Lo scorso 30 settembre è scoppiata una rivolta nel carcere di Pisa. La notizia è circolata quasi in tempo reale a partire da una diretta su TikTok da parte di un detenuto che chiedeva a familiari, amici e simpatizzanti, di recarsi sotto il carcere e chiamare la stampa.
Il fatto in sé costituisce un’eccezione, sia per quanto riguarda la storia più recente della città sia per le modalità di diffusione della notizia, data direttamente dalle persone detenute che in quel momento stavano vivendo la situazione e che hanno scelto di raccontarsi, non di essere raccontate in versioni posteriori.
La realtà del carcere Don Bosco di Pisa, così come quella più generale delle carceri italiane, è una realtà fatta di ordinarie privazioni e di diritti umani (sic!) sistematicamente calpestati. Se nella comunicazione ufficiale di quanto avvenuto il pubblico generalista è rimasto colpito dalla presenza di cimici (in senso tecnologico e non…), sporcizia, violenza, spazi angusti e, perché no, anche smartphone, chi conosce la situazione del penitenziario si è stupito perché la rivolta è scoppiata tardi rispetto a quanto ci si poteva aspettare.
Come ormai è risaputo, anche grazie ai dati faticosamente raccolti dall’Associazione Antigone ogni anno e ripetuti poi a mo’ di mantra, tanto a destra quanto a sinistra, il carcere in Italia sta vivendo condizioni estreme: caldo, sovraffollamento, suicidi, episodi di violenza…tutte caratteristiche che, ormai, sono evidentemente da considerarsi come implicazioni della pena di cui non si può fare a meno. Nel carcere di Pisa, questa situazione di ordinaria (dis)umanità è stata ulteriormente aggravata dall’arrivo di altre persone detenute provenienti da Sollicciano, penitenziario fiorentino in cui sono state chiuse delle sezioni perché considerate addirittura “contrarie alla dignità umana”. Nell’ennesima operazione di propaganda, la soluzione al problema è stata infatti il semplice trasferimento delle persone detenute in altri penitenziari già vicini al collasso. In questo modo, equilibri interni già di difficile tenuta sono stati stravolti dall’arrivo di persone che, scacciate senza tregua, sono state mandate di terra in terra, fra cemento, sbarre e divise. Nel caso pisano, questo movimento si è tradotto in un aumento delle presenze che ha fatto raggiungere al sovraffollamento un tasso del 150%.
La rivolta, vista da fuori, dalle persone accorse per esprimere solidarietà e preoccupazione per la situazione in corso, è risultata meno in linea con la visione quasi escatologica emersa il giorno seguente. Stando fuori, è stato possibile contare diverse ambulanze arrivate a sirene spiegate, una dozzina in poco più di due ore. La diretta di TikTok – che tanta indignazione ha generato nei commenti successivi – ha permesso a chi era fuori di vedere cosa stava succedendo dentro e, in alcuni casi, di poter interagire direttamente con i propri cari. Le persone detenute hanno mostrato le microspie trovate nelle celle, i luoghi della loro quotidianità, i corpi segnati dalle ferite. Elementi che il penitenziario cerca sempre di nascondere nelle narrazioni pubbliche.
Il carcere, del resto, serve per buttare via le persone assieme alla chiave, nel nome di un fantomatico processo di rieducazione che si verifica mediante azioni quotidiane orientate alla repressione. La repressione non è solo la violenza fisica degli agenti di polizia ma anche quella, più “dolce” e subdola, degli psicofarmaci, la cosiddetta terapia, che gli stessi detenuti dicono essere distribuita con facilità, probabilmente per rendere più gestibile il mantenimento di un equilibrio sempre più difficile.
L’allarme per la rivolta – o evento critico, come viene ufficialmente definito – è rientrato ufficialmente alle 6,30 di giovedì 1 ottobre. Le cronache non hanno mancato di sottolineare come non ci siano stati feriti, come siano stati individuati e trasferiti i 4 responsabili che hanno dato il via allo stato di agitazione, con inasprimento delle pene, secondo quanto previsto dai più recenti provvedimenti normativi. Anche in questo caso, il dissenso va neutralizzato, nel modo meno rumoroso possibile. La versione del carcere di “tutto è bene quel che finisce bene”.
In questo contesto così pacificato, la narrazione non ha mancato di sottolineare, elogiandolo, l’operato delle figure istituzionali presenti che hanno garantito l’incolumità delle persone detenute coinvolte.
Leggendo le cronache, dunque, sembra una storia di ordinaria vita di carcere. Una storia di quelle a lieto fine, una storia in cui le figure femminili coinvolte ricoprono, ancora una volta, il ruolo di protettrici. Gli spezzoni di video di TikTok mostrano alcuni secondi di dialogo fra la direttrice, sulle scale, e le persone detenute barricate nella sezione. La direttrice afferma che, se lasciata entrare in sicurezza, sarà garantita l’incolumità delle persone presenti. Dietro di lei, si intravedono gli agenti in tenuta anti sommossa, pronti a intervenire nuovamente per ristabilire l’ordine e la disciplina. Altra figura determinante in questa contrattazione è la garante dei diritti delle persone private della libertà: anche lei donna, anche lei elogiata per questo lavoro di diplomazia. Hanno impedito il peggio, hanno impedito che ci fossero vittime. Come le donne angelicate del dolce stil novo. Del resto, siamo pur sempre in Toscana. Ma queste figure mistiche, evidentemente, nella loro purezza e nella loro potenza spirituale hanno una competenza territoriale particolarmente limitata. Altrimenti come è possibile che uno dei quattro detenuti ritenuti responsabili dell’inizio della rivolta, un giovane albanese di 29 anni, trasferito nel carcere di Pavia, abbia detto ai suoi familiari di essere stato picchiato durante il trasferimento e di non aver ricevuto le cure mediche necessarie? Il fatto stesso che questa notizia sia stata ripresa solo dalle cronache locali è indice di come la vicenda sia stata inghiottita dalle cronache penitenziarie, così come altri eventi di ordinaria amministrazione.
Questo resoconto, tuttavia, sarebbe incompleto senza citare nemmeno una volta l’operato degli agenti di polizia penitenziaria. Anche questo corpo, infatti, si è espresso per rivendicare il proprio ruolo ufficiale in questa “rivolta bianca” quasi miracolosa. A tale scopo, infatti, in articoli di settore viene rilanciata con fermezza soprattutto la presenza di figure appositamente formate, i Negoziatori, che hanno consentito un rientro dell’allarme pacificato. Le fonti interne che hanno parlato di percosse, le ambulanze accorse e viste entrare dalle persone di fuori, le testimonianze di alcuni operatori sanitari che hanno parlato di detenuti feriti, persino i cittadini che hanno visto del fumo proveniente dal carcere: tutto questo, allora, significa certamente aver frainteso l’operato degli agenti e la loro portata pacificatrice.
La rivolta è stata già dimenticata dal pubblico. Passato il primo momento di indignazione generale, il Don Bosco di Pisa, così come il sistema carcere, si è riappropriato dell’immagine di fortezza inespugnabile, in cui il fuori può entrare per pochi momenti, in spazi predefiniti e per guardare solo chi può essere guardato. Ben vengano, allora, eventi realmente aperti al pubblico, dirette social dell’ultimo minuto, momenti di rottura in cui viene messa in scena, nella sua nudità, la normale brutalità del carcere, troppo spesso fatta passare come fantomatica rieducazione.
Medea