Flamingo Revolution. Albania: sono i fenicotteri a chiamare alla rivolta

Nessuno avrebbe immaginato che due luoghi fino a pochi mesi fa quasi sconosciuti al grande pubblico europeo — l’isola di Sazan e la laguna di Narta-Zvërnec — potessero diventare il centro della più importante mobilitazione popolare che l’Albania abbia conosciuto negli ultimi anni.
Da una parte Sazan, l’isola militare che domina l’ingresso del Canale d’Otranto. Dall’altra Narta, una laguna costiera che ospita una delle più importanti colonie di fenicotteri dell’Adriatico. Due luoghi separati da decine di chilometri, ma uniti dallo stesso destino: diventare il cuore di giganteschi progetti turistico-immobiliari promossi dal fondo di investimento legato a Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump.
Attorno a questi progetti si sono rapidamente condensate inquietudini molto diverse. Per alcuni il problema è la tutela di ecosistemi fragili e di aree protette. Per altri è la progressiva privatizzazione di territori considerati beni comuni. Per altri ancora la vicenda rappresenta l’ennesimo episodio di una lunga storia di opacità amministrative, intrecci tra potere politico e interessi economici, trasformazioni imposte dall’alto senza un reale coinvolgimento delle comunità locali. Nei settori più radicali della protesta sono emerse persino letture geopolitiche che vedono nell’operazione una forma di colonizzazione economica e di controllo strategico del territorio da parte di interessi stranieri. L’investimento previsto sull’isola di Sazan viene talvolta descritto come una sorta di “conquista” simbolica di uno spazio considerato parte dell’identità nazionale albanese, fino a richiamare, in alcuni slogan e commenti, il tema della colonizzazione presente nel conflitto israelo-palestinese.
Al di là delle interpretazioni, tuttavia, il dato più significativo è un altro: nel giro di pochi giorni una protesta nata per difendere una laguna e un’isola si è trasformata in una contestazione aperta dell’intero sistema politico albanese.
La scintilla scatta a Zvërnec. La comparsa di recinzioni e filo spinato nelle aree interessate dai lavori preliminari provoca le prime manifestazioni. Quando alcune immagini mostrano cittadini trascinati a terra dagli addetti alla sicurezza privata mentre la polizia resta sostanzialmente ai margini, l’indignazione si diffonde ben oltre la cerchia degli ambientalisti e raggiunge un pubblico molto più vasto attraverso i social network. Da quel momento la mobilitazione cresce giorno dopo giorno. Alle prime iniziative locali si aggiungono manifestazioni a Valona, Durazzo, Scutari e infine Tirana. Le piazze si riempiono soprattutto di giovani. Molti non appartengono ad alcun partito. Molti non avevano mai partecipato prima a una manifestazione. Altri seguono gli eventi dall’estero e contribuiscono a diffonderli attraverso la vasta diaspora albanese sparsa in Europa e Nord America. Mentre il governo continua a presentare la vicenda come una semplice controversia legata a un investimento turistico, una parte crescente della società albanese inizia a leggerla come il sintomo di un problema molto più profondo.
A colpire non è soltanto il numero dei partecipanti, ma il carattere stesso delle manifestazioni.
Chi osserva le immagini provenienti da Tirana non vede le tradizionali scenografie delle mobilitazioni di partito. Le bandiere politiche sono quasi assenti. Dominano quella albanese, i cartelli costruiti artigianalmente e i fenicotteri diventati simbolo della protesta. Si vedono qua e là bandiere dell’Unione Europea, qualche vessillo tratto dall’universo manga di One Piece, rarissime bandiere statunitensi portate da gruppi isolati, ma nessun simbolo capace di egemonizzare la piazza.
A dominare la piazza non sono i simboli tradizionali della sinistra o della destra, bensì due immagini apparentemente lontane tra loro: l’aquila nera della bandiera albanese e il fenicottero della laguna di Narta. L’aquila richiama una comunità nazionale dispersa tra Albania e diaspora. Il fenicottero richiama la difesa di un territorio minacciato dalla speculazione. Insieme raccontano un movimento che prova a tenere insieme appartenenza, ambiente e partecipazione senza riconoscersi completamente nelle tradizionali divisioni ideologiche.
È probabilmente questa la caratteristica più interessante della mobilitazione.
