Nel suo discorso di fine anno il presidente cinese Xi Jinping ha affermato che il quindicesimo piano quinquennale della Cina sarà tutto centrato sull’Intelligenza Artificiale. Il 14° Piano (2021-2025), che si è appena concluso, si è concentrato sulla strategia della «doppia circolazione» (mercato interno + commercio estero), ovvero guidando la crescita economica non solo attraverso le esportazioni, ma anche attraverso investimenti nell’economia interna, in particolare mirando all’indipendenza nella tecnologia. Il nuovo piano continuerà a spingere per l’indipendenza tecnologica, ma questa volta attraverso la diffusione dell’IA nei processi industriali, nei prodotti di consumo, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nel governo digitale. Il piano mirerà a che entro il 2030 l’IA sia diffusa come l’elettricità o Internet, e costituisca quindi un grande motore della crescita economica. Il governo afferma che la Cina diventerà una “società intelligente” entro il 2035.
All’inizio dell’anno il governo cinese ha tenuto le sue «due sessioni» annuali, o lianghui, durante le quali l’élite politica cinese approva il programma di politica economica per l’anno a venire. Il termine «due sessioni» si riferisce a due importanti riunioni politiche: la Conferenza consultiva politica del popolo cinese (CPPCC), un comitato consultivo politico, e l’Assemblea nazionale del popolo (ANP), il massimo organo legislativo cinese.
Sono assemblee dello Stato cinese, formalmente autonome dal Partito Comunista. La conferenza consultiva ha un carattere prevalentemente simbolico, con la partecipazione di esponenti di spicco del mondo imprenditoriale e di leader locali a discussioni prestabilite. Il vero fulcro è l’assemblea, che decide ufficialmente la politica economica. In realtà essa si limita ad approvare ciò che l’élite dirigente del Partito Comunista ha già deciso in anticipo. Dato che circa due terzi dei suoi membri appartengono al Partito Comunista, l’ANP non ha mai respinto un disegno di legge proposto dal partito.
Le “due Sessioni” di quest’anno si sono distinte per il fatto che, oltre ad approvare le politiche economiche per l’anno in corso, hanno anche dato il via libera al 15° Piano quinquennale, destinato a guidare l’economia cinese fino alla fine di questo decennio.
Il governo cinese ha fissato un obiettivo di crescita del PIL reale compreso tra il 4,5% e il 5% circa per il 2026. È la prima volta dal 1991 che l’obiettivo scende al di sotto del 5%. Il primo ministro Li, nel presentare gli obiettivi economici, ha spiegato che tale obiettivo è stato rivisto al ribasso a causa delle incertezze relative al commercio mondiale e alla situazione geopolitica. Nonostante ciò, l’obiettivo di crescita è modesto e la leadership si mostra fiduciosa di raggiungerlo.
Nel 2025 la crescita reale del PIL cinese è stata del 5%, un tasso che è risultato più che doppio rispetto a quello degli Stati Uniti e triplo rispetto a quello delle altre principali economie capitalistiche del G7.
Dal 2020 il governo si è posto l’obiettivo di trasformare la Cina in un’economia di “livello intermedio” (secondo la definizione della Banca Mondiale, economie che registrano un Prodotto Interno Lordo pro capite pari a 20.000 dollari ai prezzi del 2020) entro il 2035. Ciò significa, in pratica, raddoppiare il PIL pro capite nel corso dei successivi 15 anni. La Cina è chiaramente sulla buona strada per raggiungere questo obiettivo, poiché è sufficiente che il reddito pro capite della Cina cresca a un tasso medio annuo del 4,17% da qui in avanti. Ma anche se questo obiettivo fosse raggiunto, il PIL pro capite della Cina rappresenterebbe comunque solo il 27% di quello degli Stati Uniti.
Il PIL e i tassi di crescita della Cina sono una sfida per gli economisti occidentali tradizionali, come pure per alcuni economisti della sinistra eterodossa. L’idea dominante, confermata dagli analisti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, è che l’economia cinese stia rallentando fino a fermarsi quasi del tutto, che si stia dirigendo verso una stagnazione in stile giapponese e che potrebbe persino crollare in una spirale alimentata dal debito. Ci dicono anche che la Cina ha una capacità produttiva «eccessiva» e soffre di «involuzione», causando un calo dei prezzi e inondando i mercati mondiali di merci a basso costo che minacciano le quote di mercato delle principali economie.
