Mutualisti del terzo millennio?

 Dopo la pubblicazione dell’articolo “Jobs Act: e ora?” sul numero dell’8 marzo 2015 di Umanità Nova, un mio amico e compagno di sindacato mi ha spedito una lettera che ritengo utile al fine di riprendere la questione del mutualismo che nell’articolo stesso era solo accennata.

“Ho letto il tuo scritto sul jobs act. Neanche lontanamente il mutualismo potrebbe intervenire per lenire seppur in minima parte le sofferenze prodotte dalla cancellazione del welfare state, ancor meno in periodo di crisi in cui i lavoratori occupati percepiscono bassi salari che non consentono loro di stornare una parte del salario a favore dei colleghi meno fortunati. Due domeniche fa come ALP ci siamo trovati con SI Cobas e i lavoratori stranieri protagonisti di recenti lotte vinte solo perché in settori “sensibili”. Sono gli unici a poter far male alla controparte. dovrebbero scioperare per tutti e gli altri dovrebbero risarcire con la cassa di solidarietà. Questo in teoria perché in pratica la vedo difficile per vari motivi. So bene che pensi ad un mutualismo conflittuale e non irenico, ma dall’incontro che ho avuto con i nordafricani mobilitatisi con SICOBAS sono giunto a questa conclusione: le loro lotte pagano perché:

1) fanno male alla controparte;

2) sono portate avanti da individui giovani provenienti da Paesi dove ancora esiste il senso della comunità ed è quindi ancora vivo lo spirito solidaristico, che porta tutto un gruppo di persone a stringersi intorno a quello di loro che sta patendo qualcosa (ad esempio un licenziamento).

Qui da noi, il dominio anche culturale del capitalismo ha davvero cambiato la testa delle persone, al punto che queste non vedono più in là del loro naso, sono chiuse in un individualismo tale che non riescono neanche più ad immaginare che sia possibile un agire collettivo: abbiamo lavoratori di fabbriche che chiudono che escludono da loro orizzonte di senso la possibilità di lottare in difesa del posto di lavoro e sostengono i peggiori sindacati convinti di “usarli”, che questi siano loro utili e non gli agenti stessi, indubbiamente non da solo ma insieme ad altri soggetti, delle loro disgrazie.

Umberto Ottone”

Caro Umberto,

ti ringrazio per i tuoi appunti che mi costringono a chiarire meglio, ammesso che vi sia in me chiarezza, quanto penso. Io non credo affatto che una rete di società di mutuo soccorso, di gruppi di acquisto solidale, di fabbriche autogestite possa in tempi non biblici sostituirsi sulla base di una pacifica diffusione di esperienze di tal fatta al welfare così come è stato organizzato nei decenni scorsi non foss’altro che perché lo stato, nel mentre si ritira dalla gestione ed organizzazione del welfare, continua ad appropriarsi di una quota robusta del reddito dei lavoratori salariati al fine di spostarla a favore degli imprenditori per un verso e del suo stesso apparato per l’altro.

Resto quindi dell’idea che senza un’espropriazione degli espropriatori esperienze di questa natura possano svolgere il ruolo di esprimenti, sovente importanti ed interessanti – penso ad esempio a quella milanese di RiMaflow una fabbrica occupata dai lavoratori che, coinvolgendo disoccupati e comunque persone interessate, vede lo sviluppo di esperienza di economia alternativa che vanno conosciute e, soprattutto, sostenute – ma certo non di soluzione salvifica rispetto alle questioni che andiamo affrontando.

Ne consegue, e ritenevo nel mio scritto la cosa fosse chiara mentre evidentemente non lo era a sufficienza, che ritengo che PRIMA viene la lotta dei lavoratori e, in genere, delle classi subalterne e, conseguentemente l’organizzazione che a partire dalla lotta si sviluppa. In altri termini, senza conflitto su terreno del rapporto classe – capitale e proletari – stato non si va da nessuna parte.  Le stesse forme possibili, tutte da sperimentare sul campo e studiare, del mutuo soccorso sono, secondo me in primo luogo vista la situazione attuale , il sostegno alle lotte che si sviluppano.

E’ in questa prospettiva, e se non solo principalmente in questa, che si può parlare di nuovo mutualismo mutualismo.

Venendo alle lotte della logistica, sono assolutamente lontano dall’attività mitopoietica che intorno a queste vicende vanno sviluppando alcuni intellettuali amanti della rude razza pagana, ne conosco i limiti e le specificità, sono convinto che non sono riproducibili meccanicamente.

Ciò detto, mi pare siamo d’accordo che sono di straordinaria importanza non dal punto di vista estetico ma da quello pratico sensibile, un settore di classe ha dimostrato sul campo quanto sappiamo ben dal punto di vista teoretico ma dimentichiamo troppo spesso e cioè che è la forza che decide e che il resto è vaniloquio.

Ma cosa si intende con il termine “forza”, come la si organizza, costruisce, coordina? Questa è la vera domanda alla quale è necessario rispondere pena lo scacco, il disincanto, la mestizia.

E’, a mio avviso, evidente che una lettura tutta muscolare della categoria “forza” è riduttiva e fuorviante. Dentro una relazione sociale qual’è quella classe – capitale e proletari – stato la forza si sviluppa necessariamente su più piani e in forme specifiche.

Non ho in questa sede lo spazio per una disamina compiuta della questione, mi limito quindi ad un caso che ritengo esemplare. Non ci spiegheremmo la forza e la tenuta del movimento NO TAV se non tenessimo nel dovuto conto due fattori, non gli unici ma non gli ultimi:

– il sostegno di parte della comunità scientifica alle ragioni del movimento NO TAV che, intrecciandosi alla mobilitazione popolare, ha fornito al movimento stesso la forza delle sue ragioni, la possibilità di contestare puntualmente la propaganda della lobby pro TAV e di conquistare un’area di consenso e simpatia altrimenti inimmaginabile;

– la capacità di tenere assieme culture e pratiche diverse in una dialettica non sempre semplice ma straordinariamente produttiva fra dimensione locale e prospettive generali. In altre parole vi è stata una rielaborazione della pratica politica per molti versi originale ed imprevista, capace quindi di spiazzare avversari potenti e che in una relazione tradizionale avrebbero vinto su campo senza grosse difficoltà

Quindi uso della conoscenza e capacità della pratica politica intesa in senso alto come elementi costitutivi, fra gli altri, della forza di un movimento.

Su quanto dici del reali o presunte mutazioni antropologiche che caratterizzano/caratterizzerebbero la nostra classe, ritengo che sarebbe opportuna una riflessione a parte che spero si possa riprendere a breve.

Cosimo Scarinzi

 

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