Quando il livore gramsciano non fa egemonia. Pietro Gori, il canto anarchico e la tradizione proletaria

Sul canto anarchico “classico” (uso qui un termine assai improprio, sapendo di usarlo) continua a pesare il celebre e sprezzante giudizio di Antonio Gramsci a proposito di Pietro Gori e dei suoi componimenti. A dire il vero, di tale giudizio viene usualmente citata una frase, spesso separandola dal discorso contestuale: […] “C’è nel Gori tutto un modo di pensare e di esprimersi che sente di sagrestia e di eroismo di cartone”. Come però già fatto notare da studiosi di vaglia (ad esempio Cesare Bermani), il giudizio di Gramsci, pur restando assai negativo, riconosce comunque la grande influenza ideologica esercitata dall’opera di Pietro Gori su tutto quanto il movimento operaio; influenza nei modi e nelle forme che, specifica Gramsci, […] sono state lasciate diffondere senza contrasto e senza critica” e che “hanno costituito un gusto (e forse lo costituiscono ancora)”.

È un fatto che Pietro Gori intese le proprie canzoni come un potente mezzo di propaganda elementare anarchica; se Malatesta scelse, ed in modo assai efficace, un dialogo tra contadini, Pietro Gori si servì dell’arte popolare costruendo i suoi canti (e i suoi bozzetti teatrali, che ovviamente non vanno dimenticati) in modo che andassero non solo diritti al cuore di chi li ascoltava, ma anche servissero a formare una presa di coscienza di base.

Alcune cose sono peraltro chiarissime: i canti di Pietro Gori, ed i canti anarchici “classici” in genere, risentono senz’altro di un tipo di linguaggio e di stilemi che, essendo popolari, hanno della poesia popolare tutte le caratteristiche, a cominciare dal linguaggio aulico e, in senso lato, “carducciano” (in tutti i paesi, i componimenti autenticamente popolari – a meno che non siano in un qualche dialetto – presentano un linguaggio altisonante, “difficile”, roboante). Non solo: è riconosciuto che l’influenza del canto ecclesiastico è palese (massimamente in Pietro Gori, stante anche quella sorta di misticismo che accompagnò tutta la sua esistenza e la sua azione come anarchico; all’Isola d’Elba, ancora alla metà degli anni ’70 del XX secolo veniva generalmente ricordato come “un santo”!). Come dire: i canti di Pietro Gori risentono molto del gusto di un’epoca oramai lontanissima. Eppure non hanno mai cessato di colpire nel segno. Tutto si potrà dire del Canto degli anarchici espulsi (poi diventato Addio a Lugano), di Amore ribelle e degli Stornelli d’esilio (solo per fare alcuni esempi) fuorché esprimano dell’ “eroismo di cartone”. Sarà bene ricordare, a tale proposito, che, soltanto pochi mesi fa, un questore ha vietato che si scrivesse su un muro “la pace agli oppressi, la guerra all’oppressore”. Sui muri, scritto da mano ignota con intenti sovversivi, compare tutt’oggi un verso di Pietro Gori e dubito che vi comparirà mai un giudizio critico di Antonio Gramsci.

I canti di Pietro Gori (scomparso l’8 gennaio 1911) hanno continuato a circolare per tutto il XX secolo. Circolavano quando scriveva i suoi (adesso generalmente noti soltanto agli studiosi del canto politico e sociale) Raffaele Mario Offidani, detto “Spartacus Picenus”, comunista ortodosso che utilizzava un linguaggio ed un modo di versificare pressoché identico a quello di Pietro Gori. Circolavano, proibitissimi, durante il ventennio fascista. Circolavano durante la Resistenza quando, assieme ad altri canti (si pensi solo al Caserio) fornivano l’ossatura e l’esempio per i canti partigiani. Sono circolati nel dopoguerra e continuano a circolare ancora oggi, e non soltanto tra i militanti anarchici. Hanno parlato al cuore della gente, utilizzando spesso melodie riprese dall’opera lirica (arte musicale di grande diffusione popolare, che utilizza nei propri libretti un linguaggio del tutto simile a quello poetico di Pietro Gori) oppure da canti risorgimentali (a tale riguardo è assai indicativo l’Inno dei lavoratori siciliani, da cantarsi sull’Inno di Mameli!). Di questo, senz’altro, si era accorto anche Antonio Gramsci, che lo riconosce pur con un retrogusto di livore.

Può darsi che Antonio Gramsci avesse presente che, ancor prima dell’avvento del fascismo, i canti anarchici di Pietro Gori erano entrati anche nei canzonieri socialisti e comunisti. Vecchi militanti del PSI e del PCI continuavano imperterriti a cantarli, alzando i pugno, con un entusiasmo che rivelava la loro partecipazione a determinate idee nate dal terreno libertario, e che essi non consideravano in contraddizione con la loro militanza politica in partiti che si rifacevano al marxismo. Per dirla in breve: i canti di Pietro Gori, assieme a altri canti anarchici, erano entrati in pianta stabile nella tradizione proletaria.

Tutto questo, ovviamente, senza disconoscere i limiti che il canto anarchico “classico” aveva e continua ad avere. Ma si tratta di limiti che hanno contribuito alla loro diffusione profonda presso la classe popolare, sottolineando e accompagnando spesso azioni tutt’altro che “di cartone”: il battaglione partigiano “Gino Lucetti”, come è noto dal suo famoso canto, era “fedele a Pietro Gori”. Così come è necessario tener conto di tali limiti, e concedere a Pietro Gori qualche “deggio”, qualche “speme” o qualche “veggente poeta” di troppo, sarebbe necessario anche non accettare in modo acritico e intoccabile tutto quel che è stato scritto da Antonio Gramsci. Anche a lui occorre concedere qualche bischerata.

Riccardo Venturi

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