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Prima e durante il coronavirus

L’Istituto “Sacra Famiglia” di Cesano Boscone (Milano), che occupa in gran parte mano d’opera femminile, non perde il vizio di mettere le mani nelle tasche dei suoi dipendenti, già costretti a sopportare pesanti ritmi di lavoro soprattutto nei reparti operativi della degenza, per aumentare i profitti – giochetto che gli riesce bene, specie quando trova sindacati accondiscendenti. Già tre anni fa aveva incassato un accordo sindacale che aveva ridotto di 4 giorni le ferie dei dipendenti e la sospensione del premio di produzione per tale periodo. Un accordo al quale si erano opposti e mobilitati l’Unione Sindacale Italiana e i Cobas.

Ora l’azienda ci riprova anticipando di un anno la scadenza di quanto previsto dall’accordo stesso. Prima minaccia, poi comunica come attuattivo, in modo unilaterale il passaggio dei dipendenti assunti con il contratto Aris, circa 900 attualmente, al contratto Uneba con il quale sono assunti dal 2008 un’altra parte dei dipendenti: passaggio che implica numerose penalizzazioni, come la riduzione degli stipendi e l’aumento dell’orario settimanale di due ore.

Fin’ora l’azienda con accordi interni, dietro la spinta dei dipendenti, era stata costretta ad equilibrare parzialmente i trattamenti dei due contratti. Oggi impone, invece, in modo unilaterale un trattamento peggiorativo per tutti, quando logica vorrebbe che i dipendenti avessero un unico contratto, visto che svolgono le stesse mansioni, quello che offre migliori vantaggi per tutti.

Le lavoratrici ed i lavoratori però non hanno voluto cedere al ricatto. L’USI Sanità e Cobas Sanità, presenti in azienda, hanno tappezzato tutto il recinto dell’Istituto con esposizione di mutande e mutandoni a significare le condizioni in cui sono ridotti i dipendenti, accompagnate da striscioni con frasi rivendicative. Un segnale inquietante del clima che si è instaurato in azienda è il seguente: mentre era in corso una trattativa tra direzione e sindacati si erano avvicinati durante le pause dal lavoro diversi dipendenti per controllare l’andamento della trattativa; la direzione aziendale ha fatto intervenire carabinieri e digos per identificare e allontanare i dipendenti – mossa che però ha fatto aumentare l’affluenza dei dipendenti come osservatori.

L’assemblea generale partecipatissima ha espresso una posizione unitaria contraria ad ogni accordo e nel respingere le scelte aziendali. L’assemblea ha deciso all’unanimità di rispondere con la lotta, proclamando una prima giornata di sciopero e tutte le forme possibili di mobilitazione, anche quelle per vie legali come proposte dall’USI e dai Cobas, mentre altri sindacati hanno minacciato il ricorso solo contro l’anticipazione di un anno nella scadenza dell’accordo da loro sottoscritto. Mentre l’assemblea terminava si è creato un corteo interno a maggioranza femminile che ha raggiunto gli uffici della direzione aziendale.

Già nella giornata di venerdì 24 gennaio, dalle 10,30 alle 16,30, c’era stato un primo Presidio di protesta unitario molto riuscito, sia per la partecipazione, sia per la vivacità, con proteste espresse a viva voce e attraverso megafoni, amplificatori e canti di protesta. Lasciamo a lavoratrici e lavoratori la parola.

