Il cuneo fiscale

Chi ha visto nella nomina di Maurizio Landini a segretario generale della Confederazione Generale Italiana del Lavoro un’occasione per una possibile ripresa delle tematiche di classe all’interno del maggiore sindacato collaborazionista italiano, rimarrà deluso se considererà attentamente la vicenda del cuneo fiscale.

Il cuneo fiscale è stato il tema che la Confindustria ha posto come obiettivo al Governo pochi giorni prima della crisi di questa estate, che ha visto l’estromissione della Lega ed il coinvolgimento del Partito Democratico nel sostegno all’esecutivo Conte.

In un’intervista ad un quotidiano del 7 settembre, Landini rilanciava la richiesta di Confindustria, mascherandola sotto il pudico slogan di “meno tasse sul lavoro”. Ora, dopo che il nuovo disegno di legge di bilancio prevede la riduzione del cuneo fiscale a partire dal 1° luglio 2020, si sbraccia a difendere questa misura e a chiedere maggiori stanziamenti pubblici.
Ma che cos’è il cuneo fiscale e come agiscono le misure previste dal Governo per a sua riduzione? Il cuneo fiscale è un indicatore usato dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per misurare gli effetti della tassazione sul costo del lavoro: viene espresso come percentuale del costo del lavoro, è il rapporto tra le tasse pagate da un salariato medio ed il suo costo totale per il capitalista.

In realtà anche il costo del lavoro si presenta ad una manipolazione, dal momento che la letteratura economica dominante ha ormai assimilato alla tassazione anche i contributi previdenziali, assicurativi e per malattia che il capitalista paga per conto del lavoratore e che sono in realtà salario differito.

L’interpretazione ufficiale, infatti, raggruppa sotto il concetto di tassazione sia le imposte sul reddito che gravano sul salario e che sono versate dal capitalista, datore di lavoro, all’erario in veste di sostituto d’imposta, sia la spesa previdenziale legata alle assicurazioni sociali obbligatorie e che ha carattere contrattuale, facendo parte integrante del monte salari. La spesa previdenziale finanzia i sistemi pensionistici obbligatori che consentono la percezione di reddito monetario a chi è giunto alla fine dell’età lavorativa. Nonostante il sistema pensionistico sia regolato da leggi apposite, esso trae origine dal rapporto contrattuale ed è regolato dall’andamento del conflitto tra lavoratori salariati e capitalisti.

Assimilare quindi i costi previdenziali che sono costi effettivi per il capitalista, in quanto parte di salario che verrà restituito più tardi alla classe dei lavoratori salariati, ai costi fiscali, che non sono costi in quanto trattenute sul salario, quindi su un costo già computato nel bilancio dell’azienda, è un’operazione politica, una manovra ideologica che punta a peggiorare comunque le condizioni dei lavoratori salariati, dei pensionati, dei disoccupati e dei precari.

Vediamo ora come opera il taglio del cuneo fiscale messo nel disegno di legge di bilancio, e per cui Landini e i suoi compari si sbracciano tanto. Questo è quello che si legge nell’articolo 5 del ddl di Bilancio: “Al fine di dare attuazione a interventi finalizzati alla riduzione del carico fiscale sulle persone fisiche, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, è istituito un fondo denominato ‘Fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti’, con una dotazione pari a 3 miliardi di euro per l’anno 2020 e a 5 miliardi di euro annui a decorrere dall’anno 2021. Con appositi provvedimenti normativi, nei limiti delle risorse di cui al primo periodo del presente comma, eventualmente incrementate nel rispetto dei saldi di finanza pubblica nell’ambito dei medesimi provvedimenti, si provvede a dare attuazione agli interventi ivi previsti.”

Ora, se è vero che la norma riguarda le persone fisiche e quindi dovrebbe confluire interamente nelle tasche dei lavoratori, alcuni dubbi nascono dalle ipotesi di applicazione della norma, mentre aleatorie sono le fonti di finanziamento. Secondo un’ipotesi riportata dal Messaggero, il taglio del cuneo fiscale assorbirà gli 80 euro mensili erogati con il bonus Renzi. Quindi, fermo restando il limite dei 35.000 euro di reddito annui per beneficiare del taglio del cuneo fiscale, sono state ipotizzate queste applicazioni (FR: Fascia di Reddito; BR: Bonus Renzi; TCF: Taglio Cuneo Fiscale; EAT: Erogazione Annua Totale):
FR BR TCF EAT
8.000-22.000 960 170 1139
22.000.26.000 480 420 900
26.000-35.000 1100 1100
(Il bonus Renzi non si applica oltre un reddito di 26.600 euro annui.)

Come si vede, le ipotesi di applicazione del taglio del cuneo fiscale avrebbero un effetto distorsivo sulla pretesa progressività dell’imposizione fiscale: infatti ne beneficerebbe di più chi guadagna di più: si passa dai 170 euro annui per le fasce più basse, ai 1.100 per quelle più alte.

Se qui siamo nel campo delle ipotesi, quindi è possibile (anche se non probabile), che nell’applicazione del taglio si usino altri meccanismi, quello che è certo è che ovviamente non ne beneficeranno i redditi più bassi ed i senza reddito. Chi è al di sotto degli 8.000 euro di reddito annuo è già escluso dal bonus Renzi. Si tratta di una platea di 3 milioni e 700 mila lavoratori, secondo i dati del viceministro dell’Economia, Antonio Misiani, dove solo 400 mila di questi percepiscono il reddito di cittadinanza.

