Una specie speciale

L’articolo di Francesca Geloni (Oltre lo specismo. Il cammino verso la liberazione totale), pubblicato sul numero 6 di Umanità Nova, ha il grande pregio di riassumere alcune delle più importanti istanze dell’antispecismo, citando alcune fonti teoriche di riferimento a beneficio di un dibattito che dura ormai da molti anni. Proprio sulle pagine di questo settimanale sono stati pubblicati, nel corso del tempo, tanti contributi sull’argomento, tutti meritevoli di attenzione.

Il fatto che ancora si avverta il bisogno di discutere sulle questioni sollevate dagli antispecisti dimostra che questo dibattito non è ancora esaurito. Il che, per molti versi, è senz’altro un bene.
Su questo tema, proprio in seno al movimento anarchico, abbiamo assistito in molte occasioni a dinamiche di contrapposizione che, com’era prevedibile, sono servite soltanto a irrigidire i punti di vista fomentando la reciproca incomunicabilità o, nel peggiore dei casi, l’aperta ostilità tra chi si professa antispecista e chi no.
Eppure, ormai da anni, nel movimento libertario l’antispecismo ha fatto breccia nelle menti e nei cuori di tanti militanti.

È quindi un bene, dal mio punto di vista, che la critica antispecista sia entrata di diritto nel dibattito teorico interno all’anarchismo, perché arricchisce non di poco il nostro bagaglio culturale e fornisce nuovi attrezzi alla nostra metaforica cassetta che ci portiamo in giro per trasformare la società.
Ci sono però dei punti sui quali credo valga la pena riflettere.
Ogni nostro ragionamento, ogni nostra manifestazione del pensiero, di quello che siamo, di ciò che vogliamo essere, così come la nostra empatia per l’altrui condizione, sono tutti elementi che ci riportano al nostro essere umani. Il fatto stesso che ci preoccupiamo e ci poniamo delle questioni etiche e pratiche sulle sorti delle altre specie, sulla loro sofferenza e sul loro sfruttamento ci rimanda a delle capacità che ci qualificano e che ci differenziano dalle altre specie. Perché se è vero che nessun animale vuole vivere in gabbia e nessun animale vuole soffrire o morire per soddisfare i nostri bisogni, è altrettanto vero che la problematizzazione di queste istanze è una nostra prerogativa.

Tuttavia non possiamo negare che, da sempre, l’umanità ha costruito se stessa – concretamente e simbolicamente – anche attraverso l’interazione con gli animali. Un’interazione dalle molteplici sfaccettature, non necessariamente improntata alla violenza. Con molte altre specie senzienti condividiamo moltissime cose e sappiamo bene come sia possibile instaurare fortissime connessioni emotive e affettive con gli animali.
Ci sono però delle caratteristiche intrinseche del nostro essere umani che sono ascrivibili soltanto a noi.
Questo ci pone, quindi, su un gradino superiore di una supposta gerarchia? No di certo. Tale consapevolezza ci autorizza a compiere atrocità nei confronti delle altre specie? Certamente no.

Spesso, quando si affrontano questi argomenti, si ricorre a esempi un po’ estremi che vengono utilizzati come delle clave dialettiche a sostegno della propria tesi. Non è questo il caso e non voglio essere frainteso, ma ripropongo il classico paradosso con il quale, di solito, si vorrebbe mettere in difficoltà l’antispecista: «Se in una situazione emergenziale devi scegliere tra salvare un neonato o salvare un agnellino, chi salvi?». A questa domanda, tanto banale quanto tendenziosa, l’antispecista probabilmente non avrebbe dubbi nel preferire l’essere umano in quanto portatore di una progettualità di vita e di una complessità di interessi che l’agnellino non ha. Io risponderei in maniera più immediata: salvo il neonato perché è umano come me.
So perfettamente che un caso-limite non può e non deve giustificare eticamente la quotidiana e ordinaria crudeltà nei confronti degli animali, ma è anche grazie alle ipotesi parossistiche che si può andare al nocciolo delle questioni.
Pertanto, non potendo ritenere la specie umana superiore alle altre, dobbiamo comunque considerare il “quid” che fa di noi ciò che siamo, e non altro. La nostra prospettiva è umana e non possiamo ignorare la nostra particolarità di specie, la nostra complessità cognitiva, la nostra unicità.
Tale consapevolezza ci autorizza, ancora, a compiere nefandezze nei confronti della natura? Certamente no. Ci chiama, al contrario, a delle responsabilità precise. Questa assunzione di responsabilità, declinandosi in un desiderio di liberazione dal dominio a beneficio di tutte le specie viventi, implica un’azione fatta in nome, per conto e nell’interesse di altri. È un’azione morale unidirezionale perché, per ovvi motivi, gli animali e la natura non seguono princìpi morali che sono soltanto nostri. Pertanto, lottare per la liberazione animale, essere la voce di chi non ha voce, è un compito che è possibile assumere solo in virtù di ciò che siamo noi: animali culturali che, a differenza degli altri animali, sanno interrogare se stessi su come stare al mondo.

