A proposito di consenso. Tutte quello che avremmo dovuto sapere… e che oggi osiamo chiedere

In Italia si torna a discutere di contrasto alla violenza di genere: casus belli, l’emendamento Bongiorno al cosiddetto “ddl stupri”.
Lo scorso 25 novembre veniva approvata alla Camera una proposta bipartisan di modifica legislativa atta a introdurre, in relazione al reato di violenza sessuale, la definizione di “consenso libero e attuale”. In questo modo la norma andava allineandosi tanto alle indicazioni della Convenzione di Istanbul, quanto ai più recenti orientamenti giurisprudenziali.
Grandi dichiarazioni in pompa magna, grande scandalo in casa Lega e non solo.

Il cambiamento viene ben presto descritto in termini tanto apocalittici quanto grotteschi, fino all’assurdo di paventare per il futuro la necessità di una dichiarazione davanti al notaio per poter “copulare senza rischi”. Opporsi a questa modifica diviene, nelle parole dei suoi detrattori, sia una questione di libertà (“non si può più dire/fare niente”), sia una tutela degli uomini, minacciati – ancora una volta – da eserciti di donne rancorose e dalla piaga delle false denunce, spesso determinate dal “pentimento del giorno dopo”. È evidente che chi argomenta in questi termini ignora o pretende di ignorare completamente i meccanismi della violenza, ma su questo ritorneremo in seguito.
Arriva quindi al Senato l’emendamento presentato da Giulia Bongiorno, avvocata e senatrice oggi leghista. Tale emendamento, se dovesse tradursi in legge, rappresenterebbe un arretramento sia rispetto alla proposta precedente, sia in relazione alle prassi attualmente adottate.

Nel quadro, non possiamo fare a meno di notare il ruolo delle opposizioni nell’aprire la strada alla situazione odierna: mettere mano alla legislazione vigente, vista l’attuale compagine parlamentare, risulta quantomeno di un’ingenuità disarmante. Dalle mie parti si dice “xe più mona che stronxx” (“essere più sciocc* che…”).
Focalizzandoci sul contenuto dell’emendamento, si tratterebbe di sostituire al concetto di “consenso libero e attuale” quello di “valutazione della volontà contraria”.
Una vicenda che apparentemente pertiene esclusivamente al campo giuridico e penale, ma il cui portato trascende l’ambito specifico.

È necessario riconoscere che i rapporti di forza fra legislazione, giurisprudenza e “paese reale” sono complessi e multidirezionali.
Chi scrive non ha nessuna fiducia nella capacità della legge – o della giurisprudenza – di determinare il materiale in termini assoluti; sarebbe però davvero troppo naïf negare che il concreto delle nostre esistenze quotidiane venga condizionato pesantemente da questi elementi. Inoltre, ogni provvedimento legislativo è anche una dichiarazione politica e sociale.
Tenendo a mente questi nessi, tentiamo un’analisi a partire proprio dall’introduzione del concetto di “consenso”.

La questione è apparentemente straordinariamente semplice: si tratterebbe di riconoscere, a livello legislativo, la necessità di una volontà attiva delle persone coinvolte in un rapporto sessuale.
Facile, no? Per nulla. Il consenso parla il linguaggio del desiderio, dell’incontro, dell’ascolto, del limite. Stabilisce un concetto banale e potente assieme: il corpo altrui non è qualcosa a disposizione “fino a prova contraria”.
Astrattamente, questo principio riguarda ogni corpo allo stesso modo. Ma, ancora una volta, i corpi si fanno rapporti di potere incarnati; nei fatti, questo iter legislativo impatta primariamente sui corpi femminili e femminilizzati.
Ritengo sia necessario soffermarsi con attenzione sull’ “ovvietà” di questo dato.
Salta agli occhi come, in ottica prettamente eterosessuale, la disponibilità e l’accessibilità riguardino solo i corpi delle donne. Risulta evidente quanto il ruolo agente sia percepito come pertinenza esclusiva del maschile, in un’asimmetria relazionale – e di potere – talmente scontata da diventare invisibile.
È importante mettere in luce questa invisibilizzazione, per non rischiare di rappresentare, anche involontariamente, come “naturale” quello che è a tutti gli effetti un dato storico e sociale.

