Prima di tutto (2022) vennero a prendere i raver, e in molti furono contenti, perché invadono fabbricati privati. Poi (2023) vennero a mettere ordine col Decreto Caivano e in troppi rimasero in silenzio, perché disciplina i minorenni a colpi di daspo e ammonimenti. Poi (2024/2026) venne il fuoco di fila di provvedimenti e ordinanze, e in tanti furono sollevati perché tutelano gli agenti di pubblica sicurezza, rafforzando le zone rosse e colpendo con più forza occupazioni, accattonaggio e persone recluse nei CPR. Il 20 ottobre decisero per l’invio di 500 militari nelle vie di Milano, ma era tardi perché il tappo era già saltato.
L’ennesimo Decreto sicurezza approvato dal CdM amplia la punibilità dei minorenni, estende le fattispecie di fermo preventivo, la flagranza differita, le sanzioni amministrative a carico delle famiglie, punisce la promozione (anche in ambito digitale) di gruppi o proteste “violente”; viene inoltre introdotto il reato di partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Poco importa, in questa cornice, il freno del Quirinale sulle prerogative di polizia giudiziaria all’esercito: l’inedita convergenza di dottrina panpenalista e del diritto penale del nemico configura un chiaro salto di qualità nella repressione delle insorgenze.
Un passo indietro. Nel solo fine settimana del 17 e 18 ottobre sono stati effettuati almeno 330 fermi di polizia. Per leggere gli smottamenti in corso dobbiamo anzitutto scrollarci di dosso tutti gli argomenti di distrazione di massa: la regia, le ingerenze russe, gli infiltrati, le psicosi da chat, la sociologia televisiva, gli equivoci ingenerati da associazioni e dissociazioni non richieste. Può essere invece utile partire proprio da Milano e distinguere, in questo esercizio di memoria del presente, le due date che compongono il fine settimana. Sabato 17 ottobre, nel pomeriggio, sulla scorta delle manifestazioni studentesche del venerdì 16, era in programma la prima uscita pubblica di Italia in piazza: un corteo di 5.000 persone, per lo più giovani, mediamente snobbato dai movimenti autorganizzati. Il sospetto ingenerato dai richiami al tricolore, i fantasmi del forconismo, le produzioni di atroci accrocchi contenutistici in odor di AI, avevano invitato a una certa prudenza. Previsione sbagliata, va detto. La piazza contiene in sé le rivendicazioni di una generazione deprivata e delusa, alchemicamente miscelata con la grinta assaporata nelle immagini di Francia, Spagna e Albania, e ancora con le corse disperate e speranzose dell’exclave coloniale di Ceuta. La piazza, pur preavvisata, viene fermata e spezzata in due. Un tentativo di domesticazione goffo e controproducente, che infiamma via Broletto e rafforza l’immaginario che muove non solo nelle grandi città di Roma, Napoli, Bologna e Torino ma tracima da Trento a Legnano, ed entra in dialogo con gli identificati a Iseo, le persone denunciate a Brescia, i fermi di Bergamo, i controlli a tappeto a Cremona. Il lungo pomeriggio milanese vede sfilacciarsi una certa composizione e mano a mano aggregare tante altre persone giovani che normalmente abitano il centro città, inseguendo luci e sogni proibiti nella placida vita di provincia.
Il giorno successivo non c’è più una piazza né le sue regole e consuetudini d’ingaggio, c’è solo la strada. Ed è un altro film, più duro, più ingovernabile, più ostile e scomposto. Una piazza, e una strada. Un magma accomunato dallo spettro di una cittadinanza sotto costante ricatto, dall’ansia di un lavoro, della miseria, dell’accesso ad una casa, dalla minaccia incombente del razzismo, dal presidio neofascista che prende forma nelle chat dei difensori non richiesti così come nel centro storico di Lecco. E sono scuole chiuse o deserte, ragioni soffocate dalla legge della notiziabilità, il corto circuito dell’indignazione per le vetrine minacciate anzitutto dalle domande disattese di agricoltori e autotrasportatori in protesta in altri angoli dello stivale. Nella sola Milano e nel solo fine settimana sono 271 le persone portate in questura. La destra cittadina inneggia alla remigrazione, nonostante le persone non italiane siano 60 sul totale. Fermi e arresti si contano a decine in questa prima fase, ad almeno 11 di questi è contestato il reato di devastazione e saccheggio e la resistenza pluriaggravata. Persone minorenni, dopo quasi due giorni di silenzio, sono condotte in altre regioni adducendo il sovraffollamento delle strutture detentive. Numeri che nascono scaduti, destinati a una naturale feroce moltiplicazione. Nasce il Movimento 17 ottobre, lo fa con un comunicato che sconfessa la politica e i confederali, mettendo alla prova al tempo stesso i movimenti sociali. Presunzione? Sicuramente. Argomenti? Anche. Mentre le classi si svuotano per via del panico e le minacce dei neofascisti serpeggiano senza far notizia, la pioggia mette tutto in pausa, ma le braci ardono dei 10.000 fermati, e riecheggia il coprifuoco in alcune località di Francia. Il 30 ottobre, il 20 novembre e il 4 dicembre sono in preparazione tre scioperi generali, ogni sabato sono previste manifestazioni del “17 ottobre” in uno scenario di palpitazione e impreparazione collettiva al nuovo che avanza.
Dissentire è un diritto, difenderlo è un lavoro collettivo. Con queste parole d’ordine Hub for defenders e altre strutture si sono prontamente messe a disposizione delle persone inciampate nella morsa. Mentre Street medic denunciava tempestivamente l’attacco al personale sanitario di strada e i lacrimogeni ad altezza d’uomo, la presidente del consiglio Giorgia Meloni ha espresso parole di critica esplicita e generalizzata alle pratiche di solidarietà verso i manifestanti, individuando così i prossimi obiettivi collaterali. Non è un fatto nuovo, è il copione della designazione di autistici/inventati, così come del blocco dei conti correnti del soccorso rosso tedesco: strutture che offrono servizi e attive una in ambito digitale, la seconda nell’assistenza legale, strutture che vengono attaccate, in questi casi anche fuori dal perimetro nazionale, nel tentativo di isolare e capitozzare la capacità funzionale dei movimenti autorganizzati. Non passeranno, e in ogni caso, oltre l’orizzonte organizzativo della piazza, e la facile profezia delle prescrizioni alle porte, il fantasma della strada ha già cantato.
Un compagno