Il capitalismo cambia, muta, si trasforma, colonizza Marte, progetta androidi e ci proietta nella fantascienza ma resta chi è povero (nonostante qualcuno avesse abolito per legge la povertà…), sfruttato e oppresso.
Le canzoni hanno sempre accompagnato le lotte, negli scioperi, ai picchetti, nelle campagne. Le canzoni aiutano a ricordare i nomi di chi ha tenuto la schiena dritta, di chi non ha chinato la testa, di chi è morto per i suoi diritti e per quelli di tutti. Il 1° Maggio resta ancora la festa di chi è sfruttato, un giorno per ballare e cantare in vista di 364 giorni di lotta.
1 DUAP – EROE DI NULLA
2 PAT ATHO – L’OMICIDIO DI ABD EL SALAM
3 RIDERZ WITH ATTITUDE – WORKING CLASS RAP
1 DUAP – EROE DI NULLA
Il rock proletario dei Duap rinvigorì il suono dell’Oi! italiano dalla fine dei ’90. Suonarono tutto sommato pochi anni, regalando pezzi importanti per i kids “de borgata” e per i ribelli: “Su quei muri scritte nere / «Punk e skin ancora insieme»” recita “Storie di quartiere”. Il loro streetpunk non sbandierava contenuti politico-ideologici ma non per questo avevano testi disimpegnati. Come buona parte dell’Oi!, i loro testi raccontano la quotidianità dei quartieri operai e popolari, sicuramente la fabbrica e il posto di lavoro ma anche le ansie, le frustrazioni, gli svaghi e le pulsioni di chi abita nelle borgate. “Non s’accorgerà più nessuno / se sei morto oppure se sei vivo, / ogni giorno vivi una battaglia / per restare ancora in piedi”. Inizia così “Eroe di nulla”, canzone contenuta nel loro – ultimo e più maturo – album “Solo per noi” ben riconoscibile dal suono compatto e scattante, grezzo al punto giusto. In copertina compare l’opera di Flavio Costantini “Parigi 7 aprile 1912, I banditi tragici”, che immortala l’arresto di Raymond Callemin e Pierre Jourdain – conosciuti come Raymond la Science e Imbart -, anarchici della Banda Bonnot. Il nome dei Duap riassumeva originariamente la “Distribuzione Unitaria Anarco-Proletaria”, ma dato che indicava più un progetto che una band, ed essendo pesantuccio… il brano “Duri a perdere” divenne perfetto per mantenere il vecchio acronimo e riassumere la loro attitudine. Se il punk aveva molta rabbia da sfogare l’Oi! è un punk intriso di odio: “Otto ore di bestemmie / pensi invano al tuo futuro / sei rinchiuso in questa vita / non ti lasciano neanche respirare”. Gli eroi descritti nella canzone solo in realtà semplici persone, chi va a lavorare tutti i giorni, per (soprav)vivere: “Eroe di nulla! / eroe di otto ore / eroe di nulla! / mani da lavoro / eroe di nulla! / capelli sempre corti / eroe di nulla! / pronti alla vittoria!”. Un ritornello magari semplice, ma che racchiude la materialità del loro sfruttamento (i calli delle mani), l’appartenenza sottoculturale (testa rasata: “…ora hai uno stile: / skinhead!”) e un pizzico di speranza data dalla lotta. “Eroe di nulla” sembra anche richiamare con una metafora bellica i “caduti sul lavoro”, vittime di un sistema di sfruttamento che miete – anche solo in Italia – un quotidiano stillicidio, una vera e propria guerra silenziosa. “Io non voglio nessuna medaglia / ma rivoglio la mia dignità!”. Non sarà di certo un testo consolante, non c’è un lieto fine, “Solo per noi” è disilluso ma mai rassegnato: “Io non voglio il tuo saluto / io non voglio i tuoi soldi / io non voglio nessuna medaglia / io non voglio più ubbidire”.
2 PAT ATHO – L’OMICIDIO DI ABD EL SALAM
Abd Elsalam Ahmed Eldanf (*) è stato schiacciato da un camion scagliatosi contro il picchetto sindacale che la notte del 14 settembre 2016 presidiava i cancelli dell’azienda della logistica in cui era in corso una vertenza. Lavorava come operaio presso il magazzino di GLS a Piacenza, aveva 53 anni e 5 figli, era originario dell’Egitto dove insegnava come professore. Il presidio del sindacato USB quella notte blocca i cancelli nel polo logistico durante una negoziazione per il rispetto dei contratti dei lavoratori precari, Abd El Salam partecipa pur avendo un contratto a tempo indeterminato. Lui muore, un altro suo collega viene ferito da un crumiro che a guida del mezzo pesante schiaccia letteralmente lavoratori e diritti. “L’omicidio di Abd El Salam” fa parte di quel pugno di canzoni che ricordano il lavoratore e la sua storia, è stata scritta da Pat Atho nel suo secondo disco da solista. “È morto stecchito / hanno mentito / è morto di dolore / l’ha detto il dottore. Com’è morto / l’han messo sotto / il cieco destino / il furgone di un crumiro”. Path viene dalla scena punk della “laida provincia” laziale, tra le band più incisive di cui ha fatto parte basti ricordare i nomi di Automatica Aggregazione e Gli Ultimi. Nel suo progetto solista rispolvera la tradizione folk italiana e d’oltreoceano, con l’armonica e una sei corde vecchia scuola canta con la stessa veracità stradaiola del punk. Quel che conta è avere storie da raccontare, e quella di Abd El Salam è una di queste: “Chi l’ha ucciso? Tu l’hai ucciso / Chi l’ha ucciso? Il padrone ha ucciso Abd El”. Il pezzo è accompagnato da alcune righe dell’autore che ripercorrono la dinamica del picchetto di sciopero a Piacenza e la morte del lavoratore: “Di un omicidio si tratta, sia volontario o colposo ha importanza solo per le aule di tribunale: il messaggio è stato chiaro, per chi ha orecchie per intendere. Ancora in tutto il paese torna la violenza sui luoghi di sciopero, memoria di uno squadrismo che sembrava ormai passato. Abd El Salam non è un simbolo né un martire. Abd El Salam è un professore egiziano, in Italia un operaio della logistica, morto ammazzato dalla corsa al profitto”. “L’azienda c’ha diritto / l’azienda c’ha il potere / di togliere la vita / a un uomo se lo crede”. La canzone scorre veloce nonostante il racconto pesi come un macigno, una manciata di strofe per ribadire che nessuno deve morire di lavoro, per il lavoro o sul lavoro, “…vorrei poterti dire / che la lotta sarà dura. / Ma ditemi solo / come Cristo è morto / voglio sapere / perché è morto”.
