Il 5 settembre 1981, l’arrivo di una piccola delegazione di donne gallesi ai cancelli della base aerea della Royal Air Force (RAF) a Greenham Common non sembrava destinato a riscrivere la storia dei movimenti sociali del ventesimo secolo. Eppure, quella che iniziò come una marcia di protesta contro la decisione della NATO di schierare missili nucleari cruise in territorio britannico si trasformò in un’occupazione permanente durata diciannove anni, un esperimento di vita comunitaria radicale e una sfida senza precedenti alle strutture del patriarcato e del militarismo globale. Greenham Common non è stata solo una protesta, ma un laboratorio di resistenza ecofeminista che ha dimostrato come il corpo femminile, quando si riappropria dello spazio pubblico e sfida la logica della distruzione totale, diventi una forza politica dirompente capace di scardinare le fondamenta stesse dello Stato militarizzato.
Le radici di Greenham Common affondano nel clima di rinnovata tensione della Guerra fredda alla fine degli anni Settanta. Il 12 dicembre 1979, la NATO adottò la cosiddetta “Dual-Track Decision”, una strategia che prevedeva l’ammodernamento delle forze nucleari in Europa in risposta allo schieramento dei missili sovietici SS-20. In Gran Bretagna, il governo conservatore guidato da Margaret Thatcher accettò di ospitare novantasei missili cruise Tomahawk presso la base di Greenham Common, nel Berkshire. Questi missili, di proprietà e controllo esclusivo degli Stati Uniti, rappresentavano una minaccia esistenziale: non essendoci un sistema di “doppia chiave” per il lancio, il territorio britannico diventava un bersaglio privilegiato senza avere alcun controllo effettivo sul proprio destino nucleare.
La reazione istituzionale fu pressoché inesistente, ma nella società civile il dissenso iniziò a ribollire. Nel 1980, quattro amiche gallesi — Ann Pettitt, Karmen Cutler, Lynne Whittemore e Liney Seward — fondarono il gruppo “Women for Life on Earth”. La loro visione non era solo pacifista, ma profondamente radicata in un’etica di responsabilità verso le generazioni future. Decisero di organizzare una marcia che attraversasse 120 miglia (circa 193 km), partendo dal municipio di Cardiff per raggiungere Greenham Common. La marcia iniziò con circa 40 persone, prevalentemente donne, il 27 Agosto 1981 dalla City Hall di Cardiff per concludersi il 5 settembre 1981.
Al loro arrivo, la delegazione consegnò una lettera aperta al comandante della base. In essa si leggeva: “Abbiamo intrapreso questa azione perché crediamo che la corsa agli armamenti nucleari costituisca la più grande minaccia mai affrontata dalla razza umana e dal nostro pianeta vivente”. Quando la richiesta di un dibattito televisivo con i ministri del governo fu sdegnosamente ignorata, trentasei donne si incatenarono alla recinzione della base, dichiarando che non se ne sarebbero andate fino alla rimozione dei missili. Era l’inizio del Greenham Common Women’s Peace Camp.
Inizialmente, il campo era aperto a uomini e donne, ma nel febbraio 1982 la comunità prese una decisione radicale: il campo sarebbe diventato uno spazio esclusivamente femminile. Questa scelta non fu dettata da un separatismo ideologico astratto, ma da necessità pratiche e osservazioni politiche sul campo. Le attiviste notarono che la presenza maschile tendeva a polarizzare i rapporti con la polizia, innescando dinamiche di violenza fisica che le donne preferivano evitare attraverso la resistenza passiva. Inoltre, emerse la consapevolezza che, all’interno di un movimento misto, le donne finivano spesso per riprodurre ruoli domestici o subordinati, mentre in uno spazio di sole donne erano costrette a gestire ogni aspetto della sopravvivenza, dalla politica alla logistica.
L’esclusione degli uomini serviva anche a lanciare un potente messaggio simbolico: la contrapposizione tra il mondo maschile delle decisioni militari e il mondo femminile della protezione della vita. Questa scelta trasformò Greenham in un magnete per le donne che cercavano non solo di abolire le armi nucleari, ma di abbattere i sistemi patriarcali di oppressione. Il campo divenne un rifugio per le donne della comunità LGBTQIA+, offrendo una tregua dalle discriminazioni quotidiane in un’epoca in cui le madri lesbiche rischiavano regolarmente di perdere la custodia dei figli.
