Il caso dello sfruttamento massiccio di forza-lavoro straniera, prevalentemente indiana, nel cantiere dell’ex Tiro a segno nazionale di piazzale Accursio a Milano è paradigmatico del modello di sviluppo urbanistico di stampo meneghino. Emerso pochi mesi dopo un’altra inchiesta basata sull’accusa di caporalato, che coinvolge uno dei giganti del capitalismo delle piattaforme come Glovo, e alla luce anche del vero e proprio buco nero rappresentato dal futuro Consolato USA, evidenzia e conferma, a 15 anni dalle similari inchieste durante la stagione pre-Expo2015, un tratto distintivo della cantierizzazione permanente della città: lavoro nero, senza regole verso l’alto, e conseguente arbitrarietà totale di padroncini e capetti.
Secondo l’accusa della procura, la Caddell Construction (azienda USA con sede in Alabama, responsabile dei lavori), avrebbe sfruttato più di 300 operai indiani, su oltre 500 lavoratori migranti coinvolti nel cantiere, obbligandoli a turni di 12 ore con retribuzioni da 2 a 4 euro l’ora, costringendoli inoltre a restituire la metà del salario per vitto e alloggio. Oltre al rappresentante legale della società, Ulkas Demir, è stato arrestato anche Aji Appukuttan, nato in India, 52 anni: ufficialmente responsabile della gestione del personale dentro il cantiere, secondo più testimonianze si era reso protagonista di pressioni e violenze sui lavoratori, intimando di non raccontare nulla delle condizioni di lavoro; il “cane da guardia della multinazionale”, secondo l’espressione riportata dai verbali, ricopriva il ruolo di il “caporale operativo” e intermediario del sistema di sfruttamento sulla direttrice Nuova Delhi – Milano scoperto nel cantiere (e la cui estensione anche ad altri cantiere è da verificare).
Il progetto previsto per l’ex Tiro a segno nazionale è l’ultimo tassello nella trasformazione complessiva del Portello, uno dei quartieri industriali più importanti della Milano del Novecento (l’Alfa Romeo, su tutte, con le sue storie di resistenza partigiana e di conflitto operaio fino alla chiusura a fine anni ‘80). Oggi inserito nei Nuclei d’Identità Locale (NIL) 71 (“Villapizzone, Cagnola, Boldinasco”) e 67 (“Portello”), dopo le dismissioni degli anni Ottanta e Novanta è divenuta una delle prime aree, con la Bicocca, a riconvertire la propria identità produttiva da operaia a terziaria. Questo naturalmente è avvenuto anche attraverso la privatizzazione della Città pubblica: la realizzazione nel 1997 della Fiera, di proprietà di Fieramilanocity, tra i protagonisti di Expo 2015; Il Parco del Portello, noto anche come “Parco Vittoria” per il soggetto proprietario dell’area, Vittoria Assicurazioni, che a fronte di una porzione di verde ha visto sorgere un nuovo centro direzionale e un’area commerciale estesa; il fantomatico Alpha District, che doveva rappresentare un nuovo “Design District” annunciato in occasione del Fuorisalone e a oggi abbandonato. La trasformazione del Portello è inevitabilmente collegata anche a quelle in corso o previste nei quartieri circostanti: da San Siro alla adiacente Cascina Merlata, con ricadute dirette sui quartieri ERP adiacenti: rispettivamente, il quadrilatero popolare attorno a piazzale Segesta e Quarto Oggiaro. Meno liscio è andato il cambio di composizione sociale: contesto storicamente misto, la nuova vocazione residenziale del Portello non ha comportato un lineare passaggio da abitanti di estrazione popolare al nuovo ceto medio-alto; inoltre, alla privatizzazione integrale resiste anche la Cascina Autogestita Torchiera Senz’Acqua che, pur non rientrando nell’area del Portello, si trova però proprio circondata dalle molteplici pressioni di espulsione provenienti dalle direttrici di trasformazione circostanti.
Tornando alla vicenda del Consolato USA, possiamo rilevare come al suo interno si incrocino diversi elementi: la necessità di accelerazione di turni e realizzazione opere, che la bulimia urbanistica impone; l’aumento delle zone grigie e opache, fino a veri e propri buchi neri del diritto, permesso dalla normativa liberista su appalti e subappalti; la cornice di sfruttamento del lavoro straniero permesso dalla Bossi-Fini, che come tutte le leggi sul “controllo dei flussi migranti” è in realtà una legge sul mercato del lavoro e il suo disciplinamento a favore del padrone che opera su suolo italiano. In più, nel caso particolare dell’ex Tiro a segno, si aggiunge anche la pretesa di “extraterritorialità” con cui gli Stati Uniti hanno sempre giustificato il diniego di ingresso alle organizzazioni sindacali, oltre, ovviamente, a custodire segretamente quello che si insedierà nell’area e nella sede del Consolato che, visto nella sua fase di costruzione, ha aspetti strutturali più della fortezza inespugnabile che della palazzina di rappresentanza commerciale e istituzionale.
Nelle vicende relative al cosiddetto “terremoto dell’urbanistica” a Milano, un aspetto sempre meno considerato è quello dello sfruttamento del lavoro, sulle linee del precariato e caporalato, i corpi vivi della manodopera che, in ultima istanza, dopo le semplificazioni amministrative e l’assenza di una legge nazionale unitaria sullo sviluppo delle città, permette ai tempi rapidi di redditività richiesti dagli investimenti finanziari-immobiliari di essere soddisfatti.
Con i casi di Glovo e del consolato USA, dunque, il caporalato e il cottimo appaiono sempre più elementi fondativi di quella forza-lavoro che regge il modello Milano e il suo stile di vita – o meglio: lo stile di vita dei nuovi abitanti, a reddito più elevato, arrivati negli ultimi 15 anni in città in sostituzione di circa un terzo della popolazione, e di un ceto medio borghese che ha prosperato sulla privatizzazione dello spazio pubblico; esattamente come i settori alberghiero e della ristorazione, le cui condizioni sono state recentemente denunciate proprio in occasione delle Olimpiadi invernali, essendo al centro dell’economia politica della città-evento.
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