…E fu poi dopo tutte le leggi preventive contro anche i quasi reati, gli infiniti decreti sicurezza, le sanzioni, gli arresti, le manganellate alle student*, dopo tutte le censure e la propaganda, che arrivò, nel buio fascista e nella silenziosità burocratica della violenza istituzionale, quel momento in cui anche il cuore che batteva, di umana solidarietà ed empatia verso sorelle e fratelli, venne fortemente condannato, criticato e additato come sbagliato, criminale e terrorista.
In Italia 8 medici sono indagati per aver certificato la non idoneità di alcune persone migranti all’ingresso nei lager italiani detti CPR. Le indagini – avviate nel 2024 e culminate con perquisizioni nel febbraio 2026 – sono formalmente ancora nella fase preliminare. In un primo tempo le persone indagate sembravano essere 6, ma ad oggi le ultime notizie riportano di 8 medici. Gli inquirenti chiedono la sospensione dei medici per un anno dalle loro attività, i fatti seguiranno il lungo e ridicolo corso del giustizialismo statale, ma il punto politico è un altro: quando la medicina, da sempre strumento assoggettato alle strutture di potere, ogni tanto ostacola l’ingranaggio dello Stato, questo reagisce con tutte le armi possibili, ricordando chi comanda.
Il capo pantegane della Lega scrive sul social media “X” che i reati contestati ai medici, se confermati, sarebbero «da licenziamento, da radiazione e da arresto». Gli aguzzini borghesi di finta sinistra, di casa PD, invece, mostrano a modo loro solidarietà e dicono «Non è accettabile che, prima ancora di qualsiasi accertamento definitivo, si costruiscano narrazioni che rappresentano i medici come responsabili di presunte irregolarità, mettendo in discussione l’intero sistema sanitario pubblico». Che vergogna, non riescono neppure a difendere la cura umana. Ricordiamoci che questi personaggi del PD sarebbero, per gran parte della popolazione, il “male” minore!
Come insegnava il compagno Malatesta, l’autorità tende per natura ad espandersi; la libertà, al contrario, nasce dall’iniziativa cosciente degli individui. E la medicina, lungi dall’essere neutrale, è uno dei campi dove questa tensione esplode con maggiore evidenza.
Nel 1943, sotto l’occupazione nazifascista, medici italiani falsificarono diagnosi per salvare ebrei e antifascisti. In quel contesto, la scelta era netta: obbedire alla legge oppure obbedire alla coscienza. Chi certificava una malattia inesistente per evitare la deportazione o l’arruolamento compiva degli atti politici nel senso più alto: sottraeva non solo dei corpi alla macchina statale, ma utilizzava il potere medico e quello della professione regolamentata proprio contro l’oppressore che gli aveva concesso quel privilegio. Non era “neutralità scientifica”, era disobbedienza etica. La cura diventava strumento di liberazione. E lo Stato – allora apertamente totalitario – rispondeva con minacce e arresti.
La cura è anche resistenza e abbiamo tantissimi esempi di ambulatori popolari che funzionano, oggi come ieri: l’ambulatorio popolare di Napoli, Je so’ pazzo, nato nell’ex-ospedale psichiatrico giudiziario del quartiere di Materdei, che offre visite mediche gratuite e servizi di ecografia; l’ambulatorio popolare Naga a Milano, attivo dal 1987, che fornisce assistenza sanitaria a migranti e persone senza fissa dimora. Nella storia: l’ambulatorio popolare di Parigi (1890-1914); l’ambulatorio anarchico “La Fraternelle” (Lyon, 1900-1914); l’ambulatorio popolare di Berlino (1900-1933); l’ambulatorio anarchico “L’Internazionale” (Bruxelles, 1900-1914); l’ambulatorio popolare di Londra (1890-1914); l’ambulatorio anarchico “La Colmena” (Madrid, 1931-1936).
Ma sarebbe ingenuo raccontare la medicina solo come forza emancipatrice. La storia ci mostra l’altro volto: quello servile, colluso e violento. Nello stesso periodo fascista personaggi inquietanti come Giorgio Alberto Chiurco (medico, patologo, politico e squadrista italiano, deputato del PNF) si adoperavano a promuovere un particolare uso della medicina, tramite ad esempio il libro “La sanità delle razze”, testo che interpreta la medicina come strumento di tutela e rafforzamento della “razza” italiana. Scomodando Michel Foucault, la medicina, quando si trasforma in dispositivo biopolitico, smette di curare e inizia a sorvegliare, normalizzare e reprimere, legittimando politiche di controllo sociale sotto il velo della “salute pubblica”.
La psichiatria fu usata per giustificare il colonialismo e il razzismo scientifico per decenni; interi popoli, con linguaggio clinico, furono definiti “inferiori”, “degenerati”, “incapaci di autogoverno”. Gli schiavi che provavano a scappare dalle piantagioni in America venivano classificati con ingegnose diagnosi psichiatriche, come la drapetomania, una strana ed inspiegabile voglia di scappare! Il manicomio divenne strumento di disciplina sociale: rinchiudere il diverso, il ribelle, il povero, la donna “isterica”. Il sapere medico offriva al potere una legittimazione apparentemente neutra e addirittura quasi anche umanitaria, nel salvare i “selvaggi” in Africa.