Per gestire un’occupazione che si estendeva lungo i 14 chilometri della recinzione della base, il campo si organizzò in modo organico e non gerarchico. Non c’erano leader; le decisioni venivano prese per consenso attorno ai fuochi da campo. Ogni ingresso principale della base ospitava un insediamento, identificato con un colore dell’arcobaleno per contrastare l’estetica militare della base.
Il cancello giallo era il cuore politico ovvero fungeva da centro per i rapporti con i media e le battaglie legali; il blu era conosciuto per l’atmosfera “New Age”, la musica e la presenza di molte donne giovani; il verde, situato nel bosco, era considerato il più sicuro per i bambini ed era rigidamente separatista; il viola era caratterizzato da un forte focus religioso e spirituale; quello turchese e quello smeraldo erano zone di espansione che collegavano gli insediamenti principali lungo il perimetro.
La vita quotidiana era una sfida costante contro gli elementi e la repressione. Le donne vivevano nei “bender”, rifugi semisferici costruiti intrecciando rami di nocciolo o salice e coprendoli con teli di plastica. Senza acqua corrente, elettricità o servizi igienici, la comunità si basava sulla solidarietà radicale. Ogni giorno le residenti dovevano affrontare gli sgomberi forzati da parte dei “bailiffs” (ufficiali giudiziari) che, supportati dalla polizia, gettavano i loro pochi averi nei “muncher” (camion compattatori dei rifiuti). Questa precarietà divenne parte integrante della loro protesta: dimostrare che era possibile vivere con quasi nulla pur di opporsi alla distruzione suprema rappresentata dal nucleare.
Greenham Common ha rivoluzionato il linguaggio della protesta attraverso l’uso di simboli tratti dalla vita domestica e dalla natura, ri-significandoli come strumenti di guerra psicologica e politica. La recinzione militare, simbolo di esclusione e segretezza, fu trasformata in una galleria d’arte a cielo aperto.
Uno dei simboli più potenti fu la ragnatela. Le donne tessevano ragnatele di lana colorata attraverso i cancelli e sulle recinzioni, a simboleggiare l’interconnessione della vita e la fragilità che, se unita, diventa forza. Attaccavano alla rete metallica fotografie dei propri figli, vestiti da neonati, fiori, nastri e persino un abito da sposa, contrapponendo la “materialità della vita” all’astrattezza della morte nucleare custodita all’interno.
Il 12 dicembre 1982 segnò una delle azioni più iconiche nella storia del pacifismo mondiale: “Embrace the Base” (Abbraccia la base). Oltre 30.000 donne, mobilitate attraverso una meticolosa rete telefonica e postale, circondarono l’intero perimetro della base tenendosi per mano. In un silenzio rotto solo dai canti, le manifestanti dimostrarono che la determinazione pacifica poteva letteralmente “cingere” la macchina militare.
L’anno successivo, il 1° aprile 1983, circa 70.000 persone formarono una catena umana di 14 miglia che collegava Greenham Common con la fabbrica di testate nucleari di Aldermaston e l’impianto di Burghfield. Queste azioni non erano solo dimostrazioni di numeri, ma performance collettive destinate a risvegliare la coscienza pubblica sulla capillarità del complesso militare-industriale nel territorio britannico.
La creatività militante di Greenham si spingeva spesso oltre i limiti della legalità, entrando nel campo della disobbedienza civile radicale. La notte di Capodanno del 1983, 44 donne scalarono le recinzioni e danzarono per ore sopra i silos in costruzione destinati ai missili, cantando canzoni di pace sotto gli occhi increduli dei soldati. Questo atto ridicolizzava l’idea di “sicurezza” della base: se un gruppo di donne disarmate poteva violare il cuore del santuario nucleare, allora l’intera narrazione della difesa nazionale era una menzogna.
Le donne praticavano regolarmente il “keening”, un lamento funebre tradizionale ululato che disorientava e innervosiva le guardie. Si travestivano da animali — come durante il celebre “Teddy Bear’s Picnic”, quando invasero la base vestite da orsacchiotti — per evidenziare l’assurdità della violenza di Stato contro la vita civile. Quando venivano arrestate, praticavano la “non-collaborazione passiva”, rendendo i propri corpi molli e pesanti per costringere gli agenti a faticare enormemente per spostarle.
