in cui queste righe vengono scritte (domenica 25 marzo 2018), credo che – come me – la stragrande maggioranza dei lettori di Umanità Nova abbia a che fare con il lamento di quei tanti che, da sinistra, hanno votato per il Movimento 5 Stelle ed ora si sentono presi per i fondelli. In effetti, bisogna dire che il Movimento 5 Stelle, in questo, si è mostrato davvero diverso dagli altri: si è presentato per quello che è immediatamente, senza nemmeno dare a quei suoi elettori di cui sopra il prammatico anno circa di innamoramento per la propria scelta.

In effetti, la cosa in teoria non avrebbe dovuto stupirli più di tanto, dato che dopo oltre due secoli (almeno) di tentativi di cambiare “da sinistra” lo stato di cose presente, in tutto o in parte, tramite la presa del potere politico, con la scheda o con il fucile, questi sono tutti, senza eccezione alcuna, falliti miseramente ed i partiti in cui si era riposta la propria fiducia si sono trasformati rapidamente nel contrario delle aspettative dei loro supporters. È difficile fare un computo esatto, ma non ci sbaglieremo di sicuro nel contare tali fallimenti (e relative trasformazioni di partiti nati con idealità progressiste in gruppi di potere oggettivamente destrorsi) nell’ordine delle migliaia, solo per contare i maggiori. Oramai dovrebbe bastare, in teoria, il semplice calcolo delle probabilità per convincere chiunque della validità delle analisi anarchiche in merito alla funzione del potere politico e del conseguente rifiuto della presa dello stesso come strumento di cambiamento della società in una comunità di “liberi ed eguali”.

Dovrebbe, appunto: eppure centinaia di milioni di persone in buona fede continuano imperterrite a sperare in una strada talmente fallimentare da far pensare non solo che siano in preda ad un meccanismo ideologico che li ingabbia in scelte per loro del tutto controproducenti ma, anche, che avesse ragione Stirner nell’utilizzare, per descrivere tali fenomeni, un termine legato alla psichiatria. Infatti, mentre il termine “ideenkleid”[1] (tradotto solitamente con “ideologia”) usato da Marx fa capo all’idea del “travestimento”, il termine “fissazione” usato da Stirner indubbiamente rende molto meglio fenomeni come quello di cui stiamo parlando che, indubbiamente, ricordano moltissimo una coazione a ripetere in atteggiamenti dimostratisi inequicabilmente portatori di dolorosi danni nei confronti delle stesse persone che li adottano.

Da questo punto di vista, anche il comportamento dei compagni legati al progetto di Potere al Popolo innesca considerazioni simili, anche se qui, forse, l’errore è più profondo. Come si saprà, la lista elettorale in questione è nata intorno allo spazio sociale napoletano dell’ex OPG “Je So’ Pazzo”, estremamente attivo ed operante sul territorio a livello di massa – e qui dobbiamo aprire una breve parentesi descrittiva della situazione di movimento napoletana.

La città, come è facile ricordare, è stata per un ventennio in preda ad un’“emergenza rifiuti” dai contorni enormi, che vedeva la metropoli, nonché le altre città ed i paesi dei dintorni, sommersi ogni tre/quattro mesi circa da cumuli di immondizia impressionanti, mentre in ogni spazio disponibile tra le città ed i paesi venivano interrate o bruciate enormi quantità di rifiuti tossici provenienti da tutto il mondo – il tutto con complicità che si ponevano ad ogni livello del potere politico ed economico. In questo frangente, l’unico punto di riferimento per la popolazione avvelenata è stata la sinistra radicale che ha iniziato e portato avanti a lungo un notevole lavoro a livello di massa, che gli ha creato una consistente credibilità popolare. Un personaggio atipico come il sindaco Luigi De Magistris – visto dalla popolazione, a torto od a ragione, come legato ai movimenti contro il degrado ambientale e slegato dai “poteri forti” – è comprensibile solo partendo da questa situazione; così come senza tenere conto di ciò non si può capire come, facendo un calcolo ad occhio, la città vede oggi uno spazio sociale liberato all’incirca ogni trentamila abitanti. Il tutto, poi, senza contare la presenza capillare di numerose parrocchie legate all’estrema sinistra cattolica rappresentate dal leader dei padri comboniani Alex Zanotelli, altrimenti il conteggio sarebbe ancora più impressionante.

Altra cosa da capire, poi, è che assai raramente queste decine di realtà si muovono nell’ottica, tutta politica nel senso stretto della parola, dei vecchi “centri sociali” ma, al contrario, sono nati e continuano ad operare in stretto rapporto con il territorio, fungono un po’ da comitati di quartiere ed offrono tutta una sorta di servizi al territorio – una sorta di “welfare dal basso” – e questo indipendentemente dalla matrice politica dei suoi militanti. L’idea di costituire un esperimento di democrazia diretta e di autogestione popolare del territorio altro dalle istituzioni era il collante ideologico comune di tutte queste esperienze – sia pure con qualche limitato distinguo legato al rapporto con il “comune amico” – un collante che ha avuto un momento di crisi con l’entrata in campo elettorale dell’ex OPG.

Ricapitolando, ciò che ha fatto di Napoli una sorta di roccaforte della sinistra antiistituzionale sono stati due elementi: il primo, un radicale e lungo lavoro di massa sui territori, il secondo il fatto di essere riuscita a farsi identificare a livello popolare come “altra” dal sistema dei partiti e dintorni. Se questo è vero, allora il tentativo di “capitalizzare” in termini elettorali una tale forza non può che erodere la base di questo radicamento popolare, senza alcuna speranza razionale di ottenere risultati diversi dalle migliaia e migliaia di tentativi precedenti. Ancora una volta, solo una sorta di coazione a ripetere masochista può spiegare certi comportamenti.

Per chiudere, una constatazione. Quando qualunque realtà di movimento si impegna in un lavoro di massa sul territorio, si rende conto facilmente che il cosiddetto “popolo della sinistra” – nell’accezione radicale del termine – non quanto vorremmo ma è certo ben più consistente di quell’1% rimediato da Potere al Popolo nella sua avventura elettorale. Cosa, tra l’altro, riconosciuta implicitamente dagli stessi militanti di Potere al Popolo, prima nelle loro speranze di superare il fatidico 3%, ora nella loro volontà di proseguire nell’esperienza per convincere che si è astenuto a votarli alla prossima occasione.

Il problema (per gli altri) è però proprio qui: il “popolo della sinistra radicale” è in larga parte astensionista, non vota per Potere al Popolo e nemmeno per il Movimento Cinque Stelle, dato che tutte le indagini statistiche mostrano che il travaso dei voti nella loro direzione proviene, e non da adesso, in larga parte dal “popolo della sinistra” nell’accezione moderata del termine. Certo, ci farebbe piacere che fosse ben più attivo di quant’è, ma almeno mostra di essere riuscito a sfuggire a quella maledetta coazione a ripetere che ingabbia ancora tante energie militanti e costituisce perciò, nell’immediato, l’obiettivo principale del nostro intervento di massa. Ogni altra strada non farà che allontanarlo.

Enrico Voccia

NOTE

[1] Alla lettera “vestito di idee” nel senso di un idea che maschera (“traveste”) la realtà effettiva delle cose portando le persone a comportarsi in maniera controproducente relativamente ad i propri interessi di classe.

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