Si applica (anche troppo) ma non è intelligente. Le molte implicazioni dell’intelligenza artificiale

Abbiamo voluto ragionare con LaTram, fumettista e illustratrice, dell’impatto diretto che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale può avere su alcune professioni tipicamente creative, ma anche delle generali ricadute ambientali che derivano dall’impiego sempre più massiccio di questa tecnologia. Di seguito l’intervista

D. Parlaci della tua attività di disegnatrice e di come l’hai vista cambiare negli ultimi anni con lo sviluppo delle tecnologie informatiche
R. Da circa vent’anni faccio questo lavoro, sono fumettista e illustratrice, e mi dedico anche al graphic journalism. La professione è cambiata moltissimo, in generale, ed ha sfruttato tante opportunità tecnologiche che via via si sono presentate. L’introduzione dell’intelligenza artificiale tuttavia ha impresso un mutamento enorme e massiccio, in costante e vorticosa evoluzione, e che rende difficile metabolizzare e gestire l’impatto. Da un mese all’altro si creano versioni sempre più aggiornate e più potenti di intelligenze artificiali che lavorano su quantità di data set sempre più estesi e che, in modo sempre più raffinato, riescono a comprendere i prompt e a interpretare meglio le richieste.
Personalmente, lavoro in analogico, cioè disegnando e colorando manualmente le mie opere, ma devo comunque mettere le mie produzioni in rete per farle conoscere agli editori, come fa tutto il mondo dei creativi di cui faccio parte. Ebbene, mettere su Internet un lavoro anche artigianale, lo sottopone al rastrellamento dell’intelligenza artificiale.

D. Potresti spiegarci, a grandi linee, come funziona il sistema della AI nello specifico settore delle immagini?
R. Le intelligenze artificiali per poter funzionare bene devono essere addestrate su una raccolta organizzata e strutturata di dati, il data set, che un software può analizzare per effettuare la ricerca e l’elaborazione della richiesta. Quanto più il data set è ampio, tanto maggiore sarà la qualità di ciò che viene prodotto dalla AI. Quanto più nutri e “dai da mangiare” alla AI, tanto più essa impara e poi produce, in ambito visivo, immagini altamente dettagliate e professionali. Questo significa che, nell’ambito della creatività, lavorando ad esempio con illustrazioni, possono essere recepite indicazioni molto puntuali e riprodotto quello che è esattamente contenuto nella richiesta. La rete è piena di immagini, caricate dagli illustratori stessi per dare visibilità alle loro produzioni. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale questa quantità di dati è disponibile per essere utilizzata senza che vi sia, ad oggi, una regolamentazione. Le AI, al momento, possono usare per “allenarsi” tutto quello che c’è su internet: immagini originali, immagini elaborate, fotografie etc.
Un esempio emblematico e paradossale dell’uso indiscriminato della AI ce lo ha dato una vicenda recentemente svoltasi in Spagna. Il manifesto per il Festival del fumetto di Valencia è stato “commissionato” all’intelligenza artificiale, la quale, in base alle informazioni ricevute, ha realizzato un manifesto praticamente identico a quello autentico prodotto per un Festival della letteratura da Paco Roca, il fumettista spagnolo attualmente più famoso. Ne è nato un caso, il manifesto copiato è stato ritirato etc., ma la vicenda mostra in modo lampante che se commissioni un manifesto “in stile Paco Roca”, puoi ritrovartene uno uguale, magari senza nemmeno accorgertene, con ciò che ne consegue; o puoi commissionare un manifesto con determinate caratteristiche, anche senza usare il prompt di un autore specifico, e l’intelligenza artificiale decide autonomamente che lo stile di Paco Roca sia il più adatto per quel manifesto, senza che il committente sappia che quello è il prodotto di Paco Roca… Insomma, un delirio.
Inoltre basta cambiare un piccolissimo dettaglio di un’immagine per far sì che quella non sia più la tua immagine ma una che le assomiglia, quindi perde valore l’originalità della realizzazione, ma anche tutta la parte di ricerca precedente alla realizzazione del lavoro, cioè la progettazione, la composizione, la scelta del linguaggio grafico adeguato al messaggio da comunicare, la scelta della palette etc. La AI non sa ancora riprodurre tutto questo processo, ma crea diligentemente un’immagine che contiene tutto ciò che è nel prompt, appiattendo e svalorizzando il lavoro e soprattutto utilizzandolo impropriamente.