Si tratta quindi di una misura che non contrasta la povertà dilagante: infatti non riguarda i disoccupati ed i senza reddito, non coinvolge nemmeno i lavoratori a basso reddito e probabilmente aumenterà le differenziazioni tra le varie fasce dei lavoratori.

Perché allora questa misura trova tanto consenso tra le burocrazie sindacali? Le immense ricchezze accumulate dalla borghesia con lo sfruttamento imperialista dei paesi più arretrati permette alle classi dominanti permettono alle classi dominanti di usare una piccola parte di esse per corrompere gli strati superiori della classe operaia. I governi dei paesi “democratici” operano così: corrompono questa aristocrazia operaia in mille modi, diretti ed indiretti, aperti e mascherati.

Questo strato di operai imborghesiti costituisce il principale puntello sociale dell’attuale sistema. Questi veri e propri agenti della borghesia nel movimento operaio sono i propagatori delle ideologie dominanti fra i ceti popolari; nella guerra che le classi dominanti e i governi scatenano contro i ceti popolari si schierano sempre al fianco dei potenti.

È in questa fascia che i sindacati gialli (CGIL-CISL_UIL) reclutano i propri funzionari, è in questa fascia che i partiti di sinistra trovano il principale sostegno, è in questa fascia che le ideologie della legalità, del merito, della democrazia trovano una base di massa. È naturale quindi che sia il Partito Democratico, sia i sindacati prendano misure apparentemente a favore di questa fascia.
Confindustria da parte sua, vede in queste misure un contentino da gettare sul piatto dei rinnovi contrattuali, in modo da contenere ulteriormente le già modeste richieste che provengono dalle federazioni di categoria “maggiormente rappresentative”. Il taglio del cuneo fiscale, inoltre, ape la strada a quello che interessa ai capitalisti, che è il taglio dei costo previdenziali, che incidono direttamente sui costi dei fattori produttivi.

In realtà anche per l’aristocrazia operaia non si tratta di un miglioramento ma di una parziale protezione contro gli effetti dello smantellamento dei servizi sociali, del sistema pensionistico, di tutte quelle forme di coesione sociale gestite dallo Stato e che hanno attenuato la conflittualità sociale, ineliminabile in ogni forma antagonista di società. L’erogazione del bonus, inoltre, andrà ad incidere sui 730 e sui rimborsi che ne derivano, attenuando quindi i benefici effettivi.

In altre parole, l’esigenza di rilanciare il processo di accumulazione capitalistica spinge i governi a sottrarre continuamente ed in misura crescente risorse dai consumi e destinarle alla produzione. È questa la logica che sta dietro allo smantellamento della scuola, della sanità, dell’assistenza, dei servizi in genere che non sono altro che consumi collettivi, reddito indiretto messo a disposizione della collettività.

Il taglio del cuneo fiscale non mette in discussione questo processo, che colpisce l’aristocrazia operaia come i settori più bassi del mondo del lavoro, i precari ed i disoccupati. Piuttosto si inserisce in questa logica, dando un parziale indennizzo monetario alle fasce più alte. Ci troviamo quindi di fronte ad una forma di clientelismo, sia da parte dei sindacati concertativi, sia da parte dei partiti parlamentari, che può solo portare un momentaneo arresto all’emorragia di voti e di tessere.

Da una parte, il peggioramento delle condizioni di vita di chi vive di salario continua e l’erogazione di denaro ad alcune fasce di lavoratori non fa che alimentare la conflittualità fra le diverse componenti del movimento degli sfruttati. I settori privilegiati del movimento operaio finiranno per orientarsi verso chi, in modo brutale, è campione della stratificazione sociale, mascherata da ideologia del merito e della sicurezza. In modo convergente, anche i disoccupati e le fasce più basse del movimento operaio finiranno per identificare i temi cari alla sinistra parlamentare con il peggioramento delle proprie condizioni di vita, nemmeno attenuate da quelle briciole che vengono concesse alle fasce più alte.

Il rischio quindi di fare un favore alla destra c’è tutto: rispondere quindi alle criticità sociali con l’appello ad un generico antifascismo finisce per identificare l’antifascismo con il peggioramento delle condizioni materiali delle fasce più povere della popolazione.

Sarebbe opportuno quindi affrontare il tema fiscale in una prospettiva di classe, ponendo le questioni dell’unità e della effettiva proporzionalità. Fin dalla sua nascita, la gestione statale del sistema pensionistico ha permesso il saccheggio dei risparmi dei lavoratori a vantaggio della finanza e dei grandi gruppi monopolistici, mentre giorno dopo giorno la gestione statale della scuola e della sanità si concretizza nel loro quotidiano smantellamento; si tratta di un campo di battaglia che non ritengo opportuno abbandonare abbagliati da un “antistatalismo” inconcludente. Un altro tema da affrontare è che cosa proporre al posto del taglio del cuneo fiscale, ad esempio destinare i tre miliardi al taglio dell’IVA sui beni e servizi di prima necessità. Sono temi su cui movimenti ed organismi di base, come i sindacati conflittuali, dovrebbero pronunciarsi e verificare la possibilità di specifiche iniziative di lotta.

Tiziano Antonelli

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