La violenza non è un’emergenza. A proposito di femminicidi

Ancora una volta i femminicidi e la violenza di genere vengono definiti un’emergenza. A farlo stavolta è la massima carica dello stato, il presidente della repubblica in persona.

Lo scorso 17 settembre Mattarella è andato in visita istituzionale alla “stanza rosa” dell’ospedale di Grosseto, dove nel 2010 fu avviato come progetto pilota il Codice Rosa, divenuto istituzionale e applicato poi in tutt’Italia dal 2016. In tale occasione il presidente ha dichiarato che “Il fenomeno della violenza nei confronti delle donne, che prima non veniva neppure considerato con attenzione adeguata, è un’emergenza di primaria importanza nella vita del nostro Paese, come ovunque”.

Ha inoltre richiamato la necessità di cancellare “questa sorta di ritardo, di deficit, di carenza culturale e di assenza di umanità, che è alla base del fenomeno della violenza”.

Termini come patriarcato e sessismo, veri responsabili della violenza di genere, ancora una volta risultano tabù nella comunicazione ufficiale.

Pochi giorni fa i dati ISTAT hanno confermato la diffusione e la pervasività della violenza di genere in Italia: il 15,3% delle donne italiane tra i 16 e i 75 anni, ovvero circa 3 milioni, e l’11,4% delle straniere di questa stessa età, oltre 244mila persone, hanno subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale prima dei 16 anni.
Negli ultimi due decenni si è assistito ad una recrudescenza delle politiche securitarie e repressive che ha alimentato e fatto leva strumentalmente anche su sentimenti di paura e di insicurezza, attuando esclusivamente una risposta punitiva che ha visto l’introduzione di pene sempre più severe. In un simile contesto, anche la violenza contro le donne è stata spesso invocata come giustificazione morale per questo “populismo punitivo”.

Così, da dicembre 2025, è stato introdotto il reato di femminicidio (art. 577 bis c.p.): da allora quindi i dati ufficiali conteggiano come femminicidi solo i casi per cui ad oggi è stato avviato un procedimento penale sotto questo specifico reato.

Secondo gli ultimi dati ministeriali, nel primo semestre del 2026 sono solo 8 i casi che vengono inquadrati come femminicidi, mentre 28 sono definiti omicidi volontari (art. 575 c.p.).

Invece, la situazione registrata dall’Osservatorio contro femminicidi, lesbicidi e transcidi di NonUnaDiMeno (https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/) è assai diversa: 32 femminicidi, 2 suicidi indotti di donne, 1 suicidio di una ragazza trans, 63 tentati femminicidi.

Se mai ce ne fosse stato bisogno, questo confronto, conferma l’ennesimo uso del diritto penale come strumento di risposta emotiva e di propaganda per ottenere consenso.

Ma già da questi primi mesi di attuazione emerge un dato molto più grave: la vaghezza della norma e dei suoi faziosi parametri, comporta dal punto di vista giuridico, la riduzione dei casi e quindi la negazione della matrice originaria degli stessi: la cultura patriarcale basata sul binarismo di genere.

Nell’Osservatorio di NonUnaDiMeno, ogni femminicidio, lesbicidio, transcidio, uccisione di sex worker viene raccontato per quello che è, non viene solo contato. Ogni femminicidio è un’accusa al maschio che ha ucciso, al maschio che non ha accettato la libertà della persona che diceva di amare, al maschio che non riesce a stare solo, al maschio che non accetta un ruolo di cura.

Bisogna ribadire ancora una volta che non si tratta di emergenza. La violenza di genere e la violenza maschile sulle donne non sono emergenze, sono fatti del tutto strutturali, radicati profondamente in questa società sessista. È un intero sistema sociale, culturale ed economico, da nord a sud, da est a ovest, basato sul potere del maschio, basato sul controllo e sul possesso, in tutti i sensi, in tutte le declinazioni e a tutti i livelli possibili. È il patriarcato.

Il femminicidio contiene in sé la distorsione di un rapporto di potere in cui chi subisce la violenza non può, non ha potuto, nel corso della relazione, lunga o breve, protestare, scappare, decidere di allontanarsi. I femminicidi e le violenze di genere sono preceduti da relazioni tossiche dove la sequenza è sempre la stessa: controllo – possesso – abbandono – morte: sempre la stessa in ogni femminicidio, lesbicidio, uccisione di sex-worker.

Eppure c’è sempre qualcuno che, negando l’evidenza, si alza e ad alta voce proclama che non esiste il “femminicidio” e non esiste l’anzianicidio”, trovando purtroppo largo séguito. Ma perché? Negare vuol dire assolversi perché il fatto non sussiste e spesso, addirittura, vuol dire colpevolizzare la vittima, perché non ha fatto “la brava persona evitando il pericolo”, perché “se lei non vuole non succede”.

Così, i femminicidi e le violenze di genere sono percepiti come “eventi” che accadono ad altre persone, ma che non possono capitare a me, non possono capitare nella mia famiglia, non possono capitare a mia figlia e alle mie amiche.

Negare il femminicidio è la difesa machista e fascista di un sistema patriarcale che vuole mantenersi tale.

Anche la narrazione tossica della violenza è una forma di negazione del femminicidio. Spesso gli articoli e i media che parlano dei femminicidi riportano immagini “felici” della coppia, lei sorridente abbracciata al suo assassino. È successo anche con Lorena, uccisa e buttata da un cavalcavia; è successo con Anna Scala, ammazzata a coltellate e abbandonata nel bagagliaio. E con molte altre. È quella narrazione tossica che parla sempre di amore, che “non poteva vivere senza di lei”: si oscura così la sequenza che caratterizza il femminicidio: possesso, violenza, controllo; con il termine amore si romanticizzano relazioni di violenza, in cui dei maschi uccidono perché non accettano di perdere il controllo sui corpi e sulle vite di quelle che considerano le “loro” donne e quindi le ammazzano, spesso togliendosi la vita successivamente, assicurando a sé stessi il possesso, il dominio e il controllo per sempre. Quando questi violenti e assassini si tolgono la vita, spesso vengono definiti “molto sofferenti e provati dalla relazione”: frasi che leggiamo sui giornali e che si sentono spesso risuonare anche nelle aule dei tribunali.

Se mai qualcun avesse creduto che una legge come quella che istituisce il reato di femminicidio, bastasse a riconoscere l’esistenza della violenza di genere in questo sistema, diciamo che questa legge, che liquida in termini esclusivamente punitivi (e selettivi) la violenza di genere, è figlia di un sistema che non mette in discussione la matrice sessista e patriarcale della violenza, di un sistema tanto più oppressivo e odioso in questa fase, in cui la terna Dio Patria Famiglia rappresenta le linee guida per mantenere le donne e tutte le persone non maschi cis etero inchiodate al ruolo di cura, per riprodurre carne da macello e da lavoro.

Claudia Scotto

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