D. Dal quadro che hai fatto si deduce che ad essere messa a rischio non è solo la capacità creativa, ma anche il lavoro vero e proprio di una categoria non piccola di lavoratori e lavoratrici che operano nel settore della produzione grafica.
R. Esattamente. La questione dell’AI è ovviamente molto sentita dai lavoratori della creatività. Per cercare di introdurre delle tutele è nata EGAIR (European Guild Artificial Intelligence Regulation), un’organizzazione che associa lavoratori di diversi campi, non solo illustratori e fumettisti, ma tutti i lavoratori dell’immagine (grafici, pubblicitari etc.).
Lo scopo è quello di richiedere a livello istituzionale una regolamentazione nella fruizione delle immagini presenti in rete, e già dei passaggi sono stati fatti al Senato e a livello europeo.
Fra le varie richieste c’è quella di introdurre il consenso da parte degli autori. Attualmente infatti non è possibile negare il consenso all’utilizzo delle immagini come training set, cioè per l’addestramento per le intelligenze artificiali; introdurre una sorta di consenso potrebbe essere già una prima forma di protezione. Un’altra richiesta è che i nomi o i nomi d’arte degli autori non possano essere inseriti nel prompt, quindi che non sia possibile commissionare esplicitamente alla AI un’immagine indicando di riprodurre lo stile di quel determinato autore. Inoltre dovrebbe essere obbligatorio riportare in tutte le immagini che vengono elaborate dalla AI la dicitura “interamente realizzato con la AI” oppure “parzialmente realizzato con AI”. Manca, infine, anche una distinzione chiara tra materiale protetto da copyright, di cui si riconosce e si identifica con chiarezza l’autore, e materiale “di pubblico dominio”: può verificarsi che anche materiale protetto da copyright venga ugualmente utilizzato dalla AI. Non c’è una chiara classificazione delle immagini che si trovano su internet e anche la protezione del copyright non è sufficiente, talvolta perché la stessa definizione di copyright è attualmente soggetta a interpretazioni potenzialmente scivolose.
La proposta dell’EGAIR è quella di agire sul piano istituzionale, ma ci sono altri ambiti in cui lo stesso problema potrebbe essere affrontato tramite la sensibilità e la solidarietà. Mi riferisco al fatto che purtroppo l’uso indiscriminato delle immagini originali, tramite rielaborazione di intelligenza artificiale, viene ampiamente praticato anche negli spazi di movimento e in ambienti che dovrebbero mostrare attenzione ai diritti di lavoratori, perché questo noi siamo. Una categoria che, peraltro, non è nemmeno tutelata da sindacati, contratti nazionali, ferie pagate, contributi, malattia. Niente.
Se si vuole avere uno sguardo complessivo, se si vuole autenticamente produrre un cambiamento sociale e superare lo sfruttamento, non si possono ignorare le esigenze di tutto il mondo del lavoro. Non ci vorrebbe molto a mostrare solidarietà concreta evitando di utilizzare l’intelligenza artificiale quando si realizzano grafiche, locandine, materiali di propaganda, soprattutto perché molti artisti sarebbero e sono ben felici di prestare anche gratuitamente la propria arte. L’ho fatto io e lo hanno fatto tantissimi miei colleghi.

D. Oltre allo specifico impatto dell’AI sull’utilizzo delle immagini, andando su un piano più generale ti vorrei chiedere: l’intelligenza artificiale è realmente sostenibile, come qualcuno afferma sottolineando la possibilità di ottimizzare e ridurre i consumi energetici legati alla capacità di elaborare una quantità di dati ambientali?
R. Non sono un’esperta di transizione verde o roba del genere, peraltro tutta legata all’esigenza di rimodellamento del capitale, ma, stando a numerosi fonti ufficiali alle quali chiunque può accedere, mi pare proprio che la AI sia tutt’altro che sostenibile. Chi afferma il contrario sostiene che in un tempo relativamente breve si arriverà a una tecnologia tale da poter minimizzare l’impatto ambientale di questi data center necessari al funzionamento della AI. In realtà le ricadute sull’ambiente ci sono, ci sono ora e sono irreparabili e molteplici; riguardano elettricità, suolo, acqua, minerali critici, alla faccia di tutte le rassicurazioni e le minimizzazioni.
Secondo il recente rapporto delle Nazioni Unite sull’impatto dell’intelligenza artificiale, per esempio, entro il 2030 si stima che ci potrebbe essere un consumo fino a 945 terawattora l’anno di elettricità, cioè il triplo dei consumi elettrici annuali combinati di Pakistan, Bangladesh e Nigeria (fonte: Luca Aterini per Greenreport www.greenreport.it/news/scienza-e-tecnologie/62110-intelligenza-artificiale-consumi-naturali-nel-2030-lai-si-berra-lacqua-di-1-3-miliardi-di-persone)
E non è “solo” un problema di elettricità. Per addestrare e far funzionare la AI servono enormi data center, strutture colossali grandi quanto diversi campi da calcio, strutture che ospitano decine di migliaia di processori ad altissima potenza. C’è quindi un consumo diretto di suolo, che prevede espropri e desertificazione di aree geografiche estese in cui vengono posizionate le infrastrutture necessarie alla produzione di AI. Inoltre va ricordato che i chip dell’intelligenza artificiale sono alimentati da minerali critici: si tratta di minerali che si trovano tipicamente in aree geografiche di paesi così detti in via di sviluppo, dove l’attività estrattiva è meno controllata, dove lo sfruttamento del territorio, le perforazioni, le concessioni alle multinazionali rivestono caratteristiche apertamente coloniali e spesso sono concause di guerre. Anche questo è sfruttamento di suolo, ma non è “solo” questo: il fenomeno si intreccia con colonialismo, militarizzazione, sfruttamento della povertà.
Le enormi strutture destinate all’addestramento e al funzionamento dell’intelligenza artificiale si trovano generalmente vicine a corsi d’acqua o a falde acquifere, perché le distese di processori presenti nei giganteschi data center richiedono elevatissime quantità di acqua per il raffreddamento.
Acqua per produrre energia, acqua per raffreddare i processori che lavorano incessantemente; quantità di acqua assorbita per il funzionamento della AI e poi rilasciata nell’ambiente con relativo inquinamento, in primis delle falde acquifere stesse, con grave danno per l’approvvigionamento idrico della popolazione delle zone circostanti e con ricadute complessive. L’impronta idrica calcolata per la AI è enorme: si prevede che con la diffusione sempre più massiccia dell’intelligenza artificiale si arriverà a un consumo globale di acqua pari al fabbisogno annuo di 1,3 miliardi di persone.