Ambientalisti, studenti, collettivi femministi, associazioni civiche, emigrati rientrati per l’occasione e semplici cittadini si ritrovano nello stesso spazio senza che alcuna organizzazione appaia in grado di imporre una linea politica comune. Perfino i tentativi dei principali partiti di opposizione di accreditarsi come guida del movimento sembrano suscitare più diffidenza che entusiasmo.

Né Rama né Berisha
Se la difesa della laguna di Narta e dell’isola di Sazan rappresenta la scintilla iniziale, il vero elemento di novità emerge nelle piazze di Tirana. Con il passare dei giorni gli slogan cambiano. Accanto alle richieste di fermare i progetti immobiliari nelle aree protette compaiono parole d’ordine che mettono in discussione l’intero sistema politico albanese. I cori che risuonano con maggiore frequenza non chiedono soltanto le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Contestano una stagione politica che, agli occhi di molti manifestanti, dura ormai da oltre trent’anni.
«Rama në burg, Berisha në burg» diventa uno degli slogan più ripetuti durante i cortei. La formula è significativa. Per oltre tre decenni la vita politica albanese è stata dominata dall’alternanza, dallo scontro o dalla convivenza tra gli stessi gruppi dirigenti. Da una parte il Partito Socialista guidato da Edi Rama, al governo dal 2013. Dall’altra il Partito Democratico di Sali Berisha, figura centrale della politica albanese fin dagli anni Novanta. Nella protesta, tuttavia, questa contrapposizione viene sempre più spesso percepita come una falsa alternativa.
Nei discorsi dal palco, nelle interviste raccolte dai media locali e nei cartelli esibiti durante le manifestazioni ritorna l’idea che governo e opposizione siano entrambi responsabili della situazione attuale del paese. Corruzione, emigrazione giovanile, aumento del costo della vita, crisi abitativa e privatizzazione del territorio vengono attribuiti non soltanto all’esecutivo in carica, ma all’intera classe dirigente che ha governato l’Albania dalla fine del regime comunista fino ad oggi.
È probabilmente questa la ragione per cui la mobilitazione mette in difficoltà anche l’opposizione parlamentare.
Inizialmente Sali Berisha osserva le manifestazioni con prudenza. Successivamente cerca di avvicinarsi alle richieste dei manifestanti e sostiene alcune delle rivendicazioni ambientaliste. L’accoglienza della piazza, però, resta fredda. Gli slogan contro Berisha continuano a risuonare accanto a quelli contro Rama, segnalando una diffidenza che appare difficile da superare. Per molti partecipanti il problema non riguarda soltanto chi governa oggi, ma il modello politico che si è consolidato nel corso degli anni.
Le richieste avanzate durante le manifestazioni riflettono questa impostazione. Accanto alla cancellazione dei progetti nelle aree protette compaiono richieste di maggiore trasparenza nelle decisioni pubbliche, controlli più efficaci contro la corruzione, verifiche sull’operato della classe dirigente e, in alcuni interventi, perfino l’ipotesi di un governo tecnico o di transizione. Naturalmente la protesta è tutt’altro che omogenea. Vi convivono sensibilità differenti, talvolta persino incompatibili tra loro. Ambientalisti, collettivi femministi, associazioni civiche, gruppi nazionalisti, attivisti sociali, studenti, emigrati rientrati per l’occasione e semplici cittadini condividono lo stesso spazio senza condividere necessariamente la stessa idea di futuro. Ciò che li unisce, almeno per ora, è soprattutto un rifiuto. Il rifiuto di una politica percepita come distante, autoreferenziale e incapace di offrire prospettive a una generazione che continua a vedere nell’emigrazione una delle poche possibilità di miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Da questo punto di vista la Flamingo Revolution sembra esprimere qualcosa che va oltre la sola questione ambientale.
La difesa della laguna di Narta diventa il linguaggio attraverso cui una parte della società albanese prova a parlare di sé stessa, delle proprie aspettative e del proprio rapporto con il potere.