Non a caso la rottura fu radicale quando, nel Settecento, lo psichiatra Philippe Pinel spezzò simbolicamente le catene ai folli, e poi più tardi, in Italia, Franco Basaglia demolì l’istituzione manicomiale, con interventi che culminarono nella Legge 180 del 1978. Basaglia e Ongaro mostrarono che la malattia mentale non era solo un fatto clinico, ma un costrutto attraversato dal potere. Il manicomio non curava: custodiva, nascondeva e puniva. Questi episodi di resistenza al potere totalitario, nacquero entrambi in momenti di rivoluzione storica: Pinel con la Rivoluzione francese e Basaglia con i movimenti libertari degli anni ‘70. Da ricordare che Franco Basaglia, in gioventù, accusato di aver partecipato alla resistenza in Italia, uscì dal carcere fascista proprio grazie ad un certificato falso di cancro inoperabile al cervello (che sfortunatamente dopo molti anni si rivelò: una brutta ironia della sorte). La medicina, dunque, può essere sia catena che lima che la spezza. Dipende da chi decide a chi obbedire.
Nel luglio 2001, durante il G8 di Genova, medici e volontar* soccorrevano manifestanti colpit* da cariche violentissime delle forze dell’ordine statale. Curare in strada, nei pronto soccorso saturi, nei corridoi macchiati di sangue e maleodoranti di lacrimogeni, non era un gesto neutro. Significava affermare che il ferito – anche se “black bloc”, anche se dissidente – restava persona. Anche lì si insinuò il sospetto: chi cura il sovversivo lo protegge?
La scena si ripete: quando il controllo statale diventa assoluto, anche la medicina deve ricordarsi di obbedire. Oggi il teatro è quello dei nostri lager italiani, i CPR. Le recenti pubblicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in particolare i rapporti dell’Ufficio Europeo del 2022 e gli aggiornamenti successivi sulla salute dei migranti in detenzione amministrativa 2026, parlano chiaro: la detenzione prolungata è fattore di rischio per depressione, disturbi post-traumatici, autolesionismo; ambienti chiusi e sovraffollati favoriscono patologie infettive; l’incertezza giuridica aggrava la sofferenza psichica. Abbiamo su queste pagine affrontato diverse volte la questione della violenza dello stato, dei suicidati nelle carceri e dentro i CPR, dell’arma medica dei contenimenti farmacologici e meccanici (anche fino a 60 ore) che portano anche a morte (Antonia Bernardini, legata per 43 giorni, morta nel 1974, Elena Casetto morta carbonizzata nel 2018 mentre era legata).
Se un luogo è strutturalmente patogeno, certificare l’inidoneità al trattenimento non è ideologia, ma prevenzione, cura e umanità. Eppure, quando otto medici hanno ritenuto che alcune persone non potessero essere rinchiuse dentro dei lager meloniani, l’atto clinico è diventato oggetto di indagine. Nell’ultimo mese, questi medici “dissidenti” di Ravenna hanno osato segnalare le fragilità di due giovani originari del Senegal e Gambia, entrambi ritenuti non idonei al trattenimento e al rimpatrio.
Questo è lo Stato che, pur travestito da democrazia costituzionale e abbellito di finti diritti umanitari (solo per alcuni), non tollera che un sapere tecnico limiti la sua sovranità sui corpi di cui dovrebbe essere il solo padrone. La medicina come tutte le scienze deve obbedire alle logiche del capitale e dell’imperialismo. Da Cartesio in poi la scienza deve possedere il mondo.
Dal medico che aiutava un ebreo a sfuggire ai nazisti, allo psichiatra che svuotava i manicomi, al sanitario che medicava i manifestanti a Genova, fino a chi oggi si permette di apporre una firma di non idoneità per il CPR: la cura è sempre un atto politico perché incide sui rapporti di potere.
La medicina non è mai neutra. Può essere serva del dominio – quando certificava inferiorità razziali, quando sedava il dissenso nei manicomi come ora fa nelle carceri, quando giustifica esperimenti coloniali – oppure può rivoltarsi al suo padrone. Può scegliere di stare dalla parte dell’ordine oppure della dignità. Può essere medicina popolare, può essere un gruppo di belle anime militanti della salute psicosociale come la realtà di Brigata Basaglia, può essere medicina della liberazione.
Nel caso di Ravenna la questione è chiara: se il medico deve diventare garante dell’efficienza delle espulsioni, allora è funzionario dell’apparato. Se resta fedele alla persona vera che ha davanti, se resta umano e non ingranaggio, se mostra empatia e non tecnica burocratica statale, allora è potenziale ostacolo.
Un anarchico non chiede privilegi corporativi per i camici bianchi. Chiede coerenza: che chi ha giurato di curare non sia costretto a obbedire a logiche di contenimento e deterrenza. La libertà non si misura nelle urne, ma nella possibilità di dire “no” quando la coscienza umana lo impone. Dal ’43 a oggi il volto del potere è cambiato. Ma la domanda resta identica: il medico è servo dello Stato o della cura? Se la risposta sarà la prima, la medicina continuerà a essere strumento di dominio. Se sarà la seconda, allora anche dentro un CPR, anche sotto indagine, anche tra le pieghe di un fascicolo giudiziario, potrà ancora esistere uno spazio di insubordinazione umana che si chiama solidarietà. E forse è proprio questo che fa paura.
Viva la cura militante e libera da ogni logica di potere!
Gabriel Cammarata