Coop sociali e Covid-19

Dopo settimane che se ne parlava, domenica 23 febbraio è arrivata la notizia della chiusura, dall’indomani, delle scuole di ogni ordine e grado, asili compresi, in tante zone del nord Italia. Fino a quel momento il coronavirus era la “ricorrente” malattia che si diffondeva nell’estremo oriente per poi diventare, con il primo contagio a Codogno, qualcosa di più tangibile ma ancora ben lontani dal clima di panico sociale attuale. Esempio personale emblematico: la settimana prima stavo recandomi per la consueta trasferta a seguire il Parma a Torino con la mia banda di spostati, quando già in autostrada ricevemmo la telefonata: non si gioca, si torna indietro. Ci sembrava incredibile un rinvio così tardivo, non avevamo ancora capito che confusione, tentativi e contraddizioni sarebbero stati la normalità da lì a non sappiamo quando.

Oltre ovviamente alla sanità, uno dei settori immediatamente toccati dai provvedimenti governativi è stato quello delle cooperative sociali: negli asili lavora moltissimo personale coop. come ausiliarie e maestre, nelle scuole come educatori e educatrici. Se i dipendenti pubblici hanno forme di tutela immediatamente attivate, in questo settore si vive (e non da oggi) nella precarietà: i contratti nazionali blindati tra centrali cooperative e sindacati confederali sono pessimi, vivono spesso di commistione tra questi e, di fatto, il socio-lavoratore medio si sorbisce tutto, poco sindacalizzato, abituato a considerare il lavoro come occasione, magari temporanea, non come un diritto da tutelare.

Stavolta però i settori più sindacalizzati nel settore – pochi ma ci sono – consapevoli di cosa possa significare la situazione, iniziano ad attivarsi: le prime telefonate di maestre ed educatori preoccupati e già arrabbiatissimi arrivano un minuto dopo la pubblicazione del provvedimento. La paura è che, con la scusa della chiusura, si facciano prendere a chi ha il servizio chiuso ferie e permessi, in un settore in cui, già da prima, ferie e permessi non coprono l’intero periodo di chiusura dei servizi e le coop ricorrono alla banca-ore (se in attivo), al recupero-ore (se negativo) oppure a sospensioni temporanee del contratto.

La mattina seguente, come USI (e poi pure gli altri sindacati di base), escono comunicati in merito: chi più “sul pezzo”, ponendo chiaramente gli obbiettivi, chi purtroppo con la consueta fumosità ideologica anni ’70. In un quadro di pochissime informazioni fornite ai soci e nessuna ai sindacati, almeno nel nostro territorio le coop. paiono, dopo qualche giorno, recepire questa preoccupazione e, nonostante le comunicazioni spesso contraddittorie, in qualche modo garantiscono, almeno per un periodo ancora non definito, la richiesta di ammortizzatori sociali (il FIS) che però coprirà circa il 70-80% del salario reale. Come USI, e non saremo i soli, chiediamo ovviamente non solo l’anticipo già dalla busta di marzo, perché non è possibile aspettare i tempi dell’INPS, ma pure un’integrazione della differenza da parte delle coop: se il problema è eccezionale, lo siano pure le misure per fronteggiarlo. Non si può sapere se senza questa mobilitazione spontanea e immediata la risposta sarebbe stata questa; intanto prendiamo atto che il settore non è stato completamente passivo, anzi.

I problemi, però, restano tutti. Le coop. si rifiutano di interloquire, quasi ovunque, con i sindacati di base: il solo interlocutore è il sindacalismo confederale: CGIL-CISL-UIL. Se questo è un problema precedente alla crisi coronavirus, in questa situazione si è manifestata con ancora più chiarezza la totale mancanza di democraticità di queste cooperative che, a parole, sono un “presidio democratico”, di fatto negano la legittima rappresentanza ai lavoratori, soprattutto in un settore che, non esistendo le castranti RSU, per contratto attribuisce ogni diritto alle RSAziendali. Altri problemi sono costituiti dal settarismo, dall’iper-ideologismo, dalla politicizzazione esasperata di alcuni sindacati di base, più preoccupati di dare lezioni di ideologia piuttosto che finalizzare l’intervento a una lotta con precisi obbiettivi da condurre con credibilità e determinazione, dimenticando che una vicenda così eccezionale avrebbe azzerato, come poi è stato, ogni dissenso in vista della consueta retorica patriottarda dell’occasione, accompagnata da retorica, inni… e polizia nelle strade e repressione sul lavoro.