Vogliamo rispondere alla missiva pubblica con cui Don Marco Bove, Presidente dell’Istituto Sacra Famiglia, risponde al Sindaco di Cesano Boscone che invitava a cercare un accordo. Siamo concordi solo in un punto: ‘La situazione di tensione che vive il personale della Sacra Famiglia ha radici lontane’… Sicuramente da quando fu compiuto lo scempio del passaggio per i dipendenti dal Contratto della Sanità Pubblica di cui godevano a quello del settore privato dell’Aris, grazie alla complicità di Cgil, Cisl e Uil. Costoro hanno poi permesso all’azienda di assumere dal 2008 i propri dipendenti con il contratto meno oneroso dell’Uneba, creando una gravissima frattura nel personale interno, che li espone tutt’ora ad una situazione di ricatto. Non è un caso che il Presidente nella sua missiva invoca l’intervento dei sindacati nazionali Cgil, Cisl e Uil per riappacificare la situazione nel loro solito stile con cui in questi ultimi anni ci hanno abituato: a spese del personale dipendente.

Esprimiamo profonda indignazione quando, senza vergogna, si parla di giustizia sociale, quando siamo di fronte ad una bieca operazione di riduzione di diritti dei propri dipendenti che, grazie al loro impegno di sacrifici nei reparti e bassi salari, permettono all’azienda di prosperare.

Denunciamo l’ipocrisia del Presidente quando afferma che ‘…l’applicazione generalizzata del contratto Uneba non è uno strumento per tagliare gli stipendi, ma per garantire a tutti condizioni omogenee e funzionali al lavoro che stiamo facendo’… le nuove buste paghe che sono arrivate documentano però esattamente l’opposto: una drastica riduzione degli stipendi. (…)

Dopo tanti ricatti subiti e accordi bidone alla Sacra Famiglia siamo arrivati al capolinea: indisponibili a un altro scempio di pesante riduzione dei propri diritti.

Va evidenziato che all’appello di Don Marco Bove hanno subito risposto positivamente le organizzazioni nazionali di Cisl e Uil. Di fronte ad una lettera unitaria della RSU aziendale che li invitava a star fuori dalla trattativa le medesime organizzazioni con arroganza riaffermavano la volontà ad intervenire, scavalcando oltre la RSU anche le loro stesse rappresentanze territoriali.”

Dopo le assemblee infuocate dei giorni scorsi da parte dei dipendenti della Sacra Famiglia, i cortei interni contro i dirigenti aziendali, il presidio riuscito davanti ai cancelli dell’Istituto, è stata poi effettuata una giornata di sciopero il 19 febbraio, molto partecipata e riuscita, sia nella sede centrale di Cesano Boscone sia nelle sedi delle filiali. Riuscito malgrado l’Azienda abbia applicato impropriamente in occasione dello sciopero le regole previste del contratto Aris disdettato che prevedeva la presenza del 50% per i servizi essenziali, invece delle regole dell’Uneba che prevedono il 33%. È stata così imposta la sostituzione dei comandati in malattia. Ciò nonostante si sono create delle disfunzioni organizzative lamentate dall’Azienda che ha fatto un esposto al Prefetto, pur avendo agito in modo irregolare.

È anche abbastanza riuscito il presidio di protesta organizzato dalla RSU, con la partecipazione di tutti i sindacati dove diverse centinaia, soprattutto lavoratrici, hanno portato la loro protesta sotto il Palazzo della Curia milanese che è il principale azionista dell’Istituto. Fin dal primo mattino i compagni dell’USI si sono attivati nel posizionare gli striscioni tutt’intorno alla piazza, dove c’erano tutte le bandiere dei sindacati partecipi, mentre le manifestanti attraverso i megafoni e a voce gridavano ininterrottamente: “Vergogna! Vergogna! Restituiteci il nostro contratto!”

Alle 11 una delegazione delle rappresentanze sindacali presenti è stata ricevuta dai rappresentanti della Curia, dove sono state riportante tutte le giuste rivendicazioni alla base dello sciopero che comunque erano già largamente conosciute.

Mentre l’incontro proseguiva, nella piazza dei manifestanti ha preso la parola un rappresentante USI per portare tutta la solidarietà alla lotta ed esprimere la rabbia contro la prepotenza della direzione aziendale della Sacra Famiglia che, senza vergogna e non rispettando gli accordi sottoscritti, impone unilateralmente un contratto peggiorativo ai propri dipendenti. È stato puntato il dito accusatore anche sulle gravissime responsabilità del governo regionale che, pur rappresentato in azienda, permette lo scempio di tagliare arbitrariamente i diritti.

