Riflessioni al tempo del coronavirus

In redazione, a numero quasi del tutto composto, ci sono arrivate sulla mail di redazione una numerosa serie di testimonianze dirette dal mondo del lavoro della sanità. Siamo davvero dispiaciuti di non riuscire materialmente a pubblicarle tutte in questo numero: rimedieremo nel prossimo, offrendo alla voce diretta dei lavoratrici e dei lavoratori uno spazio apposito.

La Redazione di Umanità Nova

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Lavoro in sanità da 24 anni tra cooperative, sanità privata e pubblica. Da 37 anni svolgo attività sindacale e mai mi era capitato di dover assistere a una situazione di emergenza di tale portata. Milioni di pensieri ti passano per la testa, pensi ai tuoi familiari, ai tuoi vicini, ai tuoi amici che in qualche modo potrebbero aver contatti con te e ti auto-isoli il più possibile come per poter garantire un senso di protezione. Una cosa è certa: ci sono aspetti legati a questa situazione che adesso, per ovvie ragioni, potrebbero risultare secondari ma che tuttavia, ad emergenza terminata, si paleseranno inevitabilmente in ognuno di noi, ed è l’aspetto psicologico che molti lavoratori, chi più chi meno, si trascineranno chissà per quanto tempo. Non passa giorno che molti colleghi ti chiamino per segnalarti casi positivi tra pazienti ed operatori sanitari nei reparti. Non passa giorno che ti vengano segnalate le difficoltà che tanti colleghi riscontrano nel loro lavoro quotidiano. Non passa giorno che ricevi decine di chiamate di colleghi e compagni disperati che non sanno come fare. Il senso di impotenza è molto forte perché non sai nemmeno tu come gestire la situazione. Non sai cosa consigliare perché hai già fatto tutto quello che ti era stato possibile fare. Eppure il senso di responsabilità che avverti non ti dà tregua a differenza di chi dovrebbe averne “per ruolo istituzionale”: non sanno neanche ammettere di aver sbagliato tutto essendosi prestati, se non condividendo, ad attuare politiche devastanti e spesso inscenando teatrini per la solita ricerca di consenso ed elettori.

La mancanza di dispositivi di sicurezza è ormai una costante. Doppi turni massacranti e con la consapevolezza di non sapere come tornerai a casa sono una condizione devastante. Sono milioni i pensieri che ti passano per la testa. Il personale sanitario è allo stremo, distrutto fisicamente e mentalmente, dove si registra il ricorso all’uso di farmaci per poter dormire qualche ora tra un turno massacrante e quello successivo quando i pensieri non riescono a staccarsi da quanto vissuto. Capita di vedere colleghi di lunga esperienza piangere, pazienti sistemati nei corridoi, persone sole, lontane dai loro affetti: il coronavirus fa morire da soli. Come puoi non tenere conto del fatto che dall’inizio dell’emergenza ad oggi sono circa 3000 gli operatori sanitari contagiati, senza nessuna o con inadeguata protezione. Ed è in questi frangenti che pensi a quella collega infermiera di soli 49 anni che lavorava nel reparto di terapia intensiva all’ospedale di Jesolo che si è tolta la vita. Quali pensieri le saranno passati per la testa. Cerchi di capire quale potesse essere stato il suo stato d’animo per arrivare a compiere un tale gesto. Ed è in questi frangenti che condividi la lettera di una infermiera marchigiana che scrivendo a Conte ha rifiutato la mancia di 100 euro sostenendo che il lavoro e la vita valgono molto di più. In questi giorni ogni organizzazione sindacale ha provveduto ad inviare lettere di protesta e di richiesta di sicurezza per i lavoratori. Mi chiedo se possa servire, ma la risposta è scontata. Serve eccome, perché è necessario denunciare la mancanza di sicurezza in cui molti lavoratori della sanità sono costretti a lavorare ogni turno, ogni giorno, anche se l’emergenza attuale è rivolta al pratico e tu sei impotente di fronte alle decisioni che politici e istituzioni senza scrupoli o minimo rispetto prendono e impongono per tutti. Le direzioni aziendali sono pressoché assenti e spesso accade pure che mettano in atto sistemi di repressione se ti permetti di parlare e dire fuori ciò che provi, e di come sei costretto a lavorare. Non ti senti protetto in alcun modo, nemmeno da chi non dovrebbe avere la minima difficoltà a farlo. La notte sei sovrastato dai pensieri. Pensi, pensi a quello che sarebbe giusto fare e non trovi spiegazioni se non la rabbia che ti sale per ciò che vedi e senti. Questa situazione è evidente che ha messo a nudo quello che la maggioranza della gente è veramente. E in questa attuale esasperazione.