D. Secondo te, quanta consapevolezza c’è del fatto che i data center generatori di intelligenza artificiale abbiano questo forte impatto ambientale, oltre che sociale?
R. Secondo me la consapevolezza è ancora poca e lo vediamo, come già detto, anche dalla disinvoltura con cui l’intelligenza artificiale viene utilizzata anche in ambiti di movimento proprio quelli che dovrebbero porre attenzione alle problematiche che questa tecnologia innesca, che sono tante e hanno delle interconnessioni profonde: dall’inquinamento ambientale, a forme di neocolonialismo per l’approvvigionamento di risorse energetiche, alla cancellazione di diritti dei lavoratori.
Ma la consapevolezza manca anche nel rapporto individuale con la AI. Una richiesta all’intelligenza artificiale consuma 10 volte più energia rispetto a una semplice ricerca su un semplice motore di ricerca. E se la diffusione della AI rappresenta un enorme occasione di profitto per il capitale, non va dimenticato che è la nostra interazione personale, più che il training delle AI, che determina la maggior parte del lavoro di questi computer: una conversazione con l’AI che preveda l’interazione continua, tipo “dimmi questa cosa, dimmela meglio etc.” produce un consumo di energia elettrica superiore di oltre 200 volte quello necessario per una semplice ricerca in rete. Il consumo è 1450 volte superiore, poi, se si utilizza la AI per la generazione di un’immagine, 200.000 volte superiore per la realizzazione di un breve video. Quindi siamo soprattutto noi, con le nostre interazioni spesso inutili, che alimentiamo questo circolo vizioso.

D. Tornando alla questione specifica dell’utilizzo delle immagini con AI e quindi al tuo settore di attività: qualche decennio fa le esperienze create dai media indipendenti e le possibilità, offerte dalla rete, di poter scaricare video e musica, furono vissute come una positiva estensione dell’accesso all’informazione e alla libera fruizione di prodotti culturali. Oggi l’intelligenza artificiale non potrebbe rappresentare un processo orizzontale di questo tipo?
R. Sicuramente l’intelligenza artificiale potrebbe essere utilizzata in modo più virtuoso, ma le dimensioni che il fenomeno sta prendendo rendono molto difficile, al di là di un tentativo di regolamentazione, una ipotesi di “autogestione” dello strumento tecnologico AI.
Con l’intelligenza artificiale abbiamo una generazione manipolata, derivata dall’elaborazione automatica di immagini originali rubate in rete ad autori in carne ed ossa, non mi sembra una grande conquista né democratica né orizzontale.
Che bisogno c’è? Con un foglio e una matita, o un computer e un programma di grafica chiunque può realizzare qualcosa, esprimendo quello che vuole, usando un linguaggio personale, coerente con ciò che vuole esprimere. La creatività non è altro che un’urgenza, è completamente avulsa dal risultato estetico finale, non c’entra niente. Non è che una cosa per essere valida deve essere bella e quindi fatta da una AI; questo secondo me è un altro di quei meccanismi che ci ha inculcato il capitalismo, per cui se una cosa non è perfetta, non è bella, non è meravigliosa, non è lucente, con la superficie senza macchia, allora non è valida. In realtà è valido tutto quello che tu senti l’urgenza di dire, è così che sicuramente arriva. Ed è così che si fa veramente comunicazione.

a cura di P. N.

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