Donald Trump appare spesso come un personaggio esplosivo e incoerente: insulti improvvisi, uscite sopra le righe, contraddizioni che fanno notizia. Questo spettacolo mediatico però rischia di offuscare il dato più importante: dietro l’apparente schizofrenia c’è una strategia politica precisa, tanto per la politica interna quanto per la politica estera. Sottovalutare ciò significa non comprendere come si costruiscono oggi blocchi di potere e fedeltà elettorale negli Stati Uniti e come si gestiscono, nel bene e nel male, gli equilibri internazionali. Analizzare ciò che accade entro i confini statunitensi, in termini di trasformazioni profonde della democrazia a stelle e strisce, potrebbe aiutare a comprendere quali potrebbero essere le trasformazioni che, in un futuro non troppo remoto, potrebbero investire anche l’Europa.
Delle azioni di “politica estera” made in USA se ne parla di continuo, ma quello che appare così sfuggente nelle analisi sono le ricadute sugli equilibri interni. Non dimentichiamo che anche la più aggressiva e potente democrazia del globo deve sottostare alle regole della rappresentanza politica, indipendentemente dai desiderata dei governanti. Per questo motivo da anni le democrazie occidentali sono sotto attacco, con tentativi di vario genere per prolungare governi o inserire svolte presidenziali e autoritarie. Per quanto concerne gli Stati Uniti, il presidente, pur avendo un enorme potere anche quando ha la maggioranza assoluta in Parlamento, trova sulla sua strada una serie di ostacoli insiti negli apparati di salvaguardia della costituzione e nei tribunali.
Il tentativo di insediare persone di fiducia spesso risulta inefficace, quindi meglio depotenziare gli apparati e cambiare le regole del gioco. In quest’ottica vanno comprese molte delle azioni di politica interna statunitense. Ma senza guardare alle lunghe traiettorie di ampio respiro, l’uomo più potente del mondo a breve avrà un appuntamento con il suo elettorato e con la scadenza delle elezioni di midterm. Quindi deve, necessariamente, andare all’incasso e scuotere la fiducia della sua base elettorale. Trump non sta semplicemente polemizzando con il Vaticano per fare rumore; sta usando il conflitto con la Chiesa come leva per ridefinire dove risiede l’autorità morale nella destra americana e per disciplinare un campo politico che ha bisogno, alle prossime midterm e oltre, di compattezza, partecipazione e identità agonistica. La prima verità da riconoscere è che la tattica di attaccare il Papa o delegittimare la curia non è un capriccio teologico ma una tecnologia di costruzione del consenso.
Non si tratta di convincere i cattolici a rinunciare alla loro fede, bensì di ricostruire il nesso tra fede e politica secondo parametri orizzontali: la legittimità non scende più verticalmente dalla gerarchia ecclesiastica, ma si distribuisce orizzontalmente all’interno di un ecosistema politico-mediatico. Questo spiega perché insulti e provocazioni possano risultare funzionali a questo processo, alimentando la percezione che vi sia una distanza tra “Roma” — intesa come élite globale e moralizzatrice — e la “vera” America dei conservatori, lasciando spazio ai leader politici per presentarsi come i veri difensori del cristianesimo nazionale.
Tutto perfettamente in linea con il mantra “make America great again”, grande anche in senso di dominio teologico, grande anche nel ridare senso alla religiosità. Ma per ottenere ciò è necessario innescare un profondo senso dell’americanità, andando a snudare il significato che la storia ha negli States, ossia una nazione che ha dovuto inventarsi nel tempo una sua storia. Storia della quale viene valorizzata ogni traccia, anche se narrata sempre “vittimizzando il vincitore” il quale ha la meglio in quanto ha il padreterno dalla sua parte. In quella visione tipicamente calvinista che fa sentire a posto le coscienze di chi ha sempre fatto “la cosa giusta”.
Qui entra in gioco il processo che potremmo definire “protestantizzazione culturale” e produzione di identità post-istituzionale, due facce dello stesso obiettivo strategico. Storicamente negli Stati Uniti la religione è stata mediata da una cultura politica di stampo protestante: enfasi sull’individuo e sulla coscienza, sfiducia verso autorità lontane, conversione della fede in impegno politico diretto. Quando segmenti significativi del cattolicesimo si inseriscono organicamente nella destra conservatrice, assumono queste coordinate: la comunità politica e i circuiti mediatici diventano il luogo primario di costruzione dell’identità religiosa.
Non è un rimescolamento marginale, ma una trasformazione che ridefinisce il ruolo della Chiesa nel sistema politico. Questa trasformazione assume un peso particolare, in una fase storica segnata dalla crisi della rappresentanza e dalle difficoltà dello Stato nel garantire la riproduzione del capitale in modo stabile e legittimato. In questo contesto, la distinzione tra pubblico e privato si dissolve. Lo Stato può essere più o meno democratico, può assolvere o meno a funzioni redistributive, ma la sua immagine di mediatore della coesione sociale è in crisi. Di fronte a questa erosione, emergono forme ibride di riproduzione sociale. Reti locali, istituzioni parastatali, subculture politiche, che svolgono funzioni che un tempo erano prerogativa degli apparati statali o delle grandi istituzioni transnazionali. La “nuova destra cattolica” è esattamente uno di questi dispositivi ibridi: non sostituisce lo Stato, ma ne integra e ricodifica funzioni di legittimazione morale, organizzazione del consenso e formazione di quadri locali.