Nella nostra città, per esempio, USI ha promosso immediatamente un tavolo unitario dei sindacati di base presenti sul territorio, ma purtroppo gli interlocutori non sono stati all’altezza del momento: ingenuità, scarsa consapevolezza sindacale, confusione, poca presenza reale nel conflitto di lavoro. Infatti, già dall’indomani, la piattaforma condivisa ha visto sfilare via via gli interlocutori, soprattutto a causa di una di queste sigle totalmente eterodirette dai “capi” nel capoluogo bolognese che, per ragioni che ognuno può cercare di individuare come gli pare, hanno impedito che fosse firmata questa piattaforma per motivi totalmente pretestuosi, cercando poi nei giorni seguenti di convincere altri soggetti. Peccato che lo stesso sindacato, a Bologna, ha rivendicato due giorni dopo accordi con una coop sugli stessi identici punti che noi a Parma avevamo proposto…

Altro problema è rappresentato dai committenti, in particolare i Comuni, che sono parte diretta in causa avendo la responsabilità dei servizi che appaltano. In questa occasione si è palesata, se ce n’era bisogno, la fragilità del potere, l’assenza di competenza, di consapevolezza del ruolo di garante pubblico. L’ente pubblico, a Parma come altrove, di fatto non ha esercitato nessun tipo di controllo, limitandosi, in poche e occasionali circostanze dovute alla dislocazione geografica di taluni organismi (vedi la Regione), a dire due parole di circostanza agli educatori arrabbiati e ai loro rappresentanti. Ma sono stati ugualmente momenti importanti, perché comunque hanno rappresentato episodi di mobilitazione e lotta concreta.

Questo però dovrebbe far riflettere gli apologeti vetero-sinistrorsi, pure sindacali, sul fatto che giocare tutte le fiches sul discorso “i servizi devono tornare pubblici!” ha un senso se parliamo di estensione di diritti e garanzie, ma non ha alcun senso se l’ammantiamo di un valore politico immanente e risolutivo. Il pubblico è statale, lo statale è sfruttamento, burocratizzazione, assenza di controllo, ricerca di profitto in altre forme come il privato. Il problema è il sistema liberista, che non si risolve con tentativi – per quanto ammorbiditi – di “capitalismo di stato”.

Si è cercato ugualmente di continuare la mobilitazione, nonostante i divieti ministeriali che hanno reso più complicato (all’inizio) o impossibile (adesso) fare assemblee, presìdi, manifestazioni. Si è provato con comunicati stampa, con mail-bombing, ma permane il silenzio assoluto da parte de nostri interlocutori. Ora, in realtà, tutto è fermo: gli ammortizzatori sociali sono stati chiesti fino a un breve periodo e si confida in un’estensione; i confederali ne sanno poco più di noi nonostante la corsia preferenziale; le coop navigano a vista con servizi falcidiati da malattie e chiusure; i sindacati di base restano attenti e vigili cercando di controinformare e spiegare. Attualmente, essendoci stata una continua recrudescenza della malattia, il focus è andato spostandosi sul diritto di pretendere tutti i dispositivi di protezione individuale e ogni tutela sanitaria, perché soprattutto per gli educatori si è iniziata a ventilare l’ipotesi di interventi domiciliari, come se, così facendo, non si mettesse semplicemente a rischio l’intera categoria. Anche l’altra soluzione molto parziale, il tele-lavoro, necessita di precisi accorgimenti, e i costi – va ricordato – devono interamente essere a carico del datore di lavoro.

Cosa succederà da domani, non si sa. Al momento in cui scrivo è uscito un ennesimo Decreto Ministeriale che autorizza i comuni a pagare ugualmente le coop per le cifre già messe in bilancio in caso di servizi rimodulati: al solito, c’è chi ha accompagnato questo provvedimento con comunicati roboanti. In realtà, c’è un nuovo spiraglio in cui infilarsi ma cambia poco, e di trionfale c’è nulla. A breve, le Centrali coop. dovranno ricontattare i sindacati (e saranno solo i confederali, se non si riuscirà a invertire territorialmente la cosa) per allungare la richiesta del FIS, che però potrà coprire un arco temporale limitato (9 settimane al massimo).

In un quadro sindacale così blindato sarebbe stato auspicabile che il sindacalismo di base si fosse mostrato unito nell’individuare obbiettivi precisi, in modo credibile; invece anche questa vicenda ha dimostrato fragilità, contraddizioni e convenienze, oltre che palesi diversità di organizzazione: ci spiace, ma ci fanno sorridere – amaramente – quei libertari che poi, rispetto a tematiche del lavoro, preferiscono modelli autoritari e fortemente centralizzati, ma questo è un altro discorso, lo stesso “altro discorso” dei libertari nei confederali. Una soluzione sarebbe stata di creare ovunque tavoli di lavoro territoriali aperti e unitari che si ponessero, in autonomia, come interlocutori di centrali coop e committenti pubblici, in modo autorevole. Noi possiamo dire almeno di averci provato con sincerità e impegno, restiamo fiduciosi che già da domani qualcosa possa cambiare e guardiamo con favore ai tentativi che ugualmente, un po’ ovunque, si stanno ancora facendo.

Abbiamo, come sindacalismo di base e come USI in particolare, essendo l’espressione più genuina e disinteressata dei nostri ideali e delle nostre pratiche nel mondo del lavoro, il dovere di cercare di estendere consapevolezza di classe e conflitto continuamente, ponendoci sempre fuori da retoriche sensazionalistiche e uso strumentale dei lavoratori, ponendoci in modo credibile davanti alle sfide che il capitale e il potere ci pongono. Questa situazione del tutto eccezionale ha dimostrato che il potere, quando vuole, è in grado di alzare il livello di repressione e di azzerare il conflitto in modo devastante: ciononostante noi dobbiamo ugualmente esserci. Coerenti con ciò che siamo e vogliamo.

Max

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