Relazione presentata al Convegno di Carrara (11-12.10.2025) nell’80° della FAI
Il movimento del ’77
A ridare forza all’immaginario antagonista e rivoluzionario ci penseranno gli elementi di controcultura sviluppati soprattutto negli ambiti libertari che danno vita prima ai circoli giovanili e ai centri sociali, poi a forme di autonomia operaia e infine a quel grande movimento del ‘77 che rappresenterà un ulteriore momento di rottura sociale, con caratteristiche però completamente diverse da quelle del ‘68.
Non è più il ‘68 degli studenti che rivendicano un diverso piano di studi, una diversa trasmissione del sapere, un’altra organizzazione della scuola e così via – un movimento sostanzialmente propositivo nella sua contestazione rivoluzionaria – ma è un movimento radicalmente alternativo che va alla rottura totale, un movimento che coglie i motivi della sconfitta del movimento precedente nella deriva elettoralistica e nella miseria istituzionale e che denuncia il progressivo recupero delle istanze del ’68 da parte di un potere capace di reinventarsi e di integrare il modernismo nelle formazioni partitiche più spregiudicate, come il Partito Socialista di Bettino Craxi.
Le avvisaglie si hanno con le contestazioni al festival del Parco Lambro a Milano nell’estate del 1976, dove emerge, in tutta la sua dimensione, la condizione dei giovani di allora, costretti ad una vita di grande miseria esistenziale, tra lavori precari e sottopagati, una scuola sempre più carente e distante, la fuga nell’eroina, un tempo ‘libero’ fatto di noia, alienazione e vuoto sociale. La famiglia e la scuola non sono più in grado di contenere una massa di giovani che il ciclo di lotte precedente ha politicizzato e formato, pur all’interno di letture partitiche ed ideologiche ormai in crisi di credibilità.
Una iniziale risposta arriva dai primi circoli che si formano attorno ai luoghi di aggregazione di questa gioventù proletaria, nella periferia delle città, e che lanciano la pratica dell’autoorganizzazione nei circoli, nelle feste, nei momenti di autocoscienza, nelle occupazioni, nelle ronde metropolitane, per riprendere in mano il proprio destino e per lanciare la propria sfida alle città e all’ordine esistente.
A Milano, nel dicembre del ’76, un’assemblea di duemila giovani decide di boicottare la prima del Teatro della Scala – appuntamento tradizionale della ricca borghesia milanese e dei circoli politici dominanti – con diversi cortei che intendono convergere al centro città: ne seguono militarizzazione della città e il duro attacco della polizia alle manifestazioni. I feriti sono 21.
Parallelamente, in seguito ai provvedimenti del Ministero della Pubblica Istruzione tendenti a smantellare la liberalizzazione dei piani di studio conquistata nel ’68, partono le prime occupazioni nelle università: Palermo, Torino, Pisa, Napoli, Roma, poi Milano, Bari, Bologna, Genova, Cagliari.
A Roma la situazione si fa subito tesa, con i fascisti che, il primo di febbraio 1977, tentano un’irruzione nella città universitaria e sparano fuggendo, colpendo alla nuca uno studente di lettere, Guido Bellachioma. Mentre viene indetta una manifestazione antifascista dai sindacati, un corteo di studenti esce dall’università per attaccare la sede del MSI di Via Sommacampagna, che viene data alle fiamme. Sulla via del ritorno una sparatoria tra poliziotti in borghese e manifestanti registra tre feriti. Il PCI ne approfitta per attaccare il movimento e la CGIL indice una manifestazione alla Sapienza di Roma con il suo segretario generale, Luciano Lama, per riprendere il controllo della situazione. È la scintilla che ‘incendia la prateria’: la mobilitazione studentesca è tale da provocare una reazione del servizio d’ordine sindacale, con conseguenti scontri e la fuga di Lama dall’Università, un fatto di enorme impatto simbolico e politico.
Il movimento si rafforza, le occupazioni delle scuole si moltiplicano, cresce la tensione sociale che sfocerà in manifestazioni vivaci come quella di Roma del 5 marzo ’77 duramente contrastate dalla polizia, oppure come quella particolarmente partecipata e determinata dell’undici marzo a Bologna in seguito all’assassinio di Francesco Lorusso da parte di un carabiniere. La morte di questo studente di Lotta Continua, particolarmente attivo nel movimento, è l’innesco per una serie di proteste del movimento stesso: a Roma, Milano, Bologna e altre città. A Roma, il giorno dopo, durante la manifestazione nazionale del movimento, avvengono scontri durissimi, viene dato l’assalto ad un’armeria, pistole e molotov fanno la loro apparizione in più parti; a Bologna compaiono i mezzi blindati dei carabinieri, anticipazione della dura repressione che seguirà e che – insieme all’intenso dibattito che attraverserà il movimento in seguito alle diverse valutazioni degli avvenimenti appena accaduti, con il loro corollario di illegalismo diffuso, più o meno armato – contribuirà allo sviluppo di divisioni e lacerazioni che influiranno pesantemente sull’andamento successivo.
