Il bluff francescano. La costruzione di una mitologia funzionale al potere

Pubblichiamo di seguito alcuni stralci di un denso opuscolo realizzato dal Gruppo di lavoro Anticlericale della F.A.I. che fornisce un’interessante lettura critica del movimento francescano e della costruzione del mito di Francesco. Un contributo assai interessante, soprattutto alla luce della martellante campagna sulla figura di “san” Francesco a ottocento anni dalla morte. Un approfondimento che mette in luce aspetti poco conosciuti di un ordine francescano perfettamente funzionale al clericalismo, ma anche al nazionalismo e al capitalismo. Per la lettura integrale si rimanda a “I Francescani al servizio dell’inquisizione e del colonialismo – tra mito nazionale e simbolo del pacifismo: la falsa parabola della povertà”  

Daniele Ratti – Gruppo di lavoro anticlericale

 

Premessa

[…] Le riflessioni che seguono tentano di tratteggiare, se pur in modo sintetico, un quadro del Francescanesimo e non della figura di Francesco d’Assisi, già di per sé personaggio storico assai versatile ed estremamente contraddittorio. Da esempio universale del pauperismo a fondatore di un movimento, che attraverso la frantumazione dell’ordine originario in una serie di “ordini derivati”, ciascuno con loro “deroghe” sul concetto di povertà, hanno conseguito dei veri imperi economici, talvolta (vedi i cappuccini) con una esibizione sfarzosa dei propri beni. Il fatto forse più sorprendente (nel corso del lavoro tenteremo di darne una spiegazione) è che l’immagine di Francesco e del francescanesimo, pur profondamente mutato nel tempo, ha conservato intatta la sua fama e notorietà. Il saio del fondatore, di volta in volta, ha assunto significati differenti ed opposti: da campione del nazionalismo alla fine del XIX secolo, alla celebrazione del “Santo degli italiani” ad opera del fascismo, ad icona del pacifismo nel presente.

L’ingresso di Francesco d’Assisi nel pantheon degli italiani che “contano” lo si ha con la legge 132 del 1958.  Lo Stato italiano recepì nel proprio ordinamento il provvedimento pontificio, e stabilì che il 4 ottobre, giorno in cui la Chiesa cattolica commemora san Francesco, sarebbe stata “solennità civile”. Nel 2005, anziché abolire quell’anacronismo clericale, una nuova legge, la numero 24, considerò il 4 ottobre anche “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”. Non solo. Si decise altresì che il quattro ottobre fossero organizzate “cerimonie, iniziative, incontri, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, dedicati ai valori universali di cui i Santi Patroni speciali d’Italia sono espressione”. Tale legge, va ricordato, riscosse un consenso più che bipartisan: approvata in una legislatura di destra, dopo che il progetto di legge era stato sottoscritto anche da diversi parlamentari, far cui quelli  dei due partiti comunisti. Opposti che si incontrano: la destra nazionalista che si vuole rappresentare cristiana che celebra i protettori della patria e la sinistra pauperista e pacifista che celebra il “poverello”. Che poi i francescani, insieme ai domenicani, siano stati i più zelanti dirigenti dei Tribunali dell’Inquisizione, nonché i più attivi protagonisti della stagione coloniale cattolica, quasi nessuno ci tiene a ricordarlo. Ma l’immagine del francescanesimo non si ferma e prosegue, sino ad approdare ad icona del pacifismo nella seconda parte del secolo XX. Diventa protagonista, nell’immaginario collettivo, dei partecipanti della marcia della pace Perugia Assisi di stampo democratico ecologista, anticapitalista, del variegato mondo “antisistema globale”. Le contraddizioni sul Francescanesimo si rinnovano nei secoli e paiono essere il motivo del suo successo, così come il trasformismo della sua “Casa Madre”, la Chiesa cattolica romana, trasformismo che le ha permesso di attraversare indenne, con le sue strutture ed i suoi privilegi, due millenni di storia.