Senti e vedi anche cose orripilanti nonostante la tragedia. Ad esempio, vedi sciacalli di ogni genere che si buttano sulle vittime per proprio tornaconto. Le serate al balcone le trascorri pensando e pensando. Pensi a come d’altra parte, storicamente, i governi hanno sempre avuto bisogno di distrarre le masse per nascondere le responsabilità sui problemi in atto. Senti le auto della polizia municipale passare con l’inno nazionale che esce violentemente dagli altoparlanti. La gente lo canta dai balconi e ti senti ripetere che il paese è unito. La gente ascolta le televisioni che lanciano bollettini di guerra e ti ripetono che devi stare a casa autorizzandoti a fare il poliziotto verso il vicino. La gente non pensa che però le fabbriche sono aperte per il profitto dei padroni dove gli operai lavorano senza protezione, ammassati l’uno sull’altro. Sono carne da macello. Sono carne da macello i lavoratori di Amazon, ma va bene, perché devono portarci il nostro prezioso acquisto veloce che diventa indispensabile. Sono carne da macello i lavoratori dei trasporti, ma devono portarci a lavoro. Sono carne da macello le cassiere dei supermercati, ma la gente denuncia chi corre mezz’ora in solitudine. Ecco come hanno indirizzato a trovare il capro espiatorio della situazione, ecco come dirigere la rabbia verso il colpevole di turno, basta che non sia in discussione il sistema capitalistico, il vero responsabile. NO: con il cazzo che è unito e con il cazzo siamo tutti sulla stessa barca! La gente non pensa che ogni volta che abbiamo lasciato chiudere un posto letto abbiamo alimentato la nostra paura e angoscia odierna. Assemblee e scioperi della Sanità non hanno mai trovato l’adeguata partecipazione negli anni, ora troveremo al nostro fianco chi oggi plaude agli operatori sanitari? La gente che adesso si identifica nel plauso collettivo e nella difesa isterica del personale sanitario dov’era quando parlavamo al vuoto nelle assemblee cittadine, durante i presìdi e le manifestazioni in difesa del sistema sanitario? Abbiamo assistito avviliti al disinteresse quasi totale, come se il problema fosse stato solo nostro e non della collettività. Spesso addirittura sostenuto da un popolo anestetizzato da proclami ben mirati e buttati li per l’occasione, con l’intento di voler colpire quei fannulloni dal cartellino facile. Il messaggio da far passare era quello di colpire i vagabondi e i furbetti che rubavano lo stipendio. Adesso, in emergenza, ci si rende conto dell’importanza della sanità pubblica. Si solleva ad eroi persone, donne e uomini che da anni lavorano in condizioni disumane, sotto stress, sotto ricatti, sotto mobbing, penalizzate da dirigentucoli che li valutano andando a incidere sul proprio stipendio e con un contratto indecente. Quella parte di popolo che ha bisogno di eroi fa parte di quel popolo fallito. Lasciamo gli eroi ai fumetti e sosteniamo chi in emergenza ci lavora tutto l’anno. Forse a molti potrà sembrare piacevole e gratificante leggere quei “grazie” sui tanti striscioni apparsi davanti agli ospedali. Ebbene, sappiate che sono gli stessi operatori, medici, infermieri e OSS aggrediti nei pronto soccorso e nei reparti, fino a pochi giorni fa, da folle inferocite incapaci di pensare. I luoghi sono sempre gli stessi pronto soccorso che sono stati devastati, le stesse ambulanze sfregiate e distrutte che oggi si riscoprono necessarie. Terminata l’emergenza e il bisogno di sicurezza, cosa faranno? Torneranno a essere i giudici morali di altre persone? Torneranno a essere quella parte di popolo egoista e incurante del rispetto altrui, pronta a ergersi a giudice per puntare il dito su altri? Siamo di fronte a un popolo privo di ogni senso civico ma evidentemente ben consapevole di ciò che vuole. Sono dell’avviso che molti italiani dovranno imparare a pensare con la speranza che questa esperienza serva da lezione. Ci hanno preso per il culo e lo hanno fatto fin dall’inizio mentre noi ci scannavamo sui social su quale virologo o infettivologo avesse ragione circa la probabile pandemia o semplice influenza. Lo stato di emergenza è stato dichiarato il 30 gennaio ma a tutti lo hanno comunicato a marzo. Quasi due mesi di silenzio in cui hanno solo dato informazioni contraddittorie. Hanno tenuto le fabbriche aperte per il profitto, non hanno rifornito per tempo le strutture sanitarie dei dispositivi di sicurezza mandando i lavoratori al macello. Hanno avuto tutto il tempo di riaprire gli ospedali, di avere ventilatori e dpi per affrontare l’epidemia. Lo potevano fare ma hanno preferito aspettare nelle loro comode case. Sono profondamente schifato e nauseato. Sì, sono sicuro che questa situazione lascerà il segno indelebile in molti, o per lo meno a me sicuramente sì.

Un lavoratore dell’Azienda ospedaliera di Firenze

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