Primo maggio anarchico a Carrara

Quello che segue è il testo dell’intervento della compagna Cristina Tonsig della FAI dal palco del primo maggio anarchico a Carrara. Qui trovate invece foto e report della giornata dalle varie città.

È una grande emozione per me essere qui a parlare a nome della FAI. Voglio iniziare ricordando un compagno che ci ha lasciato da poco, Claudio Strambi: un anarchico militante nella Federazione Anarchica Italiana, attivo nel sindacato con un impegno che lo vedeva sempre in prima fila secondo lo spirito della nostra organizzazione, mai egemonico o autoreferenziale, sempre animato da una profonda umanità. Si confrontava sempre in modo aperto, si impegnava nella costruzione di percorsi unitari, fuori da logiche minoritarie e al contempo senza perdere la bussola della prospettiva anarchica, spesso incontrando la repressione dello Stato. Chi ha compagni non muore. Ed è doveroso pensare a lui qui, a Carrara, portando avanti quella stessa pratica di libertà che era la sua vita.

Proprio a Carrara, nel settembre 1945, anarchiche e anarchici provenienti da tutta Italia si riunirono e diedero vita alla FAI, erede dell’Unione Anarchica Italiana del 1919-20 e delle esperienze della guerra di Spagna, del confino, dell’antifascismo, della resistenza armata.

Ottant’anni dopo, nell’ottobre 2025, siamo tornati a Carrara per un convegno al Teatro Animosi, in memoria di Italino Rossi. Abbiamo parlato con studiose, studiosi e militanti di antimilitarismo, di anarca-femminismo, di ecologia, di intersezionalità, di lotte territoriali e autogestione.

Ottant’anni di lotta per un mondo di libere e uguali, sempre presenti nelle piazze, nei quartieri, negli spazi sociali, nelle nostre sedi, che sono patrimonio comune, ma anche e soprattutto nelle lotte, da quelle ambientali a quelle contro i poligoni, negli scioperi, nei presidi. Perché il nostro anarchismo ha radici solide e antiche, ma si arricchisce continuamente, alimentato dalla volontà di costruire una società nuova, e di farlo mantenendo coerenza tra mezzi e fini.

La rassegnazione non ci appartiene. Siamo convinte che le cose possano andare diversamente e quindi dobbiamo agire di conseguenza, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione e quelle reti sociali che sappiano inceppare la macchina dell’oppressione e dello sfruttamento, per costruire una nuova società.

Dobbiamo innanzitutto guardare in faccia ad una guerra che da sempre è quotidiana: quella che il capitale conduce contro chi lavora. Oggi il mondo del lavoro è diventato un campo di sfruttamento sempre più brutale, dove la precarietà  è  sistematica strategia di dominio.

Come da tradizione, vicino al 1° maggio anche il governo si sveglia e parla di nuovo di sgravi fiscali per le assunzioni o di salario giusto. Annuncia misure ridicole che dovrebbero andare a vantaggio dei lavoratori, e allo stesso tempo, ad esempio, ingabbia la logistica e i suoi scioperi nelle strettoie dei servizi pubblici essenziali, andando a colpire uno dei settori più combattivi. Sappiamo bene che leggi e regolamenti servono solo ad amministrare la povertà e lo sfruttamento, non ad abolirli. Solo la lotta di classe può ridare dignità alla classe lavoratrice, solo l’organizzazione dal basso degli sfruttati e delle sfruttate, solo l’azione diretta può portare alla riconquista dei diritti perduti e alla conquista di nuovi. Non vogliamo elemosine di stato, ma un salario e una vita dignitosi. Perché la povertà non si governa: si combatte.

Intanto, mentre ci parlano di crescita, di ripresa, di competitività, nei cantieri, nei magazzini, nelle fabbriche, nei campi e nelle strade si continua a morire. I morti sul lavoro non sono fatalità, non sono tragiche disgrazie: sono il prodotto diretto di un sistema che risparmia sulla sicurezza, accelera i ritmi lavorativi, esternalizza i rischi e considera i corpi sacrificabili.

Le lotte di Meschi ci ricordano che la dignità del lavoro non si mendica, si strappa con l’organizzazione e il conflitto. Contro la precarietà, contro il salario di miseria, contro la normalizzazione della morte sul lavoro, la risposta della FAI resta la stessa: solidarietà, organizzazione, anarcosindacalismo, sciopero, conflitto, azione diretta.

Un discorso a parte merita il lavoro nelle fabbriche di armi. Dobbiamo convincere lavoratori e lavoratrici del settore a rivendicare una conversione ad uso civile di queste fabbriche, e a non accettare che la propria azienda in crisi si converta, come sta succedendo spesso, alla produzione bellica. Noi le fabbriche di armi non le vogliamo. Bisogna rifiutarsi di produrre morte per guadagnarsi la vita.

