Un dibattito NATOblindato. La guerra, il Parlamento e il silenzio sulle basi USA

Mercoledì 11 marzo il Parlamento italiano torna a discutere della guerra che si sta allargando in Medio Oriente dopo l’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran del 28 febbraio scorso. Ma, al momento in cui scriviamo, già dalle risoluzioni presentate alla Camera emerge una contraddizione evidente: mentre il conflitto rischia di estendersi a tutta la regione, il dibattito politico italiano continua a muoversi entro i confini dell’alleanza atlantica, evitando accuratamente il nodo delle basi militari presenti sul territorio. Insomma, le risoluzioni presentate dai gruppi parlamentari mostrano i limiti del dibattito politico italiano: si discute di energia e sicurezza, ma resta sullo sfondo il nodo delle basi militari e del ruolo dell’Italia nelle guerre della NATO.

Dietro i richiami alla “de-escalation” e alla necessità di una soluzione diplomatica emerge una linea comune: confermare l’allineamento dell’Italia al quadro strategico della NATO, rafforzare il dispositivo militare europeo e gestire soprattutto le conseguenze economiche del conflitto.

Non è un caso che nel dibattito parlamentare la guerra compaia spesso sotto forma di problema domestico: aumento dei prezzi dell’energia, sicurezza dei militari italiani presenti nell’area, tutela dei cittadini che lavorano nei Paesi del Golfo. Il conflitto in sé – la sua legittimità, il diritto internazionale violato, il rischio di una nuova guerra regionale – resta in secondo piano.

Solo alcune risoluzioni sollevano esplicitamente la questione dell’attacco contro l’Iran e del suo inquadramento giuridico internazionale, arrivando a porre anche il problema dell’eventuale utilizzo delle basi militari statunitensi presenti in Italia. Un tema che attraversa tutta la storia repubblicana e che riaffiora puntualmente ogni volta che un nuovo conflitto coinvolge direttamente o indirettamente il Mediterraneo.

È proprio questo il punto più rimosso del dibattito politico italiano. Dalla guerra in Jugoslavia a quelle in Iraq, Afghanistan e Libia, le basi di Aviano, Sigonella e Camp Darby hanno rappresentato snodi essenziali della proiezione militare statunitense nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Un dispositivo che opera spesso al riparo da un reale controllo parlamentare e con un dibattito pubblico ridotto al minimo.

Se la crisi con l’Iran dovesse ulteriormente aggravarsi, questo nodo tornerebbe inevitabilmente al centro della scena. Ma è proprio qui che il dibattito parlamentare rischia di mostrare il suo limite più evidente: discutere della guerra senza mettere davvero in discussione il sistema di alleanze e di servitù militari che rende l’Italia parte integrante di quel dispositivo.

Finché il territorio italiano resterà costellato di basi straniere e integrato nel dispositivo militare della NATO, ogni discussione parlamentare sulla guerra rischierà di assomigliare più a una presa d’atto che a una reale decisione politica.

Totò Caggese

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