Coronavirus e galera

Mentre si susseguono provvedimenti, fatti soprattutto di divieti, per “l’emergenza coronavirus”, nessuno sembra preoccuparsi per un luogo dove il rischio di contagio è altissimo: il carcere.

Ci viene segnalato che nessuna misura di prevenzione dell’epidemia è stata presa.

Nessuna sanificazione degli ambienti, nessuna diffusione di norme igieniche, nessun controllo della temperatura (e neanche l’autodichiarazione di non aver avuto contatti con soggetti  a rischio) da parte di chi entra in Istituto, nessuno screening sui detenuti.

Il tutto in una situazione di sovraffollamento cronico dove il rispetto della distanza di un metro tra l’uno e l’altro è assolutamente inimmaginabile.

Le uniche misure prese sono di ulteriore penalizzazione dei detenuti come il blocco agli ingressi dei volontari, il blocco dei permessi premio e la sospensione o la forte riduzione dei colloqui con i parenti.

Il carcere sta rappresentando anche in questa occasione la polvere che si mette sotto il tappeto, il problema da dimenticare facendo finta che non esista anche quando, in situazioni come queste, si mette a rischio la vita dei 63.932 uomini e donne presenti in galera, la maggior parte ancora in attesa di un giudizio definitivo, 23.000 con un residuo di pensa inferiore a tre anni, 375 minori e 55 bambini di meno di sei anni, reclusi con le loro madri.

Noi siamo per l’abolizione di tutte le carceri, ritenendole la cattiva coscienza della società, lo strumento a cui si ricorre per evitare di risolvere i problemi sociali che determinano la necessità di delinquere per sopravvivere.

Riteniamo comunque intollerabile che, in una situazione di emergenza in cui, in nome della difesa dal contagio, si eliminano le libertà di associazione e di riunione non ci sia alcun provvedimento di restituzione della libertà a chi vive una situazione di restrizione e sarebbe vittima certa di una epidemia dietro le sbarre.

 

Gruppo Anarchico “Bakunin” – FAI Roma e Lazio

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