Secondo l’approccio antispecista c’è un filo conduttore che tiene insieme i diversi assi del dominio. Ci sarebbe, quindi, lo stesso schema escludente a monte di tutte le forme di discriminazione e oppressione, sia quelle perpetrate tra esseri umani, sia quelle esercitate nei confronti degli animali. Non ci si può limitare, quindi, a essere antirazzisti o antisessisti senza essere, al contempo, antispecisti.
Personalmente, faccio molta fatica a equiparare, anche solo da un punto di vista filosofico, le lotte per la liberazione umana a quelle per la liberazione animale considerando, per analogia, lo specismo alla stessa stregua del razzismo o del sessismo.
Il razzismo o il sessismo sono inaccettabili perché si basano su distinzioni arbitrarie e strumentali che negano la dignità umana. Sono espressioni di discriminazione che affondano le loro radici in assetti sociali e istituzionali.

Al contrario, le differenze biologiche tra le specie sono scientificamente acclarate (per quanto oggi si riconoscano “confini” più sfumati e criteri multidisciplinari per la definizione delle stesse) mentre, ad esempio, è scientificamente assodato che le “razze” umane non esistono. Non è quindi così automatico applicare al mondo animale (o, meglio, al nostro rapporto con gli animali) le categorie concettuali o morali che sono proprie delle discriminazioni tra umani.
La nostra specie – che è anche comunità relazionale, cognitiva, etica – è la comunità degli esseri umani. Per quanto ci si possa sforzare di includerli, gli animali non potranno mai farne parte allo stesso modo.

Quando ragioniamo di libertà, oppressione, etica e di tutto quello che ne consegue, la nostra prospettiva morale non può che essere umana. Preferire l’interesse umano non significa porre la specie umana al vertice di una gerarchia ma riconoscere quale importanza hanno gli esseri umani per gli esseri umani. Senza contare, poi, che la preferenza accordata ai membri della propria specie è un fatto piuttosto naturale, comune anche ad altre specie, ulteriormente rafforzato – nel nostro caso – dai legami emotivi e psicologici che contraddistinguono il nostro modo di relazionarci.
Non si tratta, quindi, di giustificare l’oppressione, quanto di non negare l’unicità che si fonda sulle nostre qualità, sulla nostra capacità di riconoscerci in un quadro di riferimento etico e di agire come soggetti morali. Riconoscere ciò che siamo significa considerare in via prioritaria il nostro interesse e quello dei nostri simili. Questo non significa riabilitare il vecchio, miope antropocentrismo che tanti danni ha causato al pianeta, ma riproporre le ragioni di un umanesimo non antropocentrico che consideri organicamente e moralmente le relazioni tra le diverse forme di vita.

In questo senso, e per quanto esposto finora, utilizzare la natura e gli animali per il nostro sostentamento, per l’alimentazione o per la tutela della nostra stessa vita non può essere considerato, di per sé, un abuso. Piuttosto, è il carattere predatorio e antiumano del capitalismo che sta distruggendo il mondo. La vita sul pianeta – umana e non umana – è drammaticamente abusata dalla violenza sistemica del potere, dalla divisione in classi della società, dalla proprietà privata dei mezzi di produzione, dalle guerre, dallo sfruttamento scriteriato delle risorse ambientali, dalla logica del profitto che tutto consuma e tutto divora. Ed è proprio a difesa della vita e della dignità umana che si erge l’anarchismo, con le sue lotte e le sue proposte.
Al di là delle mie personali e opinabili convinzioni, penso che l’antispecismo sia comunque assai prezioso per il pensiero antiautoritario perché, tra le altre cose, sottolinea l’importanza dell’empatia come bussola che orienti il nostro comportamento, perché esprime una straordinaria tensione alla coerenza e perché si fa carico di un costante allargamento dei beneficiari di una sfera morale improntata all’uguaglianza e alla libertà.

Detto questo, penso che sia comunque lecito e possibile – pur senza dichiararsi antispecisti – lottare, per esempio, contro gli allevamenti intensivi, contestare la sperimentazione sugli animali in ambito scientifico (laddove non strettamente necessario), assumere stili di vita improntati alla compassione, e così via. Queste scelte, saldate a una necessaria e intransigente critica del capitalismo e delle sue modalità di produzione e distribuzione, sono tanto valide quanto rispettabili.
Allo stesso tempo, però, ritengo che l’anarchismo sia una teoria della libertà umana, concepita da esseri umani e proposta all’umanità.
D’altronde, gli esseri umani sono gli unici in grado – se vogliono – di prendere coscienza dei loro problemi, di distruggere il potere, di sbarazzarsi dello sfruttamento, di organizzarsi in maniera diversa, di prendersi cura della natura, di disporne nella maniera più ragionevole e rispettosa possibile, di abitare il mondo nella consapevolezza di farne parte.

Alberto La Via

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