La forza di Greenham risiede nelle migliaia di storie individuali che si sono intrecciate nel fango del Berkshire. Le testimonianze delle attiviste rivelano un mix di paura, euforia e determinazione incrollabile.
Mary Millington ricorda: “Il comune stesso era bellissimo: betulle, farfalle; ma la bruttezza della potenza militare era scioccante… era lì che costruivano i silos. Vivere al campo mi ha dato una relazione profonda con l’esterno, con il sole, la luna e il tempo atmosferico”. Per molte, l’esperienza a Greenham fu un rito di passaggio verso l’empowerment: “Ho fatto molti discorsi pubblici, cosa che non avevo mai fatto prima, in una Manchester Town Hall gremita e persino sul Pyramid stage a Glastonbury”.
Rebecca Johnson, una delle figure storiche del campo, racconta la durezza della repressione: “La polizia mi arrestò e mi trascinò dentro la base… era un periodo terribile quando arrivarono i primi missili nel novembre 1983”. Nonostante l’arrivo dei cruise, la resistenza non si spezzò. Le donne intensificarono il monitoraggio dei convogli missilistici che tentavano di uscire dalla base per esercitazioni notturne. Attraverso il gruppo “Cruisewatch”, i convogli venivano tracciati, bloccati e fotografati, impedendo alla base di operare nel segreto.
La risposta dello Stato non fu solo giudiziaria, ma incluse forme di violenza fisica e psicologica estrema. Oltre alle percosse durante gli sgomberi, nel 1984 iniziarono a emergere rapporti inquietanti sull’uso di armi a radiofrequenza contro le donne. Molte residenti denunciarono sintomi anomali: emicranie acute, vertigini, sonnolenza inspiegabile, nausea, ronzii intracranici e persino paralisi temporanee. Un’indagine condotta dalla Medical Campaign Against Nuclear Weapons rilevò livelli di radiazione elettromagnetica ben al di sopra del fondo ambientale vicino ai campi delle donne in momenti di particolare tensione politica. Sebbene le autorità abbiano sempre negato l’uso deliberato di microonde o infrasuoni, le prove documentate suggeriscono che la base possa aver testato tecnologie di controllo della folla su una popolazione civile composta da donne disarmate. Questo capitolo di Greenham sottolinea quanto la sfida femminista fosse percepita come una minaccia esistenziale dal sistema militare, tanto da giustificare l’uso di tecnologie belliche sperimentali contro di essa.
L’onda d’urto di Greenham Common non si fermò alle scogliere della Manica. Il modello del “Women’s Peace Camp” si diffuse in tutto il mondo, da Seneca Falls negli Stati Uniti a Madrid, fino alla Sicilia. In Italia, la decisione di ospitare 112 missili cruise presso l’aeroporto Magliocco di Comiso scatenò una reazione speculare.
Nel marzo 1983, ispirate dalle compagne inglesi, un gruppo di femministe fondò il campo di pace “La Ragnatela” proprio di fronte alla base di Comiso. Come a Greenham, la scelta fu quella del separatismo per denunciare il nesso tra violenza maschile, patriarcato e militarismo. Agata Ruscica, una delle fondatrici, descrive lo “spaesamento” delle manifestazioni miste dominate dai partiti, dove le istanze delle donne venivano soffocate. “La Ragnatela” divenne uno spazio di autocoscienza e azione diretta, dove le donne siciliane, insieme ad attiviste arrivate da tutta Europa e oltreoceano, tessevano ragnatele di lana colorata. “La Ragnatela” simboleggiava la rete di relazioni, la solidarietà femminile e l’impegno a “imbrigliare” la guerra e i missili. Il documento “Contro il nucleare e oltre”, redatto dalle femministe catanesi, evidenziava come la guerra non fosse che l’estensione suprema della violenza quotidiana subita dalle donne: “Aggressione, conquista, possesso, controllo di una donna o di un territorio fa lo stesso”. Questa analisi intersezionale collegava la lotta contro i missili alla lotta contro lo stupro e lo sfruttamento, rendendo il femminismo antimilitarista una minaccia globale all’ordine.