È difficile capire oggi cosa abbiano realmente in mente i giovani albanesi quando, nelle strade di Tirana, scandiscono ossessivamente «Revolucion! Revolucion! Revolucion!». Probabilmente molti di loro non saprebbero definirlo con precisione. Forse non lo sanno ancora nemmeno loro. Ma dopo anni in cui la politica europea sembra aver smesso perfino di immaginare il cambiamento, sentire una nuova generazione pronunciare quella parola con tanta ostinazione produce comunque un effetto particolare. Fa tornare alla mente l’idea che il futuro non sia ancora stato completamente deciso. Resta naturalmente aperta la domanda decisiva. Siamo di fronte a una mobilitazione destinata a esaurirsi nel giro di poche settimane oppure alla nascita di un nuovo soggetto collettivo?

La costruzione di un movimento
Se la Flamingo Revolution riuscirà a lasciare un segno duraturo nella vita politica albanese dipenderà da una questione molto concreta: la sua capacità di trasformarsi da protesta in movimento. Le manifestazioni possono riempire le piazze per alcuni giorni o alcune settimane. Più difficile è costruire strumenti capaci di sopravvivere all’indignazione iniziale e di dare continuità all’azione collettiva. È proprio su questo terreno che la vicenda albanese diventa particolarmente interessante.
Uno degli aspetti più significativi è infatti la rapidità con cui la mobilitazione ha iniziato a dotarsi di propri strumenti di comunicazione e coordinamento. I principali siti internet, gli account social e le piattaforme dedicate alla Flamingo Revolution compaiono quando le proteste sono già in corso. Non precedono la mobilitazione: ne sono piuttosto il prodotto. Nel corso dei primi giorni nasce anche il sito The Flamingo Revolution, che raccoglie cronologia degli eventi, richieste, calendario delle iniziative e materiali di documentazione. Sul sito il movimento si definisce esplicitamente come caratterizzato da una «leadership decentralizzata», formula che sembra descrivere abbastanza bene la realtà osservabile nelle piazze. Finora, infatti, non è emerso alcun leader riconosciuto capace di monopolizzare la protesta. Né un’organizzazione in grado di rivendicarne apertamente la paternità.
Accanto ad attivisti ambientalisti, compaiono collettivi femministi, associazioni civiche, gruppi di cittadini, esponenti della diaspora e organizzazioni politiche minori. Tra queste vi sono realtà come Lëvizja Bashkë, che sostengono apertamente la mobilitazione ma che, almeno per ora, non sembrano in grado di egemonizzarla.
Anche il ruolo della diaspora merita attenzione. Nel giro di pochi giorni manifestazioni e presìdi di solidarietà compaiono in numerose città europee e nordamericane. Londra, Berlino, Madrid, Milano, Roma, Padova, Boston e altre città ospitano iniziative promosse da comunità albanesi residenti all’estero. Per un paese che da decenni conosce una forte emigrazione, questo dato è tutt’altro che marginale. Molti dei giovani che oggi protestano a Tirana hanno amici o familiari che vivono e lavorano fuori dall’Albania. La questione ambientale si intreccia così con temi più ampi: l’emigrazione, la crisi abitativa, l’aumento del costo della vita, la difficoltà di costruire un futuro nel proprio paese e la crescente distanza percepita tra governanti e governati.
Anche sul terreno della comunicazione, come già detto, emergono elementi interessanti. Accanto ai canali ufficiali della mobilitazione si è sviluppata una rete di creator, fotografi, giornalisti, influencer e videomaker che contribuisce a documentare gli eventi e a diffonderli ben oltre i confini delle piazze. Nei siti collegati alla Flamingo Revolution compaiono persino sezioni dedicate a queste figure pubbliche, segno del riconoscimento del ruolo che svolgono nella crescita del movimento. Non tutti i profili citati sono di attivisti. Accanto a giornalisti, ambientalisti e creator compaiono anche blogger, fotografi, personaggi dello spettacolo, influencer di viaggio e figure provenienti dal mondo della comunicazione e dell’intrattenimento. Più che una struttura dirigente tradizionale sembra emergere una comunità comunicativa diffusa, capace di collegare rapidamente attivisti, diaspora e opinione pubblica.
Resta tuttavia aperta la questione decisiva. Le piazze esistono. Gli slogan esistono. I simboli esistono. Una rete di comunicazione comincia a esistere. Meno chiaro è se stiano nascendo anche assemblee, coordinamenti territoriali, strumenti di decisione collettiva e forme di organizzazione capaci di durare oltre l’emergenza. È lì che si gioca il futuro di ogni movimento.