Il dibattito attuale sul consenso questiona pienamente la cultura patriarcale dominante, e la lente di genere con cui – giustamente – viene letto questo concetto dimostra quanto il patriarcato sia a tutt’oggi ben lontano dall’essere retaggio del passato.
È soprattutto interessante rilevare come questa lente di genere non venga applicata solo dalle “cattive femministe”, ma in primis dagli uomini stessi. Sia quelli misogini, ostili, antifemministi, sia – seppur con segno marcatamente diverso – quelli alleati. Nessuno sembra sentire il bisogno di far notare che l’affermarsi del consenso come base dei rapporti sessuali riguarderebbe e “proteggerebbe” anche gli uomini. I confini del corpo maschile non sono mai oggetto di dibattito: non serve, è scontato.
Non c’è nessuna ragione assoluta per cui una legislazione che incameri il concetto di consenso dovrebbe tutelare in modo particolare le donne o limitare in modo particolare gli uomini. Eppure, così è – correttamente – letta, anche e soprattutto dai suoi detrattori. Il re non potrebbe esse più nudo di così.
Perché è qui che emerge in tutta chiarezza quanto la violenza sessuale sia in massima parte violenza di e del genere. Quanto parli di potere e non di sesso.

Il potere è sempre alla base dello stupro, che si tratti di trarne vantaggio da una posizione dominante, di ribadirlo quando viene percepito come minacciato o di affermarlo come forma di rivalsa. A volte i corpi delle donne vengono usati per parlare indirettamente agli altri uomini; questo sono, ad esempio, gli stupri di guerra.
Il potere è alla base anche degli stupri più “banali” e quotidiani: in famiglia, nelle relazioni intime e di affetto. L’asimmetria sociale e strutturale fra corpi il cui ruolo è pretendere e corpi il cui ruolo è essere disponibili. Il più pervasivo – e per questo il più invisibile – degli abusi di potere.
Il patriarcato scorre potente in noi, travalicando gli steccati ideologici. Era fuori strada Calvino, quando nel 1975 mostrificava i responsabili del massacro del Circeo, riconducendo le loro azioni esclusivamente a dinamiche di censo o di appartenenza politica. È fuori strada oggi chi ancora ne avalla le tesi. E il dibattito attorno agli “Epstein files” sembra rotolare rapidamente verso lo stesso burrone

Io ero già adolescente il 15 febbraio del 1996, quando lo stupro ha smesso di essere reato contro la morale ed è diventato reato contro la persona. Pochi anni dopo sarebbe diventato un reato contro la mia, di persona. Poco importante, non l’ho mai denunciato. È stata la scelta giusta? Probabilmente si, ma è una scelta che non ho mai potuto fare davvero, perché ho impiegato più di dieci anni per riconoscere quello che mi era accaduto. A quel punto, ogni valutazione era pura accademia. Nonostante una formazione politica, militante, femminista, è stato necessario tanto tempo per dare un nome al mio vissuto. Ho avuto bisogno di riconoscermi nell’esperienza, diversa eppure simile, di un’altra donna. Solo allora ho capito che paralizzarsi, mordere forte un cuscino per non urlare, piangere e non partecipare in alcun modo erano segnali abbondantemente validi per riconoscere l’assenza di consenso. Anche se, è vero, non ho mai detto “no”, non ho spinto, non ho graffiato, non ho provato a colpire. Ho solo sperato che lui si sbrigasse e che “il mio dovere” finisse in fretta. Questa testimonianza personale vuole essere un esempio concreto di come le dinamiche della violenza e del suo riconoscimento possano essere a volte difficili da leggere, anche da parte di chi le subisce. Ma ancora oggi, come accennavo all’inizio, è diffusa la narrazione del “lei ci stava e poi si è pentita/ci ha ripensato”. La vita è più complessa. È sempre più complessa, di uno slogan, di una legge, di una dichiarazione ad effetto sui social. Entrano in gioco una molteplicità di fattori, spesso difficili da comprendere da parte di chi nella posizione non rischia di trovarsi, ovvero la maggior parte degli uomini.

La violenza di genere è molte volte, come detto, anche violenza del genere.
Violenza di una società che insegna alle donne la disponibilità fino a prova contraria; violenza che educa a che quella disponibilità debba essere incondizionata per partner, mariti, affetti, amori; violenza che interiorizza la colpa, perché “non mi sono ribellata abbastanza”; violenza della – e nella – comprensione, accettazione, giustificazione di un uomo che “non poteva capire”. Violenza che misura il valore femminile sul metro e sullo sguardo maschile. Violenza di un maschile che non è educato – e spesso non ha nessun interesse ad educarsi – all’ascolto, all’empatia, al limite. La violenza del “basta che respiri”.
Il punto non è distribuire colpe, non è utile. Il punto è riconoscere la problematicità di quest’asimmetria, violenta, che codifica e struttura il desiderio.
La stessa violenza per cui le femministe in piazza “chissenefrega se parlano di consenso, tanto sono comunque inchiavabili”.
Per me, femminista, sopravvissuta, inchiavabile, l’approvazione di questo emendamento cambierà poco. Il significato sociale e politico di questa approvazione, e la lotta per impedirlo, diranno invece qualcosa. O molto, dipenderà da noi come sapremo scriverla.
Nel ricordo di Franca Viola, che seppe ribellarsi al suo stupratore e al matrimonio riparatore. E pure di suo padre che seppe esserle alleato.

Asia

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