 

Perché riflettere sul Francescanesimo

Nel 2026 ricorre l’ottavo centenario della morte di “san” Francesco D’Assisi. Papa Pio XII nel 1939 proclamò l’Assisiate e Santa Caterina da Siena patroni d’Italia. Il “poverello” di Assisi, da sempre, è rappresentato come il simbolo d’una religiosità semplice, disinteressata, lontana dagli interessi materiali, un’immagine contrapposta ad un papato ricco e potente. Un precursore di tendenze animaliste, ecologiste e pacifiste, tali da attirare anche le simpatie di molti laici, e persino non credenti. Farne un ritratto, al di fuori e contrapposto a questa condivisa visione, come si è configurata nel corso dei secoli, non è semplice e soprattutto ci impegna a rispondere ad una domanda: cosa c’è di reale in tale immagine edulcorata ed accettata dai più? La predicazione di Francesco coglie un momento centrale e vincente nella storia del cristianesimo, quella di un Cristo sofferente, più umano e vicino al popolo, in contrapposizione a una Chiesa mondana e trionfante sicura dei propri dogmi, così come si presentava ai tempi. Tale cambiamento ha in realtà conseguenze profonde, tanto che l’Assisiate appare come “il nuovo Cristo” (alter Christus) – emblematico il caso delle stimmate -. I “miracoli” e le pratiche di Francesco si inseriscono in tale tendenza e fanno emergere inoltre una religiosità legata a culti e cultura pre-cristiana ancora profondamente radicata nel mondo contadino, ma condannata esplicitamente dalla Chiesa come eretica e stregonesca, come nei casi del culto degli alberi e della comunicazione con gli uccelli. Motivo per cui la figura del “poverello di Assisi” è sempre stata “sotto osservazione” da parte delle autorità ecclesiastiche. […]

Nell’ultimo dopoguerra l’icona del santo ha visto un’ulteriore evoluzione: si passa ad un’immagine più universale, ammantata di internazionalismo e di pacifismo. Operazione che viene messa in atto dalla cultura di sinistra per intercettare l’elettorato cattolico. In realtà, Francesco non fu affatto un pacifista (coltivando ad esempio contatti con nobili e capi militari), né si oppose a guerre e crociate; anzi, seguì come fervente i crociati e prospettava la necessità di conversione degli islamici, con piglio zelante (nonostante si sia creata la leggenda del pacifico incontro “interculturale” col sultano Malik al-Kamil).

Lo snodo cruciale che traghettò la fortuna del francescanesimo nell’attuale popolarità la si deve al Concilio Vaticano Secondo e ad una frazione, non trascurabile, della contestazione di stampo cattolico che investì parte dei suoi apparati ecclesiali e delle sue associazioni giovanili. In quella fase di forte fermento culturale politico e sociale tutte le esperienze che nella storia della Chiesa proposero il pauperismo ed una vita comunitaria come base del loro agire, suscitarono una naturale simpatia anche presso i non credenti, se non altro per contrapposizione ad un clero ufficiale percepito come colluso ed espressione esso stesso del potere. Soprattutto gli ordini mendicanti francescani vennero rivalutati, suscitando simpatie anche nel variegato mondo della contestazione. Prese allora forma un Francesco pauperista, pacifista ecologista. Questa narrazione fu ripresa in buona parte dalla mitologia pacifista degli anni Sessanta sino al decennio successivo. La figura di “san” Francesco e soprattutto il racconto della sua vita ne facevano un perfetto simbolo di tante tematiche che hanno caratterizzato i decenni di più generazioni di oppositori del liberismo, sino ad arruolare a pieno titolo, come “compagni di strada”, buona parte della componente cattolica quantomeno sulle tematiche del terzomondismo, del pacifismo e dell’ecologismo. Se non si vuole aderire pienamente a tale visione non si può che essere concordi nell’affermare che nello sconfinato panorama agiografico san Francesco è stato ed è indiscutibilmente il più benvoluto nell’ambito del mondo laico, rappresentando in qualche modo una immagine  universalmente accettabile. Dalla seconda parte del XX secolo sino ai nostri giorni la figura di san Francesco e il suo movimento sono stati percepiti come simbolo di valori universali e condivisi quale la pace, la fraternità, la carità. Si è sempre più sviluppata la percezione di una figura di concordia tra le fedi ma soprattutto di comunicazione, di dialogo tra credenti e non, di interscambio tra culture diverse quali presupposti del successo mediatico del francescanesimo. In conclusione, Francesco e Francescanesimo sono l’immagine di ciò che più è opportuno e conveniente mostrare: gli intellettuali del regime di turno sono impegnati solo nel metter l’accento su un aspetto o sull’altro delle mille contraddizioni, per disegnare di volta in volta un diverso volto adatto ad ogni situazione.