Sono anni che gli economisti ripetono la loro ricetta, e in questi anni in Cina la produzione è cresciuta senza conoscere i crac che hanno devastato le economie più avanzate. La Cina ha evitato qualsiasi recessione o crisi negli ultimi 50 anni, persino durante la pandemia di COVID, nonostante i numerosi errori e le oscillazioni nella politica economica da parte della leadership comunista autocratica. La chiave del successo economico della Cina risiede senza dubbio nel suo vasto settore statale, in grado di stimolare gli investimenti e quindi di realizzare gli obiettivi del piano nazionale. Ciò dimostra il ruolo economico della proprietà pubblica e degli investimenti guidati dal governo all’interno di un piano nazionale.
I dirigenti del Partito Comunista definiscono il modello cinese come “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi” e questo per molti analisti è sufficiente per definire quella cinese un’economia di transizione verso il socialismo.
Per risolvere questo dibattito non è sufficiente guardare all’andamento del ciclo economico, alla crescita del prodotto interno lordo e al raggiungimento degli obiettivi del piano quinquennale. Paradossalmente, è proprio l’aumento del PIL che può essere considerato un indicatore della crescita dell’economia di mercato in Cina: nella misura in cui la proprietà dei mezzi di produzione (compresa la terra) passa dallo Stato ai privati, aumenta il peso del mercato nell’economia. In questo modo, beni che prima passavano da un’unità produttiva statale all’altra, e quindi non registrati nel calcolo del PIL, ora si trasformano in merci e passano tra le varie unità produttive private in forma di merci attraverso la compravendita, segnalando un aumento del PIL che non è il risultato di un aumento della massa della produzione.
Piketty ci offre una tabella che mostra la proprietà dei mezzi di produzione dal 1978 al 2018. Secondo questa tabella, la proprietà dello stato cinese (sia a livello centrale che periferico) è passata dal 100% delle imprese nel 1978 (quotate o meno in borsa, di ogni dimensione), al 55% nel 2017, mentre la proprietà di cittadini cinesi è cresciuta fino al 33%, mentre il restante 12% è nelle mani di investitori stranieri. Se la freccia del tempo ha un senso, dimostra che la Cina è un’economia in transizione… verso la proprietà privata!
Ma c’è un elemento ancora più importante dell’andamento del PIL e della proprietà dei mezzi di produzione, ed è il potere della classe operaia. Perché il socialismo non è un salario più alto né la piena occupazione, ma è l’emancipazione della classe operaia dalla schiavitù del lavoro salariato. Ebbene, non solo in Cina il sistema salariale è in pieno sviluppo, ma sono anche assenti quegli strumenti, come i consigli, che permettono ai produttori reali di dire la loro sulla produzione.
Il modello cinese è un modello olistico che si basa sul Partito Comunista, attorno a cui si dispongono il governo, le strutture della pianificazione, i grandi gruppi finanziari di proprietà pubblica, le grandi imprese private e le piccole e medie imprese con le loro cellule del Partito. L’obiettivo non è quello di assicurare il massimo profitto, ma garantire la stabilità sociale, con la sua piramide e le sue gerarchie. Per questo è necessario evitare il più possibile scossoni, crisi e guerre. La transizione della Cina ripropone in termini moderni alcuni caratteri del modo di produzione asiatico, con il controllo statale sui mezzi di produzione di base e la forma autoritaria e paternalista di governo. Nella storia millenaria della Cina, questa filosofia ha ispirato la maggior parte dei governi, ma, nonostante tutto, spesso e volentieri le dinastie sono state rovesciate dalle rivolte, segno che la pace celeste non può comunque regnare in una società divisa in classi.
Questo modello cinese può essere tranquillamente definito come reazionario, ed è naturale l’alleanza con l’altrettanto reazionario regime di Teheran.
Tiziano Antonelli