Colpire Mussolini

Mimmo Franzinelli, Colpire Mussolini. Gli attentati al Duce e la costruzione della dittatura fascista, Mondadori Le Scie, Milano, 2025, pp. 354.

Un Mussolini perplesso in mise borghese e austera, con una bombetta di feltro su misura e un esibito cerottone al naso campeggia sulla copertina (cover design di Beppe Del Greco su foto d’epoca). Raffigurazione dell’esito di un colpo di pistola appena sparato da Violet Gibson nell’aprile 1926, quell’immagine racchiude significati contraddittori, di sfida e vulnerabilità insieme; declinazione autoreferenziale di una biopolitica del potere, ben introduce il tema di fondo del volume. Ossia, quale nesso potrà esserci tra gli attentati al Duce e la fase di impianto strutturale del regime?

«L’impatto degli attentati sulla vita collettiva è assai più rilevante di quanto raccontino i testi di storia. Particolarmente nelle dittature, per la possibilità di montare grandi provocazioni politiche e/o di manipolare a proprio vantaggio episodi controversi» (p. 3), è l’incipit promettente del libro. Mimmo Franzinelli, storico brillante e prolifico del fascismo e dell’Italia repubblicana, ci propone in sintesi quattro “medaglioni” dedicati ad altrettante azioni terroristiche, consumate ai danni del dittatore tra la fine del 1925 (Tito Zaniboni) e il 1926 (la sunnominata Gibson, Gino Lucetti e Anteo Zamboni), negli anni cruciali cioè della transizione del governo mussoliniano verso la forma-regime e il contestuale varo delle “leggi fascistissime”. Non sono stati inseriti, di conseguenza, gli attentatori anarchici Michele Schirru e Angelo Sbardellotto che, rispettivamente nel 1931 e nel 1932, saranno condannati alla fucilazione per la sola, comprovata, “intenzione” di compiere quell’atto criminoso. Il focus quindi riguarda le modalità speculative attraverso le quali la dittatura avrebbe, di fatto, “utilizzato” i suddetti episodi per motivare la reintroduzione della pena capitale nel Regno, la messa al bando dei partiti politici e l’istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, tutti dispositivi approntati per annientare e prevenire ogni possibile azione antifascista.

L’autore, che ha inteso «ripercorrere e interpreta[re] le convulse vicende di un’Italia in rapida marcia verso la dittatura, nell’impotenza delle opposizioni» (p. 5), esprime nel contempo un giudizio di valore e si interroga «sulla (dubbia) utilità di contrastare la nascente tirannia attraverso gesti individuali o complotti imperniati sull’eliminazione di un personaggio sorretto da un efficiente apparato di potere e forte di significativi consensi» (ibidem). La tesi, non nuova, è però alquanto opinabile. Perché, se gli attentati falliti furono certo strumentalizzati dalla propaganda per alimentare il mito del Duce e rafforzare gli apparati polizieschi e di controllo dello Stato, essi non furono la causa effettiva di quell’epocale inasprimento repressivo che era solo la mera, puntuale, attuazione di un progetto. Così come, allo stesso modo, facendo un parallelo con la fase terminale del regime, le stragi nazifasciste non saranno la conseguenza di una qualche scriteriata azione “proditoria” messa in atto dalla guerriglia partigiana, essendo esse stesse parte di in programma preordinato.

Gli attentati presi in esame nell’arco di quel biennio cruciale, sottolinea Franzinelli, non sono ascrivibili a un medesimo disegno e hanno ciascuno natura e dinamiche totalmente differenti. Siamo di fronte a un’accozzaglia strampalata. Così come diverse sono le personalità degli attentatori: contraddittorio, eterodiretto ed «esistenziale» l’ex deputato socialista Tito Zaniboni; «mistica» e mentalmente instabile l’irlandese Gibson; imperscrutabile l’attentatore bambino Anteo Zamboni, linciato dalla folla a Bologna. Obiettivamente diversa la figura di Gino Lucetti, il cui gesto – per quanto velleitario – riscosse ampi consensi tra gli esiliati antifascisti, dagli anarchici alla Concentrazione Antifascista, come si evince ad esempio dalla compulsa della stampa pubblicata all’estero (ad es. “Veglia” di Parigi che esce nell’occasione con un numero speciale a lui dedicato, oppure “La Libertà”, ecc.).

Del resto quell’obiettivo trucido – fare la pelle al Duce – finalizzato a cambiare il destino dell’Italia, era da tempo condiviso da tutta l’ala insorgente dell’antifascismo: dai Repubblicani agli anarchici, fino al crogiuolo liberalsocialista da cui sarebbe poi nata Giustizia e Libertà. Non solo, ma esistono evidenze storiografiche – peraltro non considerate da Franzinelli – che ci riportano ad una compartecipazione e ad una densa fase preparatoria dell’attentato Lucetti. Si tratta di un’attendibile fonte orale, quella del comandante partigiano carrarino Ugo Mazzucchelli (1903-1997), raccolta dall’autorevole storico Gino Cerrito (Gli anarchici nella Resistenza apuana, Pacini Fazzi 1984, pp. 19-20), che ci parla di un convegno clandestino tenutosi a Livorno nell’estate 1925 a cui era presente insieme a due compagni livornesi, Augusto Consani e Virgilio Recchi, e altri non identificati fra cui «due minatori di San Giovanni Valdarno» (Ibidem). Altra conferma, in tal senso, ci viene da un recente testo di memorie di autori vari (Siamo Liberi? Resistenza e Liberazione nella Valle dell’Arno, Mompracem 2025, pp. 18-19) che conferma il clima di attesa e la contestuale situazione “pre-insurrezionale” percepita nel bacino minerario toscano.

Giorgio Sacchetti

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