 

La ricerca e la celebrazione di un mito: “il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”

Il settimo centenario della morte di Francesco, nel 1926, fu il momento della creazione del mito del “santo nazionale”. Perché fu avviata proprio allora questa operazione? La risposta la troviamo nella necessità del regime fascista di una ricerca continua di immagini del passato che ne potessero radicare il mito nella storia italica, ben oltre la retorica dell’impero romano, ed i santi soddisfacevano appieno tale necessità. La triade Francesco d’Assisi, Caterina Da Siena e Giovanni Bosco sono i campioni assoluti dell’italianità. Se la “santità” coincideva anche con “l’italianità” questo era anche il segno dei tempi, ed oltretutto se ne traeva un grande beneficio politico, ovvero si rinsaldava la riconciliazione tra Stato e Chiesa così come sancita dai patti Lateranensi, il capolavoro politico di Mussolini, che andava a sanare un contenzioso rimasto insoluto dall’unità d’Italia sino al 1929. Mussolini coglieva l’occasione per celebrare san Francesco come stella polare del “santo italiano” della nuova Italia fascista. Le parole di Mussolini ne sono una chiara indicazione, come è evidente dal messaggio trasmesso il 28 Novembre 1925 alle rappresentanze italiane all’estero:

“Il più alto genio della poesia con Dante, il più audace navigatore degli oceani, con Colombo: la mente più profonda delle arti e alla scienza, con Leonardo. Ma l’Italia, con Francesco, ha dato il più santo dei santi al Cristianesimo e all’umanità. Perché, insieme, con l’altezza dell’ingegno e del carattere, sono della nostra gente la semplicità dello spirito e l’ardore delle conquiste ideali, e ove occorra la virtù della rinunzia e del sacrificio.” Un santo contadino da contrapporre al mondo borghese e cittadino: San Francesco d’Italia.

Il “mito” diventa strumento di penetrazione politica nel mondo rurale, operazione necessaria per “riconquistare” quella parte del paese contro la quale si erano scagliate le squadracce fasciste nel biennio rosso, aiutando oltretutto a riconciliare la parte rurale cattolica con il regime in vista del Concordato. Il messaggio di Mussolini e la nazionalizzazione di Francesco, con la sovrapposizione della sua biografia al percorso politico del fascismo, fu pienamente ed entusiasticamente raccolto dall’associazionismo cattolico che si mobilitò per offrire al governo la propria collaborazione. […]

La completa e definitiva consacrazione del francescanesimo coincise con il debutto del regno italico nel palcoscenico mediterraneo e nordafricano. L’espansione coloniale italiana fu intesa non solo come operazione geopolitica, ma fu giustificata come la diffusione della civiltà cristiana, poiché diventava indispensabile trovare una giustificazione morale alle aspirazioni coloniali italiane. Si trovò un collegamento con il viaggio di Francesco in Oriente nella quarta crociata. Francesco fu inteso come colui che indicò ai connazionali la strada dell’espansione territoriale nel Mediterraneo. […] Ed è proprio nel ventennio che si consolida una via “italiana” alla lettura di Francesco. Ma questo non fu tuttavia un prodotto del tutto originario del fascismo, bensì la maturazione di un processo che aveva preso avvio nei decenni precedenti, periodo in cui si avviò un’interpretazione in chiave nazionalistica dell’Assisiate, che venne investito del titolo, “il più santo degli italiani, il più italiano dei santi”. […]

Ma l’arruolamento dell’Assisiate nelle file del nazionalismo militante non fu indolore per il Vaticano e ne scatenò la reazione. Non fu solo la necessità di riappropriarsi della figura di san Francesco, ma soprattutto l’esigenza di arginare l’ideologia nazionalista che stava invadendo l’immaginario agiografico. La guerra aveva esasperato i miti patriottici e le manifestazioni a supporto dell’interventismo, prendendo in prestito il linguaggio e la liturgia religiosa: un copione a disposizione, per rendere sempre più emotivamente carica un’atmosfera che nelle piazze interventiste europee aveva raggiunto un punto di non ritorno. […]

Il papa aveva infatti reagito alla politicizzazione dell’immagine di Francesco ed intendeva riportare la figura del santo in un ambito più prettamente religioso, o meglio sotto l’egida della Chiesa romana, al di fuori della strumentalizzazione politica, garantendo così la sua subordinazione all’autorità ecclesiastica. Le parole con le quali dichiara che il cattolicesimo si serve e non si usa sono definitive sull’uso che i nazionalisti fanno della religione cattolica e dei suoi santi, san Francesco compreso. […]

Tuttavia, questa netta e inequivocabile presa di posizione non comportava la rinuncia a una certa apertura verso la nazionalizzazione della figura di Francesco. Ma l’esaltazione della sua italianità doveva essere «giusta», vale a dire aliena «dai gretti limiti del nazionalismo moderno». Si trattava semplicemente di evitare una sua lettura secondo l’ottica di quel «nazionalismo esasperato» che, dopo la Prima guerra mondiale, rientrava, assieme al liberalismo e al comunismo, negli errori politici denunciati dalla Chiesa.

