Per anni ci hanno raccontato che le nuove tecnologie avrebbero liberato l’umanità dai vecchi vincoli del potere. Internet avrebbe abbattuto le frontiere, la circolazione delle informazioni avrebbe indebolito le gerarchie, l’innovazione avrebbe reso superflue le burocrazie statali. La Silicon Valley si presentava come il laboratorio di una società nuova, nella quale la libertà dell’imprenditore avrebbe prevalso sulle istituzioni tradizionali.
Oggi, da quello stesso mondo, arriva un messaggio apparentemente opposto: gli ingegneri devono mettersi al servizio della nazione, l’intelligenza artificiale deve garantire la superiorità militare e la tecnologia deve diventare uno strumento decisivo della potenza americana.
È il programma della Repubblica tecnologica: The Technological Republic è il libro pubblicato nel 2025 da Alex Karp, amministratore delegato di Palantir Technologies, insieme a Nicholas Zamiska, e riassunto dalla stessa Palantir, nell’aprile 2026, in un manifesto di ventidue punti.
La Silicon Valley, sostengono gli autori, ha un debito morale verso il paese che ne ha consentito l’ascesa. La superiorità delle democrazie occidentali richiede una forza militare costruita sul software. E alla deterrenza nucleare sarebbe destinata a succedere una nuova deterrenza fondata sull’intelligenza artificiale.
Più che una proposta industriale, è un progetto politico che assegna al capitale tecnologico una funzione centrale nella difesa dell’egemonia americana.
Due strade verso lo stesso potere
Palantir nasce nel 2003. Tra i suoi fondatori c’è Peter Thiel, cofondatore di PayPal e poi importante finanziatore della destra statunitense.
Thiel proviene dalla tradizione libertariana americana, che nella sua declinazione di destra pone al centro la libertà del proprietario e dell’imprenditore dai vincoli dello Stato e delle maggioranze democratiche. Nel 2009, in un saggio pubblicato dal Cato Institute, è arrivato a scrivere di non credere più che libertà e democrazia siano compatibili.
Alex Karp proviene da un percorso differente. Si presenta come un liberale, difensore delle istituzioni occidentali, e sostiene che le imprese tecnologiche debbano contribuire direttamente alla potenza nazionale.
Due concezioni politiche che sembrano contrapposte, ma che trovano una convergenza concreta.
La libertà del capitale dal controllo democratico e il rafforzamento degli apparati statali non sono necessariamente incompatibili. Lo Stato garantisce risorse, commesse e protezione politica; le imprese forniscono strumenti sempre più sofisticati per esercitarne il potere.
Non bisogna peraltro immaginare una Silicon Valley che scopre improvvisamente lo Stato. Internet, la microelettronica e numerose altre innovazioni sono cresciute anche grazie agli investimenti pubblici e militari. La novità non è questa relazione, ma la sua rivendicazione esplicita come missione politica.
Il potere dentro il software
Palantir non è arrivata di recente al mercato militare: fin dalle origini ha sviluppato sistemi destinati all’intelligence e agli apparati di sicurezza.
Le sue piattaforme integrano grandi quantità di informazioni provenienti da fonti differenti, individuano relazioni e forniscono strumenti di analisi e supporto alle decisioni.
Nel gennaio 2024 l’impresa ha annunciato una collaborazione strategica con il ministero della Difesa israeliano, per sostenerne le «missioni legate alla guerra». Non conosciamo tutti i dettagli operativi di questa collaborazione, ma il coinvolgimento è stato rivendicato dalla stessa società.
Negli Stati Uniti Palantir collabora da anni con ICE, l’agenzia federale incaricata dell’applicazione delle leggi sull’immigrazione. I suoi sistemi servono a gestire i dati e le operazioni con cui i migranti vengono individuati ed espulsi.
Nell’aprile 2025 anche la NATO ha annunciato l’acquisizione del Maven Smart System di Palantir, una piattaforma di intelligenza artificiale destinata all’analisi dei dati e al supporto delle decisioni militari.
Non siamo dunque davanti a un progetto futuribile. La Repubblica tecnologica ha già i suoi contratti, le sue infrastrutture e i suoi apparati.
Il problema, però, va oltre l’impiego militare o repressivo di strumenti informatici avanzati.
Un sistema capace di raccogliere informazioni, stabilire collegamenti, attribuire priorità e suggerire interventi non si limita a eseguire decisioni prese altrove. Contribuisce a determinare quali informazioni saranno considerate rilevanti, quali possibilità verranno esaminate e quali persone diventeranno oggetto di attenzione.
Anche quando la decisione finale rimane formalmente affidata a un essere umano, la tecnologia ha già delimitato il campo entro il quale quella decisione viene assunta.
Chi stabilisce i criteri di selezione? Chi può verificarli, contestarli o modificarli? Chi decide che un determinato sistema non debba essere utilizzato?
Non basta rassicurarci affermando che l’essere umano conserverà il controllo. Bisogna chiedersi quale essere umano, inserito in quale gerarchia e sottoposto a quali responsabilità.
Quando il fornitore diventa parte del potere
Tradizionalmente un’impresa forniva allo Stato strumenti che le istituzioni decidevano come utilizzare. Oggi le grandi piattaforme tecnologiche possono concorrere a definire le possibilità operative degli apparati pubblici, le modalità di elaborazione delle informazioni e perfino i criteri attraverso cui vengono formulate le decisioni.
Questo non significa che Palantir governi al posto degli Stati. Significa che il confine tra chi fornisce gli strumenti e chi esercita il potere può diventare sempre meno netto.
E quando le istituzioni dipendono da infrastrutture tecnologiche proprietarie, difficili da sostituire e da controllare, questa dipendenza può trasformarsi in una capacità di condizionamento politico.
La questione va oltre la proprietà dei dati o dei programmi: riguarda il controllo delle conoscenze e delle procedure attraverso cui il potere viene esercitato.
Sarebbe tuttavia insufficiente concludere che la soluzione consista semplicemente nel trasferire queste tecnologie alla proprietà pubblica.
Uno Stato può possedere gli strumenti più avanzati e utilizzarli contro i lavoratori, i migranti, i movimenti sociali o le popolazioni di altri paesi.
Karp rimprovera alla Silicon Valley di aver sprecato le proprie capacità nella produzione di applicazioni commerciali e strumenti di consumo. La critica coglie una contraddizione reale: le straordinarie conoscenze scientifiche accumulate dall’umanità vengono troppo spesso subordinate al profitto immediato.
La risposta, però, non può essere quella di metterle al servizio della competizione militare tra potenze.
Il problema non è soltanto che le imprese tecnologiche mettono i propri strumenti al servizio del potere. È che, controllando strumenti dai quali il potere dipende sempre più, quelle imprese diventano esse stesse parte del potere.
E sostituire il proprietario privato con lo Stato non basta a restituire alla collettività la capacità di decidere.
Totò Caggese