La storia recente è piena di mobilitazioni capaci di riempire le piazze e incapaci di sopravvivere alla propria crescita. Altre, al contrario, sono riuscite a trasformare una protesta in un’esperienza duratura di partecipazione e autorganizzazione. L’Albania sembra trovarsi oggi esattamente in questo passaggio.
Forse è anche per questo che Edi Rama ha reagito con tanta durezza contro influencer e creator che hanno scelto di schierarsi con la protesta. In una mobilitazione priva di leader riconosciuti, la capacità di raccontare gli eventi, diffondere immagini e costruire consenso può diventare una risorsa politica importante quanto una struttura organizzativa tradizionale. E proprio per questo rappresenta un terreno di scontro che va ben oltre i social network.

Quando il territorio si ribella
Quello che emerge dalle piazze albanesi non è soltanto la difesa di un ecosistema. La forza della Flamingo Revolution non sta soltanto nella tutela di una laguna o di alcuni fenicotteri. Sta nell’aver trasformato una questione territoriale in una domanda collettiva sul diritto delle comunità a partecipare alle scelte che le riguardano. È una dinamica che abbiamo già visto, con forme e linguaggi diversi, in molti altri luoghi d’Europa: dalla Val di Susa allo Stretto di Messina, dal Salento a Notre-Dame-des-Landes. Contesti molto diversi tra loro, accomunati dalla nascita di movimenti che contestano grandi opere, insediamenti turistici o trasformazioni territoriali presentate come inevitabili e decise senza un reale coinvolgimento delle comunità interessate.
In tutti questi casi il conflitto non riguardava soltanto un’infrastruttura, un cantiere o un progetto specifico. Dietro l’opera contestata emergeva una domanda più profonda: chi decide il futuro di un territorio e nell’interesse di chi?
Anche in Albania, giorno dopo giorno, il dibattito sembra essersi spostato dal progetto di Narta e Sazan al modello di sviluppo del paese. Non si discute più soltanto di resort, investimenti o turismo di lusso. Si discute del rapporto tra cittadini e potere, tra comunità locali e grandi interessi economici, tra democrazia e decisioni presentate come inevitabili.
Da questo punto di vista la Flamingo Revolution appare meno come un’eccezione balcanica e più come una nuova manifestazione di quella lunga stagione di conflitti sociali e territoriali che attraversa l’Europa contemporanea. Dalle lotte per la difesa dei territori alle recenti mobilitazioni studentesche in Serbia, emergono domande simili sulla partecipazione democratica, sulla rappresentanza politica e sulla possibilità per le comunità di incidere realmente sulle scelte che ne determinano il futuro. Movimenti molto diversi tra loro, spesso privi di una collocazione ideologica univoca, ma accomunati dalla convinzione che il territorio non sia una semplice merce e che le comunità che lo abitano abbiano il diritto di partecipare alle scelte che ne determinano il destino.
Forse è questa la domanda che la Flamingo Revolution consegna anche a chi osserva dall’altra parte dell’Adriatico: non se l’Albania sia o meno in vendita, ma se siamo ancora capaci di immaginare che esistano luoghi, paesaggi, beni comuni e comunità che non possano essere valutati esclusivamente in termini di rendita, profitto o attrattività turistica.
Tra Narta, Ostuni e la Val di Susa cambiano le lingue, le leggi e i governi. Restano sorprendentemente simili le domande: chi decide il futuro dei territori? Nell’interesse di chi? E quale spazio rimane a chi quei territori li abita ogni giorno? Forse è per questo che il grido di «Revolucion!» che oggi risuona nelle piazze di Tirana parla anche a noi. Perché le domande che attraversano questa mobilitazione — partecipazione, autogoverno, controllo dal basso delle decisioni collettive — sono le stesse a cui il federalismo anarchico prova da sempre a dare una risposta.
Non sappiamo quale sarà il destino della Flamingo Revolution. Potrebbe spegnersi rapidamente, trasformarsi in un nuovo soggetto collettivo oppure rifluire dentro le tradizionali dinamiche della politica albanese. Ma una cosa è già accaduta: una laguna popolata di fenicotteri è riuscita a riportare nelle piazze una parola che sembrava scomparsa dal lessico politico europeo. Revolucion. E, insieme ad essa, la domanda su chi abbia il diritto di decidere il futuro di un territorio e di una società.

Totò Caggese

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