Per rispondere all’azione del Vaticano Mussolini aveva emanato un decreto con cui si proclamava il 4 ottobre festa nazionale. Mussolini, nel tentativo di riappropriarsi della “italianità” di Francesco, spostò l’attenzione su un altro aspetto della biografia del santo, ovvero i suoi viaggi in Oriente ed il suo impegno nelle crociate, come lo volesse indicare quale precursore di quella espansione coloniale mediterranea che nella concezione fascista  era scritta nei destini della nuova Italia imperiale, ribadendo quel nesso tra italianità ed espansione coloniale che aveva trovato espressione nella nazionalizzazione della sua immagine operata da D’Annunzio sulla base di una sacralizzazione della patria. Vi si dipingeva il modello di santità, rappresentato da Francesco, con i colori della nuova religione della patria. Il compiersi di un destino ineluttabile che doveva realizzarsi tramite Mussolini, l’uomo prescelto dal destino. L’Assisiate costituiva il santo italiano per eccellenza, che solcando il Mediterraneo aveva dimostrato la superiorità “razziale” della nazione italiana e ne giustificava le pretese di dominio politico in quell’area. Era la consacrazione della nuova immagine di san Francesco, il santo al “servizio” delle fortune della patria: il “Santo Nazionale”.

 

Una storia poco nota

I francescani e la nascita del Capitalismo finanziario: I Monti di Pietà

Lo sviluppo e la rinascita delle città a partire dal sec. XII determinò l’espansione della classe mercantile, protagonista dei nuovi ceti urbani. Mutarono i costumi, gli equilibri sociali ed economici immobili da secoli. Si ribaltò il concetto di ricchezza, non più inteso come semplice accumulo di risorse – sia che fossero terre, beni immobili o  mobili – ma intesa come la capacità di far circolare il denaro. In questo contesto, i frati minori francescani assunsero attraverso i Monti di Pietà un ruolo determinante, non solo religioso ma soprattutto economico e civile. I francescani non dovevano avere alcuna proprietà, non potevano accettare denaro, ma potevano usare i beni che ricevevano in elemosina. L’elaborazione dei concetti di proprietà, uso e possesso fu quindi uno dei loro primari contributi allo sviluppo economico.

Quella del mercante è una professione guardata con enorme rispetto dai teologi francescani del XIII secolo, è il loro referente nella società civile, in quella società che stava rapidamente cambiando, lasciandosi alle spalle i rigidi modelli medievali feudali, e che stava diventando più flessibile in tutti i suoi aspetti, economici, teologici, artistici, tecnologici, scientifici: un cambiamento epocale che stava designando l’Occidente quale protagonista assoluto sul palcoscenico  globale della storia, proiettando anche la cristianità e la Chiesa cattolica in un ruolo di primissimo piano per i secoli seguenti. Agendo nel mondo degli scambi e dei commerci, i mercanti attestano che la ricchezza è un fenomeno transitorio, godono della fiducia pubblica (a differenza degli usurai), e la fiducia di cui godono dipende dal fatto che il loro denaro è un capitale produttivo, perché non lo considerano un mezzo di accumulo, ma un mezzo di scambio. I Monti nel XV e XVI secolo nacquero grazie alla predicazione dei frati minori: in Italia nel 1515 se ne contavano già 135. Erano una forma di ciò che oggi chiameremmo microcredito. Il funzionamento era semplice: chi aveva bisogno di denaro depositava un oggetto presso il Monte di Pietà che lo stimava e proponeva una somma al richiedente. Il Monte si incaricava di custodire l’oggetto per un anno, trascorso il quale il proprietario poteva riscattarlo versando una somma pari a quella che gli era stata offerta, maggiorata della percentuale richiesta, se aveva necessità di rientrare così in possesso del proprio oggetto. Nel caso in cui il bene non fosse stato riscattato, il Monte aveva il diritto di rivendere l’oggetto e se la vendita avesse fruttato un importo maggiore di quanto consegnato al proprietario, una percentuale precedentemente concordata sarebbe stata trattenuta dall’istituto, mentre la rimanenza sarebbe andata al proprietario. Il basso tasso di interesse richiesto dai Monti di Pietà (solitamente il 5-10%, all’epoca considerati tassi molto contenuti nella formulazione di transazioni commerciali) costituiva il punto di forza dell’istituzione, perché doveva necessariamente essere concorrenziale rispetto a quello imposto dai banchi ebraici (che oscillava tra il 20 e il 30%). L’istituzione dei Monti di Pietà si diffuse soprattutto nel XVI secolo, ovvero dopo che Papa Leone X, con la bolla Inter Multiplices del 4 maggio 1515 prodotta nel Concilio Lateranense V, riconobbe la legittimità dei Monti di Pietà, lodandone gli scopi “buoni e necessari alla società” e dichiarando la legalità del modesto onere finanziario (ovvero il tasso di interesse), purché l’onere fosse limitato alla sola copertura delle spese di gestione. Si prestava ai poveri, ad un tasso di interesse irrisorio, perché potessero avviare o incrementare un’attività economica, senza cadere nelle mani degli usurai. La denominazione Monte di Pietà deriva dall’unione di due termini: Monte indicava, nel linguaggio finanziario dell’epoca, un istituto o un luogo di raccolta di denaro, mentre Pietà si riferisce all’Imago Pietatis, ovvero la rappresentazione di Cristo che si erge dal sepolcro, conosciuta anche come Cristo in Pietà, frequentemente utilizzata come insegna dai Monti per rappresentare efficacemente e diffondere lo scopo caritatevole dell’istituto.