Le componenti più creative del movimento, le femministe e i libertari, progressivamente prendono le distanze dai progetti dell’area della cosiddetta ‘autonomia operaia’, soprattutto dalle sue componenti militariste.
Lorusso non sarà l’unico caduto in quel 1977. Lo seguono: un agente di polizia, Passamonti, colpito durante una sparatoria in reazione allo sgombero dell’università a Roma; la studentessa diciottenne Giorgiana Masi, nel corso di una manifestazione radicale per ricordare la vittoria del referendum per il divorzio, colpita alla schiena da un proiettile sparato da un agente in borghese; il brigadiere Custrà a Milano per un colpo d’arma di fuoco alla testa durante un corteo di autonomi. Più duro si fa lo scontro con i fascisti che, a Roma, aggrediscono a ripetizione militanti di sinistra e uccidono il militante di Lotta Continua Walter Rossi. In risposta, a Torino, molotov lanciate contro il bar ‘Angelo azzurro’, considerato un loro luogo di ritrovo, provocano la morte di un perito chimico disoccupato, Roberto de Crescenzio. Colpi di pistola fascisti feriscono ancora a Roma 4 militanti di sinistra e uccidono a Bari Benedetto Petrone, della Federazione Giovanile Comunista Italiana.
Si registrano inoltre più di duemila attentati, di varia grandezza, compiuti nel corso dell’anno.
Lo Stato risponde con l’aggravamento delle leggi repressive, in primis la famigerata legge Reale, che aumenta la custodia preventiva e legittima l’uso delle armi da fuoco in ogni circostanza da parte della polizia.
Un convegno, proposto inizialmente da un gruppo di intellettuali francesi preoccupati per lo stato delle libertà civili in Italia, si pone l’obiettivo di dare una risposta a questo peggioramento. L’appuntamento è fissato per settembre a Bologna, città che ha visto i blindati nelle strade. La partecipazione è gigantesca; circa centomila giovani provenienti da tutta Italia si confrontano durante tre giorni per trovare risposta e futuro a un movimento schiacciato tra una repressione montante, una condizione sociale sempre più escludente, una ristrutturazione complessiva del mondo del lavoro grazie all’introduzione delle nuove tecnologie che vivificano il dibattito sul “rifiuto del lavoro”. Ma il convegno diventa invece un palcoscenico dove vengono riproposti schemi organizzativi ed ideologie obsolete, da dove vengono espulsi i rimasugli dei partititi nati sull’onda del ’68 (Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Movimento dei Lavoratori per il Socialismo) e dove Autonomia Operaia si candida alla guida politica del movimento. Il corteo che conclude la tre giorni, grande, imponente ma nello stesso tempo impotente, chiude di fatto un periodo di grandi speranze rimaste insoddisfatte.
In realtà il movimento del ’77 è un movimento che non è realmente rappresentativo della situazione sociale italiana, quanto, piuttosto, di sacche sicuramente significative, particolarmente presenti in certe aree geografiche, ma sostanzialmente minoritarie. Il movimento non riesce a permeare la società italiana, a far sì che il bisogno di rivoluzione diventi un elemento ampiamente condiviso da ampi strati di popolazione che rimangono invece allineati ai partiti e ai sindacati tradizionali della sinistra, una sinistra che si fa Stato schierandosi con il compromesso storico e con la dichiarazione di fedeltà alla NATO, a favore della ristrutturazione padronale e del rafforzamento dello Stato.
Privo di un’interlocuzione con il più ampio contesto sociale, incapace di trovare strade nuove in grado di dare uno sbocco positivo alla crisi in atto, al movimento – o almeno ad una buona parte di esso – non rimane che un processo di radicalizzazione che assume caratteristiche molto marcate.
La lotta armata
Più procede il “farsi Stato” del PCI, con la sua politica dei sacrifici e l’alleanza con la DC, il partito del malgoverno e della corruzione, più cresce l’insofferenza del movimento, o almeno di quel che ne resta. Chiusi gli spazi per un’azione sindacale incisiva, stante l’allineamento del sindacato alla politica del compromesso, sembra non restare ai più che la scelta della lotta armata, quando non si tratta di una caduta nella spirale dell’eroina (nel 1978 si registrano dai 60.000 ai 70.000 eroinomani, contro i 10.000 dell’anno precedente). Dai primi mesi del 1978 è un crescendo continuo di gruppi e di azioni armate.