Nel concreto, questa transizione si regge su un ecosistema comunicativo e organizzativo: media conservatori, influencer religiosi, think tank, podcast, reti di fundraising e alleanze con evangelici. Questi attori producono una religiosità performativa, riconoscibile e coerente con l’agenda politica populista: si tratta di una religione che ordina priorità pubbliche (immigrazione, aborto, gender, libertà religiosa), attraverso un linguaggio di guerra culturale, e che raccorda la sfera del sacro con quella del conflitto istituzionale. Il risultato è un’identità post-istituzionale: il cattolico conservatore non si definisce più primariamente per l’appartenenza religiosa, ma per la collocazione dentro una comunità politica che fornisce guida morale, mediazione emotiva e rete di risorse pratiche.
La fase pratica del consenso segue logiche precise e misurabili: la costruzione di una classe dirigente locale coerente con l’agenda culturale. Governatori, procuratori, giudici, amministratori scolastici e consiglieri locali diventano i nodi della nuova architettura di potere. Non si tratta solo di vittorie simboliche, in quanto il controllo di queste posizioni determina l’applicazione concreta delle politiche identitarie come la regolamentazione dell’aborto, la ridefinizione dei programmi scolastici, l’accesso ai servizi religiosi nelle istituzioni pubbliche, e la gestione delle politiche migratorie a livello statale. La presenza di una leadership cattolica conservatrice nelle magistrature e nelle amministrazioni locali crea effetti cumulativi: leggi e sentenze che consolidano nuove norme culturali, istituzioni che legittimano il ricorso alla retorica “difensiva” e una rete di patronage politico che rafforza la fedeltà al campo.
Questo spiega perché Trump, pur non essendo un modello di virtù cattolica, sia percepito come difensore del cristianesimo da molti: perché ha saputo collocarsi come il soggetto che attiva e coordina queste reti, che fa della distanza da Roma una risorsa di autenticità. Non ha bisogno di vincere teologicamente il Papa; gli basta insinuare che il Vaticano è fuori dal mondo reale delle preoccupazioni americane, e presentarsi come colui che traduce i valori della base in politiche concrete. È una mossa di grande realpolitik, delegittimare marginalmente l’autorità centrale per centralizzare, sul piano politico, la propria figura come interprete e garante della comunità.
Il potenziale consolidamento di questa strategia è significativo. Se la tattica continua a produrre effetti, il cattolicesimo conservatore rischia di stabilizzarsi come una subcultura politicamente autonoma, dotata di strutture proprie di formazione, comunicazione e mobilitazione. Questo esito implica che la Chiesa romana perda progressivamente capacità di indirizzo unitario sul voto e sulle pratiche politiche dei suoi fedeli negli USA. Le implicazioni istituzionali sono profonde: a livello statale la politica potrebbe collegarsi sempre più a circuiti identitari interni alla destra. A livello federale, la pressione per nominare giudici, per finanziare scuole confessionali e per modellare l’agenda sui diritti civili aumenterà, consolidando un ecosistema di potere che si auto-riproduce.
Esistono però limiti e fragilità. La strategia è calibrata: Trump e i suoi non possono permettersi di portare il conflitto fino allo scisma simbolico, perché rischierebbero di perdere i settori moderati e i latinos cattolici più pragmatici. Per questo la critica al Vaticano resta selettiva, attaccando su temi specifici — immigrazione, cosmopolitismo, “softness” delle élite — ma non si dichiara guerra alla fede in quanto tale. La polarizzazione funziona finché tiene insieme l’elettorato attivo e non travolge i moderati. Se invece uno scandalo, una deriva troppo esplicita o una risposta unitaria della Chiesa ricostruisse un discorso identitario alternativo, la coalizione potrebbe indebolirsi.
In definitiva, leggere le “stoccate” di Trump al Vaticano come meri atti impulsivi è pericoloso: esse sono parte di un disegno che mira a ricodificare l’autorità morale, a creare identità politiche post-istituzionali e a conquistare spazi decisionali a livello locale e nazionale. Le midterm sono solo la prossima fermata di un percorso che, se non arginato o compreso, può trasformare strutturalmente il rapporto tra religione e politica negli Stati Uniti. Non si tratta di una curiosità di costume: è una manovra che rispecchia e al tempo stesso modella la crisi della rappresentanza e la trasformazione delle forme di integrazione sociale nell’epoca della precarietà della mediazione statale. Capire questo significa capire non solo Trump, ma le condizioni di possibilità del prossimo decennio politico.
JR