Nonostante la vita dura al campo, le donne di Greenham non rinunciarono mai ai canali formali per sfidare lo Stato. Nel 1983, un gruppo di manifestanti lanciò la causa legale Greenham Women Against Cruise Missiles vs. Reagan presso la corte federale degli Stati Uniti a New York. Sostenute dal Center for Constitutional Rights, le donne argomentarono che lo schieramento dei missili violava la Costituzione americana e il diritto internazionale, mettendo a rischio la vita di milioni di persone senza il consenso del Congresso.
Sebbene la causa non abbia fermato materialmente l’installazione, essa servì a internazionalizzare il conflitto e a mettere in imbarazzo le amministrazioni Thatcher e Reagan. La pressione costante esercitata dai campi di pace in tutta Europa, unita ai mutamenti geopolitici nell’Unione Sovietica con l’ascesa di Gorbachev, portò infine alla firma del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) nel 1987.
I missili cruise iniziarono a lasciare Greenham Common nel 1989 e l’ultimo ordigno fu rimosso nel marzo 1991, sia a Greenham che a Comiso. Fu una vittoria straordinaria per un movimento che era stato deriso come “fringe” (marginale) e composto da “streghe e comuniste”. Tuttavia, il campo non chiuse immediatamente. Le donne rimasero per altri nove anni per protestare contro il programma britannico Trident e per assicurarsi che la base non venisse mai più utilizzata per scopi nucleari. Il 5 settembre 2000, diciannove anni dopo l’inizio della marcia, il campo chiuse definitivamente per fare spazio a un sito storico commemorativo.
L’impatto di Greenham Common non può essere misurato solo in termini di trattati firmati o basi smantellate. La sua eredità risiede nella trasformazione radicale della prassi politica femminista. Greenham ha dimostrato che il femminismo, quando passa all’azione nel campo antimilitarista, non si limita a chiedere inclusione nel sistema, ma ne contesta la logica stessa.
Il patriarcato ha storicamente utilizzato il concetto di “cura” per confinare le donne nella sfera privata. Greenham ha ribaltato questo paradigma, trasformando la cura in una forma di resistenza pubblica e bellicosa. Prendersi cura del pianeta, dei propri figli e del futuro comune è diventato l’atto più politico possibile, giustificando la violazione dei confini militari e la distruzione della proprietà statale. Questa “maternità militante” non era un ritorno alla tradizione, ma una sua radicale politicizzazione.
Greenham è stato il precursore di ciò che oggi chiamiamo “craftivism” — l’uso del lavoro manuale e domestico come forma di protesta. Le tecniche di comunicazione orizzontale, la leadership collettiva e il rifiuto delle gerarchie maschili hanno influenzato generazioni di movimenti successivi.
La storia di Greenham Common ci insegna che il potere militare, per quanto immenso e armato di testate nucleari, è intrinsecamente fragile di fronte a una resistenza che ne rifiuta i codici. I soldati e i poliziotti sapevano come gestire un esercito nemico, ma non sapevano come gestire migliaia di donne che ridevano di loro, che cantavano davanti ai cannoni e che tessevano fili di lana su recinzioni elettrificate.
Il femminismo antimilitarista è dirompente perché toglie al potere la sua risorsa più preziosa: il consenso e la paura. Rifiutando di essere “protette” da armi che minacciano la distruzione totale, le donne di Greenham hanno rivendicato la propria agenda politica e hanno dimostrato che il conflitto non deve necessariamente essere solo distruttivo per essere efficace.
Greenham Common rimane una testimonianza del fatto che quando le donne decidono che la vita vale più della sovranità nazionale o della potenza tecnologica, non c’è recinzione che possa tenerle fuori e non c’è silenzio che possa soffocare il loro canto. Ha fatto in modo che da una lotta specifica si creasse uno spazio di ripensamento di sé dell’agire comunitario e della realtà data come immutabile. La loro lotta ha segnato il passaggio da un femminismo di rivendicazione a un femminismo di trasformazione totale, capace di guardare negli occhi il mostro della guerra e di iniziare, con un semplice filo di lana, a smontarlo pezzo per pezzo.
Cristina