Sicurezza per chi? Ancora un decreto contro le libertà

Non è il primo, e probabilmente non sarà l’ultimo. Il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni si inserisce in una sequenza ormai continua di provvedimenti che, sotto la parola d’ordine della “sicurezza”, estendono controllo, repressione e poteri amministrativi.

Il meccanismo è sempre lo stesso: si interviene prima del reato, sulla base di una presunta pericolosità. Ma di quale reato si parla? Si prevengono gli assassinii sul lavoro? Si colpiscono i reati dei padroni contro i lavoratori? Si contrasta il razzismo, il fascismo, lo sfruttamento, la violenza di genere?

No. I reati contro cui si scaglia questo governo sono sempre gli stessi: quelli legati alla marginalità, alla povertà, al conflitto sociale. Non si interviene sui rapporti di potere, ma su chi li subisce o li mette in discussione.

Prefetti e questori vedono rafforzati i loro strumenti: possono individuare aree urbane “sensibili” e disporre l’allontanamento di persone ritenute moleste o potenzialmente pericolose. Non serve una condanna, né un fatto specifico. Basta una valutazione.

Non è necessario un processo, né un giudizio ponderato. Non serve una responsabilità accertata. È sufficiente una decisione amministrativa.

È la logica del sospetto che si fa norma.

E allora tornano alla mente esperienze già vissute. All’approssimarsi del Primo Maggio, sotto il fascismo, scattava sistematicamente il fermo preventivo: gli antifascisti più noti venivano arrestati in anticipo, per impedirgli di organizzare o partecipare alle manifestazioni. È alla luce di questo meccanismo che comprendiamo meglio lo stato d’animo di Emanuele Gualano nella notte del 30 aprile 1934, quando la polizia si preparava alla retata dei “sovversivi”.

«…si era mobilitata in pieno assetto di guerra per procedere nella notte stessa all’arresto di tutti i noti “sovversivi antifascisti”… Io… abbandonavo il paese sotto lo sguardo vigile e smanioso delle spie perché non sfuggissi a questa retata…»

Non è storia lontana. È lo stesso dispositivo: colpire prima, sulla base di una presunta pericolosità. Allora si chiamava fermo preventivo; oggi assume altre forme, ma la logica resta identica.

E quando il sospetto diventa legge, il confine cambia: il poliziotto non è più un esecutore della legge, ma chi decide, nei fatti, chi può stare e chi deve andarsene, spesso al riparo dell’immunità concessa dal potere di turno. Diventa sbirro!

Il cosiddetto DASPO urbano viene così esteso e normalizzato. Interi spazi della città diventano selettivi: accessibili ad alcuni, preclusi ad altri. A essere colpiti sono soprattutto i soggetti più deboli socialmente – giovani, marginali, poveri – trasformati in problema di ordine pubblico.

Accanto alla prevenzione, cresce anche la repressione. Il decreto amplia la possibilità di arresto in flagranza differita, anche sulla base di immagini raccolte durante manifestazioni pubbliche. Si colpiscono così le forme di conflitto sociale, estendendo nel tempo il potere punitivo, rendendo più rischiosa la partecipazione e aumentando le sanzioni in maniera del tutto spropositata. Una parola di troppo può costare uno o più mesi di lavoro.

Ma non basta reprimere. Occorre anche premiare chi reprime e costruire una narrazione che ne legittimi l’azione. Da una parte si rafforzano i poteri, dall’altra si costruisce un alone di legittimità attorno a chi li esercita, presentato come garante dell’ordine.

“Sicurezza per chi?” La risposta la danno gli stessi esponenti del governo. La sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro lo dice chiaramente: bisogna difendere “le libertà vere, quelle dei cittadini perbene”.

Ecco il punto. Da una parte i “perbene”, dall’altra tutti gli altri: chi protesta, chi è povero, chi è straniero, chi non si adegua. È dentro questa divisione che si costruisce la sicurezza di oggi.

Sul versante dell’immigrazione, il quadro è ancora più netto. Si rafforzano i centri di trattenimento, si velocizzano le espulsioni, si estendono le procedure accelerate di frontiera. L’immigrazione viene definitivamente trattata come questione di sicurezza, da gestire con strumenti coercitivi, premiando con denaro sonante chiunque collabori alla macchina dei rimpatri.

Il risultato è un sistema in cui le garanzie si riducono e il controllo si espande. Non è la sicurezza a crescere, ma il potere di controllo.

Una sicurezza che non protegge, ma seleziona. Che non libera, ma esclude.

Alla “gente per bene” rispondiamo: «Voi gente per bene che pace cercate, la pace per far quello che voi volete…»

Totò Caggese

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