L’accusa principale viene comunque mossa alla Curia, per il potere che ha nell’Istituto stesso: “Se non farete un passo indietro – è stato affermato rivolgendosi ad essa – vi assumerete la responsabilità di una conflittualità permanente all’interno dell’azienda”. Infine, si è puntato il dito accusatore anche contro tutti i vari governi che hanno attuato leggi ambigue di cui approfittano i datori di lavoro che fanno proliferare nella sanità privata decine di contratti di lavoro uno peggiore dell’altro, per dividere e ricattare i lavoratori. Questo avviene anche all’interno delle aziende stesse, come alla Sacra Famiglia, imponendo contratti diversi a chi svolge le stesse mansioni. “È quindi necessario – si concludeva – una lotta unitaria dell’intera categoria per conquistare un unico contratto, quello più vantaggioso per tutti. Questo vuol dire vera unità, vera solidarietà, vera uguaglianza e soprattutto vera giustizia sociale”.

La delegazione che nel frattempo usciva dal Palazzo comunicava l’impegno della rappresentanza della Curia ad inviare una lettera all’Arcivescovo di Milano, Mario Delpini, affinché l’Istituto faccia un passo in dietro, annullando il passaggio dal contratto Aris all’Uneba e riportando la trattativa alla fine del 2019, nel rispetto degli accordi.

Nella giornata del 27 febbraio si è svolto nel Tribunale di Milano l’annunciato ricorso da parte dei vari sindacati firmatari dell’accordo accusando l’Azienda di aver anticipato di un anno la scadenza del Contratto Integrativo Aziendale. Il giudice ha rimandato ad una ripresa della trattativa tra le parti ma, nel caso che non si arrivasse ad un accordo, si pronuncerà. La trattativa è stata riaperta nei giorni seguenti, in video conferenza per le norme dei decreti governativi dopo l’allarme coronavirus, ma per la rigidità manifestata dall’Azienda non hanno portato a nessun risultato, rimandando ad un incontro successivo già avvenuto, ma con gli stessi risultati deludenti. È evidente, come era facilmente prevedibile, che le promesse dell’intervento da parte dell’Arcivescovo di Milano per fare un passo indietro è stata solo una finta per salvarsi momentaneamente la faccia. Non si è fatto però scrupolo il signor Arcivescovo di officiare la messa della quaresima nella chiesa all’interno dell’Istituto della Sacra Famiglia, nella giornata di domenica mattina 22 marzo, trasmessa in diretta sul TGr Lombardia – Rai 3. Tutto questo mentre la Direzione Aziendale sta approfittando del momento in cui i noti decreti impediscono ai propri dipendenti qualsiasi forma di mobilitazione, per avvantaggiarsi della situazione.

Nel frattempo la sezione USI della Sacra Famiglia nella giornata del 20 febbraio, nella sede sindacale dell’Istituto, si è attivata attraverso il proprio legale, predisponendo delle cause contro il passaggio arbitrario da un contratto all’altro. Per il momento sono stati coinvolti 25 dei propri iscritti (anche i Cobas Sanità ne hanno coinvolti altrettanti). La causa promossa da USI Sanità si terrà il 28 settembre 2020. Si tratta di cause pilota da utilizzare come apripista per estendere eventualmente il diritto a tutti gli interessati. Quello che vogliamo rimarcare con la nostra protesta è che in questo momento alle lavoratrici ed ai lavoratori dell’Istituto della Sacra Famiglia è preclusa ogni forma di sciopero e di mobilitazioni, armi principali di difesa dei propri diritti, e tutto ciò avvantaggia enormemente le scelte scellerate dell’Azienda.

Enrico Moroni