Anche il settore della scuola oggi pone questioni molto importanti su cui intervenire. Troppo spesso vediamo nei giardini delle elementari i carri armati. Nelle scuole superiori, la formazione scuola lavoro (ex alternanza) porta studenti dentro le basi militari, nei cantieri navali di guerra, nelle fabbriche di armi. Gli atenei stringono convenzioni con la Fondazione Leonardo Med-Or e con le industrie belliche.

A una scuola così concepita noi rispondiamo con Francisco Ferrer y Guardia, che fondò nel 1901 a Barcellona la Escuela Moderna, un’esperienza educativa autogestita per una vita indipendente e libera dei bambini e delle bambine: non ingranaggi ubbidienti di un sistema marcio, ma liberi pensatori e pensatrici, contro ogni convenzione e pregiudizio.

La militarizzazione della scuola e della società non nasce dal nulla. Ha una genealogia di violenza di stato che dobbiamo tenere sempre presente. Quest’anno ricorre il venticinquesimo anniversario di Genova. Era il luglio 2001 e si tenne il G8 delle otto nazioni più ricche del mondo. Oltre 200.000 persone, tra cui gli anarchici e le anarchiche, scesero in piazza per dire no a quell’ordine mondiale. La risposta fu quella che conosciamo: Carlo Giuliani, la macelleria messicana della scuola Diaz; e poi Bolzaneto, la caserma delle torture. Quella violenza non è stata un’eccezione. Era il modello. E quello stesso modello si replica, si affina, si legalizza. Ed eccoci all’oggi. Il Decreto Sicurezza, approvato in via definitiva, rappresenta il tentativo più organico di criminalizzare il conflitto sociale che questo paese abbia visto da decenni. Possiamo dire che il governo ha festeggiato le leggi speciali del 1926 normalizzandole, cento anni dopo, proprio il giorno prima del 25 aprile, e questo sfregio grida vendetta.

I decreti sicurezza non tutelano certo chi vive nel pericolo quotidiano, chi è sfruttat, chi è senza documenti, tantomeno il detenuto dimenticato in una sezione di alta sicurezza. Tutelano il potere da chi lo sfida. Perciò i decreti sicurezza trasformano il dissenso in minaccia, la manifestazione in reato potenziale, l’identità  politica in pericolosità presunta.

Abbiamo riso quando Donald Trump ha organizzato un vertice internazionale anti-Antifa, ma non dobbiamo ridere, perché è in atto un progetto pericoloso.

In Europa la medesima logica è già attiva. In Ungheria l’antifascismo è considerato una minaccia alla sicurezza nazionale. In Germania si costruiscono inchieste per “associazione eversiva: il “Budapest Komplex” è solo un esempio. In Italia si prepara il terreno con proposte di legge per equiparare l’antifascismo al terrorismo.

È così che funziona la repressione moderna: non vieta subito. Prima delegittima. Poi isola. Poi colpisce. Ricordiamolo sempre e denunciamolo, quando leggiamo o sentiamo parlare di eccessi delle forze del disordine, di singoli agenti violenti, di questori zelanti. Se ci sono agenti violenti e questori zelanti e perché lo stato lo permette e lo vuole. Questo decreto è la risposta dello stato a un movimento diffuso a livello sociale che non si rassegna. Ma dobbiamo sempre tener presente che non siamo noi a dovere avere paura, è lo stato che ha paura, non solo delle nostre azioni o delle nostre parole, ma del nostro pensiero, delle nostre intenzioni, di quello che potremmo fare, della nostra resistenza e del nostro indomito antifascismo. Noi non ci fermeremo. La nostra risposta è da sempre la stessa: organizzazione e solidarietà degli oppressi e delle oppresse. Possono bloccare i nostri corpi per dodici ore o più, ma non possono fermare il nostro ideale.

Mi sovvengono le parole di Emma Goldman: “Se sei così generoso con la libertà da portarla in Germania oltre il mare, perché non la mantieni proprio qui, in questo paese?”

La domanda era rivolta a Wilson, ma andrebbero bene anche ora per la Meloni. L’Italia non è un paese libero e non è nemmeno un paese in pace, come dimostrano i 104 milioni di euro che si spendono per armamento e soldati. Come si può definire pacifico un paese che ha 39 missioni militari all’estero? I soldati italiani sono ovunque: nel settore balcanico, in Ucraina (missioni Eumam e Nsatu), in Libano (missioni Unifil e Mibil), in Iraq (missione Prima Parthica), in Mar Rosso (Operazione Aspides) e in altri paesi ancora. Nel 2025 sono stati registrati circa 59 conflitti armati attivi nel mondo: il numero più alto dalla fine della seconda guerra mondiale.

Basta parlare solo di Israele e Palestina. Le persone muoiono anche in Sudan, nel Sahel, in Myanmar, e non solo. Per noi non ci sono popoli di serie A e di serie B, sono tutti importanti. Ci sono 59 teatri di morte dove i poveri pagano il conto di interessi che non sono i loro.