 

Frati minori ed Inquisizione

Il rapporto tra frati Minori e inquisizione mostra un’immagine del francescanesimo profondamente discorde e molto distante dal senso di pietà e tolleranza che i più hanno di frate Francesco e dell’Ordine da lui fondato. La profonda armonia con il creato trasmessa da componimenti quali il noto Cantico di frate Sole è in stridente contrasto con il potere violento e coercitivo dell’inquisitio haereticae pravitatis (dell’inquisizione della malvagità eretica) a cui anche i frati Minori con estremo impegno parteciparono. L’immagine di «frate Focu» che illumina la notte «bello e iocundo e robustoso e forte» e per il quale si deve lodare il Signore si distorce e si contraddice tragicamente nel contrasto luminoso con il rogo degli eretici e con una lettura, troppo spesso stereotipa, del ruolo di frate Francesco e della sua opera, intesa come universalmente pacificatrice e del tutto censurata, occultata, nel ruolo che ebbe nella storia dell’inquisizione.

I frati partecipano, senza esitazioni, senza dibattito interno a quanto ne sappiamo, alla repressione dell’eretica pravità fin dalle origini, obbedendo alle direttive del papa. Si noti che il pontefice era Gregorio IX, colui che a lungo era stato cardinale protettore dell’Ordine dei frati Minori per volontà di Francesco. Solo ad un anno dalla morte di Francesco i frati Minori sono coinvolti nella repressione dell’eresia, prima della nascita dell’inquisizione nelle mani degli ordini Mendicanti. Questo fatto che investì i francescani di un ruolo di assoluto rilievo nella repressione delle eresie ed in seguito nello svolgimento di tutta la storia dell’Inquisizione lo si deve alla istituzione di una figura, il cosiddetto inquisitor generalis Giovanni Gaetano Orsini, cardinale per trentatré anni e, infine, pontefice con il nome di Niccolò III (1277-1280) che, per diciassette anni, svolgerà il ruolo di referente e consultore degli inquisitori (1260- 1277). Nella storia dell’Inquisizione il suo nome è affiancato all’espressione inquisitor generalis, una definizione efficace per indicare una funzione speciale. In che cosa consisteva tale ruolo? Doveva essere il referente di frati Minori e Predicatori che, qualora risultassero «impedimenti» nello svolgimento dell’officium fidei (vale a dire l’attività inquisitoriale), erano tenuti ad informarlo «per lettera o tramite nunzi» in modo che egli potesse riferire al pontefice. Si noti che anche Giovanni Gaetano Orsini nel 1263 diventa – a sua volta – cardinale protettore dei frati Minori. Non ci si può non interrogare sulle possibili interferenze di questi due ruoli nel momento in cui è referente di tutti gli inquisitori e protettore dei soli frati Minori. In una situazione complessa, in cui la normativa è in fase di consolidamento, viene istituita una figura speciale, per i casi “delicati”, in strategica posizione di raccordo (tra Ordini Mendicanti, inquisitori e pontefice) e di evidente contiguità con l’Ordine di frate Francesco.

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