Ricordando Piero Del Prete

Pierino non c’è più. Alla fine i suoi problemi polmonari hanno vinto, ci ha lottato per tanti anni senza mai perdersi d’animo: erano troppe le persone e le cose di cui si voleva prendere cura.
Ci eravamo conosciuti nei primi anni del secolo (si può iniziare a dire), poi, qualche tempo dopo, ad una festa di compagni a Montignoso, avevamo portato un po’ di impianto audio per uno e ci eravamo improvvisati fonici; finiti i concerti e finito il “servizio”, a notte fonda, ci siamo trovati tutti e due con la chitarra e abbiamo iniziato a suonare insieme.
Con Piero, la sorella Lilli e Dario abbiamo suonato tanto, avevamo messo su un gruppo: “Addetti alla nostalgia società cooperativa”, chiaramente non convenzionale, era un gruppo aperto dove chi voleva poteva venire e suonare con noi, e in tanti ci hanno accompagnato in quell’esperienza, poi alla morte di Dario siamo rimasti in tre. Ci chiamavamo “Avanzi di balera” o più semplicemente per nome e, in tre o in due, siamo usciti dagli stretti confini della Lunigiana e abbiamo suonato in molte occasioni di movimento. “Lo sai che per i compagni ci sono sempre”: Livorno, Alessandria, Firenze, Piombino, Milano, Torino, Reggio Emilia, Pordenone e tanti altri luoghi, tanti i compagni e le compagne che lo hanno conosciuto.
Ho usato all’inizio l’espressione “prendere cura”, perché Piero (a dire il vero si chiamava Pietro, ma nessuno usava quel nome) era una persona ferma, ma dolcissima, capace di prendersi cura di tutto ciò che gli stava a cuore: la compagna Nicoletta, le figlie, le nipoti e i nipoti, la sorella gli amici, i compagni.
Ma anche le cose: era un artigiano sensibile (potrei dire un artista, ma lui non avrebbe apprezzato): un restauratore di mobili minuzioso, un bravo liutaio, un disegnatore e un grafico di una attenzione estrema, oltre che un ottimo musicista.
Ma forse era solo per la sua innata capacità di prendersi cura, che fosse una musica, un disegno, l’anta di un armadio… piuttosto che un animale o una pianta: il suo orto era un giardino ogni seme aveva una storia, ogni pianta era “la” pianta.
Abbiamo viaggiato tanto insieme, sempre e comunque per strade secondarie, perché il viaggio è importante quanto la destinazione se non di più, e poi era il nostro modo di prenderci cura di noi, e abbiamo parlato tanto, io alla giuda e lui attento al paesaggio, sempre pronto a farmi fermare per andare a vedere meglio un particolare che valeva la pena, magari anche solo un albero o un muro a secco, piuttosto che per fare attraversare la strada a delle rane. Era una persona curiosa e aperta, affascinata da tutto ciò che era “pratica” e parlavamo di tutto, dal come rapportarsi ai bambini, ai metodi di coltivazione dei peperoni alle Canarie, dall’incatenatura del piano armonico della chitarra classica, alle tecniche casearie a latte crudo… Mi parlava dell’infanzia nel Salernitano, della gioventù in Brianza, di una Milano scomparsa da mezzo secolo, e poi del trasferimento in Lunigiana, dei Bandito Maria: il gruppo col quale da giovani, assieme a Lilli, Dario e altri avevano rischiato di finire a Sanremo… e ancora di Hierro, la sua casetta in montagna, il lavoro che gli era costato, la pesca nell’oceano, la gioia di quell’isola, gli amici…
E per me sei stato un amico, un compagno, un fratello.
Ciao Piero: oltre quel monte il confine: il nostro è stato un bel viaggiare.

Dielle

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