(*) Il suo nome è scritto in modi diversi, non sapendo quale sia quello corretto è stato riportato ogni volta come scritto nella fonte.
3 RIDERZ WITH ATTITUDE – WORKING CLASS RAP
In un mondo occidentale in cui il potere dominante aveva fatto della trap una sua perfetta espressione culturale (una branca del rap che estremizzava le pulsioni gangsta di raggiungere soldi, potere e donne con ogni mezzo e metodo), la risposta trappata della working class non poteva che arrivare dai “nuovi schiavi”. Sono nati a Torino i Riderz With Attitude, una gang di riders che rappando racconta e anima le loro lotte. L’idea e l’uso politico della trap in chiave anticapitalista sono nati tra coloro che per primi lavorano imbrigliati nell’algoritmo, che stabilisce inedite forme di controllo e sfruttamento. È attorno al 2018 che in Italia iniziano le mobilitazioni dei nuovi fattorini alle dipendenze di colossi del capitalismo digitale che hanno impostato il loro profitto su un neo-caporalato invisibile, sulla flessibilità estrema, che speculano in barba a qualsiasi diritto, legge o convenzione. “Working Class Rap” è sicuramente uno dei loro brani più rappresentativi: “Pompa questa merda trema tutto working class rap / spingila più forte per le strade voglio mille gangs / bocce da 66 fanculo il tuo moet / pecunia non olet / ma al tuo centro sociale manca solo il privé”. Un testo fresco e veloce che si distanzia dal rap delle posse, dagli slogan, dal “classico” storytelling per farsi più fluido e scomposto: “Ogni giorno è una scommessa come se giocassi a dadi / porto l’antipioggia Quechua pure se fa trenta gradi / cavalchiamo tutto il giorno come fossimo nomàdi / indovina chi fotte coi riderz? / esatto: nobody”. La precarietà e la condizione lavorativa dei rider emergono anche da barre come “Da Porta Palazzo (keep it real) / faccio nove chilometri per portare un happy meal (oh shit)”, o “Strade secondarie come topi nelle fogne / qui si sta come d’autunno sopra gli alberi le foglie” che mostrano condizioni di lavoro diversissime da quelle del capitalismo industriale. Il nome RWA richiama ovviamente quello del seminale gruppo americano NWA (Niggaz Wit Attitudes), che gettò le basi di un certo tipo di rap, interessante che i torinesi abbiano sostituito con la “R” il tema della classe a quello razziale: “non conosci la fatica ma parli di classi / tutto giusto in teoria se non fai la prassi”. Il brano viene introdotto da una specie di manifesto non da poco: “Working Class Rap non è solo un pezzo ma è stile. Un modo per ribaltare gli abituali contenuti della trap, tornare in strada e lì provare a ribaltare una realtà che sta troppo stretta. L’ostentazione lascia spazio all’insubordinazione, la rabbia gansta all’odio di classe: Gucci diventa Kalenji, le collane catene, il privé una piazza coperta da un tappeto di bocce da 66. Non sarà mai mainstream e non vuole esserlo, l’obiettivo è raccontare e accompagnare turni svogliati, scioperi incasinati e attitudini insofferenti, pompando da una cargo e sperando in 1000 ‘gvng’”. Gli RWA sono inoltre un esempio abbastanza raro in Italia di crew in cui ogni membro rappa nella sua lingua (grazie a sottotitoli o traduzioni su YouTube si può capire molto), alcuni di loro sono Fara, 3P, Makita, Karma e Shiro. “E non mi fermo con il gelo / anche se fa meno sette / siamo in giro per davvero / mica come i vostri rappers” dice “Odio di classe”, “sotto l’acqua se piove, all’inferno sotto il sole” aveva ahinoi già cantato la working class… Come fosse una moderna “CNN degli sfruttati” nel racconto della loro attività lavorativa incontriamo un lessico tipico del movimento operaio: “Vuoi del sugo? ti portiamo pure salsa BBQ / con la carne di crumiro ci facciamo del ragù!” (da “Nomadi”).
En.Ri-ot