Noi vogliamo il pane e le rose. ILVA Taranto: obbligati a scegliere tra salute e lavoro.

Sul numero 23/2025 di UN definimmo Taranto “città Stato” in cui i disastri ambientali, l’occupazione militare, gli affari sanitari, in una parola “il potere” è riuscito nella più grande delle sue aspirazioni: dividere un popolo, affamarlo, seminare morte e malattia in nome del profitto. Oggi vorrebbero continuare, al fine di dividerci, sia con la repressione delle lotte sia con la narrazione che vede contrapporre lavoro e salute.

Con la decisione della Corte d’appello di Milano che impone di chiudere entro il 28 ottobre prossimo l’area a caldo dell’ILVA di Taranto perché nociva alla salute dei cittadini – sempre che ciò accada, visti i numerosi decreti salva ILVA – diventa evidente la volontà di dividere la città con il ricatto lavoro/salute e occupazione/ambiente.

In questo scenario si è consumato un altro grande affare, i “Giochi del Mediterraneo”, con l’obiettivo di narcotizzare la popolazione, affascinata da tanta attenzione sulla città. Tre elementi hanno supportato l’operazione: il danaro narrato come occasione per migliorarsi, la festa servita come droga collettiva, la speranza di una ipotetica rinascita.

I Giochi, in un quadro costruito volutamente all’insegna della festa coinvolgente, sono costati tra i 380 e i 400 milioni di euro, il solo villaggio atleti galleggiante si aggira tra i 22 e i 30 milioni di euro per il noleggio di navi da crociera che potessero ospitare gli atleti, ormeggiate per motivi di sicurezza nella Stazione Navale in Mar Grande della Marina Militare. La città rimessa a nuovo nelle aree di maggior prestigio. Una presenza militare spropositata di forze armate di terra, di mare e di cielo, apparentemente tranquillizzante e portatrice di sicurezza. I politicanti in esposizione, quasi a rivendicare persino i meriti della bellezza di questa terra, si potrebbe dire pronti servilmente a vendere tutto al miglior offerente.

Quella che è stata definita la “messinscena del riscatto” ha solo coperto, in realtà, i disastri di questo territorio: sanità a pezzi, inesistente per chi non può pagarsela; quartieri degradati; assenza di servizi; una popolazione immiserita stroncata dalle malattie in aumento, dagli infortuni sul lavoro, divisa nelle scelte future.

A poche ore dal termine dei giochi dei Giochi del Mediterraneo, in uno scenario di disgregazione di classe, arrivano puntuali migliaia di licenziamenti, per ora nelle aziende dell’indotto ILVA, tra i lavoratori meno garantiti e tra i più esposti, altre migliaia se ne prevedono se l’area a caldo dovesse fermarsi. A poche ore dalla fine della infatuazione collettiva dei Giochi aumenta la militarizzazione del territorio: l’ammiraglio Cavo Dragone annuncia che a Taranto si concretizza il nuovo Comando Multinazionale Marittimo della NATO per il Sud, con guida italiana, richiamando al ruolo strategico della città.

Le politiche di riarmo e di militarizzazione dei territori stanno ad indicare, con investimenti massicci, che per i governi è essenziale rispondere agli interessi di lobby militari, delle armi e del profitto privato, mentre non ha certamente importanza produrre ricchezza per i cittadini del territorio.

Questo scenario ci obbliga ad una riflessione collettiva: una riflessione che non tenga conto degli interessi sindacali (sindacati assenti nelle battaglie antimilitariste ed ecologiste, solo preoccupati del danno economico che si configurerebbe se il numero delle tessere dovesse crollare); che non tenga conto degli interessi personali e dell’ipertrofia dell’io di medici, chimici, artisti, avvocati, professori, faccendieri e nuovi politici, in realtà assenti in tutte le battaglie internazionaliste, antimilitariste e nelle problematiche del nostro territorio e fuori dai conflitti di classe. Oggi è necessario, invece, costruire un percorso collettivo che ricomponga la classe per autoorganizzarci e porre al centro delle lotte il lavoro, la salute, l’occupazione, l’ambiente, l’antimilitarismo, il NO alle guerre.

Non un lavoratore deve rimanere senza lavoro, non un bambino né un cittadino deve più ammalarsi di ILVA. Lavoriamo affinché si possa giungere allo sciopero sociale con blocco della città e blocco della produzione in fabbrica con autogestione. Noi vogliamo tutto: il pane ed anche le rose.

Cosimo Cassetta

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