Siamo di fronte ad una escalation che vede le Brigate Rosse come uno dei principali punti di riferimento nella volontà di trasformazione dello scontro sociale in guerra civile, pur nelle diversità di analisi e di proposte. Ma tanti altri collettivi e gruppi, come Prima Linea, Comunisti Combattenti, Proletari Armati, Azione Rivoluzionaria e così via, prendono vita, anche in concorrenza fra di loro, sempre più sganciati dalle dinamiche reali della vita delle masse lavoratrici. L’omicidio nel 1979 da parte delle BR di un delegato sindacale a Genova, Guido Rossa, legato ad una sua presunta delazione nei confronti del gruppo, innesca di fatto un meccanismo di rottura insanabile tra quella che è la classe operaia tradizionale e il progetto brigatista di portarla su un piano di scontro armato con le istituzioni.
In realtà non vi è una possibilità reale di arrivare ad una guerra rivoluzionaria perché non vi erano le condizioni adatte allo sviluppo di un processo realmente rivoluzionario. Ma le risposte puramente repressive del potere danno ulteriore ossigeno a quanti ritengono che la lotta armata sia l’elemento dirimente. Proprio a partire dal ‘78 inizia un’escalation che culmina con il rapimento e l’uccisione del presidente della DC Aldo Moro e con uno stillicidio di azzoppamenti e ammazzamenti di magistrati, giornalisti, insegnanti, professori e così via, che ha come risultato finale un rifluire di tutte le pratiche di conflitto sociale, strette tra le accuse di connivenza con il terrorismo brigatista e l’appiattimento riformista.
Ad esempio, nei primi mesi del 1978, dopo molti sforzi si riesce ad organizzare uno sciopero autonomo in una serie di fabbriche dove dei collettivi operanti in realtà produttive importanti di Milano – Italtel, Motta Alemagna, Magneti Marelli, Pirelli – avevano fatto un grosso lavoro di collegamento e di confronto. Ma lo sciopero autonomo avviene nel giorno stesso del rapimento di Aldo Moro. Appena scesi in piazza, arriva la notizia tra capo e collo del sequestro Moro. In poco tempo arrivano i blindati della polizia, l’incertezza sul da farsi diviene palpabile, il sindacato proclama immediatamente lo sciopero di protesta che di fatto va a coprire lo sciopero autoorganizzato e in quel momento è evidente che il livello di scontro innescato dal sequestro Moro è tale da costringere i movimenti ad una scelta radicale e senza ritorno.
In seguito al rapimento Moro una cappa repressiva scende su tutte le situazioni di lotta con pedinamenti e controlli: un’insegnante di una scuola superiore di Milano, in un’assemblea studentesca, si permette di dire che in fin dei conti Moro non era quello stinco di santo che volevano presentare ma un esponente di un’ala della DC, tra i principali responsabili delle politiche antipopolari e repressive in atto nel paese, e per questa sua affermazione viene denunciata e incriminata. Il suo caso ha una grande risonanza mediatica e viene utilizzato per richiamare tutti all’ordine in difesa della Repubblica “nata dalla Resistenza”.
L’affermazione “né con lo Stato, né con le BR”, portata avanti dai settori che non si riconoscono nel militarismo delle formazioni armate, ma nemmeno intendono schierarsi con la repressione poliziesca, viene duramente criminalizzata: il diritto alla libera opinione viene messo sostanzialmente in discussione.
Con l’operazione del 7 aprile 1979 portata avanti dalla Magistratura nei confronti di quelli che venivano individuati come i dirigenti del movimento del ’77, la repressione fa un nuovo salto in avanti, nel tentativo di collegare l’espressione più di ”frontiera” del movimento, l’Autonomia Operaia Organizzata, alle formazioni clandestine armate, con la costruzione di un teorema che prese il nome dal magistrato che lo ideò, Calogero. Tale teorema sostanzialmente mette insieme le forme di contestazione di piazza, i picchetti fatti da gruppi di operai autoorganizzati con quelli che tirano fuori le pistole nei cortei e le bande armate: un grande teorema che individua un unico disegno eversivo contro la Repubblica “nata dalla Resistenza” e che mette nel mirino molti esponenti e attivisti politici, quali Toni Negri, Ferrari Bravo, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Franco Piperno ed altri, legati alla passata militanza in Potere Operaio, insieme a decine e decine di militanti meno conosciuti. Questa operazione che porta questi esponenti in carcere istituendo processi che si concludono con pesanti condanne, alle quali molti si sottraggono fuggendo all’estero, rappresenta di fatto la liquidazione di quello che era rimasto del movimento del ’77.
Dal canto loro le formazioni armate, in seguito alle leggi sulla dissociazione e il pentitismo, al crescente isolamento dai settori tradizionali di riferimento, all’assottigliarsi della capacità politica dei movimenti e ad una perdita di senso delle loro azioni, ridotte ad un susseguirsi di omicidi assurdi, entrano in profonda crisi, fino alla dissoluzione.
Tramontato il clima da compromesso storico, si afferma al governo del paese il Partito Socialista di Bettino Craxi e inizia un’altra era, quella della Milano da bere.
Massimo Varengo