Ogni guerra ha i suoi mandanti. Ogni bomba ha la sua fabbrica. Ogni fabbrica ha i suoi azionisti. E ogni azionista ha il suo governo che lo protegge.

Ma ogni bomba ogni drone che distrugge una casa è anche una casa non costruita da un’altra parte, ogni bomba e ogni drone che distrugge un ospedale è un ospedale non costruito in un’altra città. Insomma, la presenza di ogni arma e di ogni soldato segna la mancanza di cose utili alla comunità.

Gridiamo forte il nostro signornò a tutte le guerre imperialiste e del capitale, guerre che, storicamente, non hanno mai fatto la fortuna né delle rivoluzioni né dei rivoluzionari e delle rivoluzionarie. Solo il popolo che si organizza dal basso può far nascere una rivoluzione.

La vera sicurezza nasce dalla giustizia sociale, dalla cooperazione tra i popoli, dalla fine del saccheggio economico che alimenta i conflitti. La nostra risposta è sempre la stessa: l’internazionalismo per portare “la pace tra gli oppressi e la guerra agli oppressor”. E questa frase non serve scriverla sui muori perché l’abbiamo incisa sulla nostra pelle. Perché l’anarchismo non ha confini, non ha patria da difendere.

Sin dal 1872, dall’Internazionale Antiautoritaria di Saint-Imier, abbiamo costruito solidarietà oltre le frontiere. Nel 1936 siamo andati a combattere in Spagna contro il fascismo. Eravamo uomini e donne che nelle colonne della rivoluzione e nelle colectividades non difesero una patria, ma una possibilità concreta di vita libera, senza padroni e senza generali. Da Barcellona all’Aragona ci hanno insegnato che la libertà si costruisce con le mani, con le assemblee, con la rivoluzione sociale.

Negli anni Duemila abbiamo costruito solidarietà con gli anarchici israeliani e palestinesi che insieme lottavano contro il muro dell’apartheid. Oggi siamo qui, con le compagne e i compagni di ogni latitudine che resistono. Alle guerre bisogna rispondere con la diserzione, il boicottaggio e il disfattismo rivoluzionario. Disertare significa non solo aiutare i disertori, ma smascherare la propaganda, aiutare i ferrovieri e i portuali nelle loro azioni di boicottaggio. Significa rifiutare la narrazione dello stato che trasforma l’aggressione in difesa, la supremazia in sicurezza, la guerra in necessità morale. Non esistono guerre umanitarie. Non esistono bombardamenti liberatori. Esistono solo donne, uomini, persone, bambine e bambini che muoiono; e chi guadagna dalla loro morte. Noi lottiamo perché a cadere non siano più le persone, ma i muri; perché non vengano cancellati i popoli, ma i confini.

Siamo con chi in ogni dove è in carcere per cercare di combattere e cambiare il sistema, per combattere e rifiutare la guerra. Con chi porta sabbia, non olio, al motore del militarismo.

Siamo disertor di ogni guerra, partigian contro ogni stato.

Siamo internazionalist per una vera fratellanza e sorellanza tra i popoli e proprio il nostro internazionalismo ci ha portato ad aprile ad Atene per il congresso dell’IFA, per condividere esperienze, riflessioni e azioni con compagne e compagni di varie geografie.

Ottant’anni fa, a Carrara, i nostri compagni e le nostre compagne riuscirono a costruire un’organizzazione anarchica dal caos della guerra, dalle ceneri del fascismo, dalla durezza della repressione. La chiamarono Federazione Anarchica Italiana e le diedero vita con la stessa determinazione con cui Malatesta, Berneri e Meschi avevano tenuto vivo il fuoco nei decenni precedenti.

Oggi, il mondo è più complesso, le guerre più numerose, la repressione più sofisticata. Il decreto sicurezza vuole criminalizzare ogni forma di resistenza. La militarizzazione della scuola vuole formare sudditi e non esseri liberi. Le guerre vogliono convincerci che non esiste alternativa alla violenza. Noi rispondiamo con le parole di Ferrer: vogliamo essere capaci di evolvere senza posa, capaci di distruggere e di rinnovare.

Noi non siamo pacifisti, ma combattiamo giorno per giorno per il trionfo della pace, per la giustizia sociale, per la fratellanza e sorellanza di tutti e tutte. Per la convivenza pacifica tra umani e non umani.

Dobbiamo essere, come disse Parsons, “infedeli e traditori verso le infamie della moderna società capitalistica”.

Il corteo che inizierà ora non è folklore, non è una manifestazione fine a se stessa, ma è un momento importante di riflessione per tenere ben presente da dove veniamo, dove siamo e dove e come vogliamo andare.

La nostra risposta è antica e nuova insieme: né stato né guerra, né padroni né servi, né scuola caserma né lavoro schiavo. Libertà , uguaglianza, mutuo appoggio. Viva il comunismo libertario, Viva l’anarchia e buon primo maggio.

Cristina Tonsig

Related posts