Se non è il maggiordomo è l’anarchico. La seducente pista anarchica

Due sole cose sono certe nella vita: la morte e le tasse”. Anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca, questa celebre frase necessita decisamente di un aggiornamento: all’elenco dei fatti ritenuti indubitabili manca infatti la consueta ed eternamente attuale pista anarchica”, un intramontabile classico, che si abbina con tutto e non passa mai di moda, perfettamente indicato sia per cerimonie pubbliche come manifestazioni di piazza, sia per eventi più esclusivi come anomalie ferroviarie.

Nel grande supermercato della disinformazione i titoli in prima pagina, gli editoriali dei mezzi di distrazione di massa, i servizi della grande distribuzione giornalistica sono sempre solerti nello scongelare prodotti preconfezionati e pronti all’uso; e tra questi, chissà per quale arcano motivo, la sedicente matrice anarchica di ogni incidente è da sempre uno di quelli maggiormente richiesti, a più lunga conservazione e con la data di scadenza rigorosamente non indicata.

Viene da chiedersi, vista l’estrema, generalizzata e capillare diffusione di queste fantomatiche truppe anarchiche, in grado, grazie al loro numero esorbitante e alla loro innata capacità di partecipare e condizionare in maniera così incisiva ogni evento, come possano ancora esistere confini, eserciti, proprietà privata, autorità e stati.

La storia è purtroppo un interminabile stillicidio di responsabilità scaricate su anarchici innocenti per coprire i reali colpevoli e gli insospettabili mandanti di fatti e stragi terribili: basti qui ricordare, solo per citarne alcuni, Sacco e Vanzetti, Pinelli, i martiri di Chicago, Ferrer i Guàrdia o i cinque della Baracca.

Sarebbe sin troppo facile, e anche non del tutto fuori luogo, crogiolarsi nel vittimismo più spicciolo, indugiare nella retorica del martirio, chiudersi in una sorta di “sindrome da Calimero”, ma questo, oltre a non rendere giustizia a chi ha pagato con la vita per difendere le proprie idee e lottare per un mondo migliore, rischierebbe di non far apparire in tutta la loro evidenza i meccanismi che sottendono questo tipo di sospetti prontamente tirati in ballo ogni volta che il “potere” sente il bisogno di stringere le proprie fila, ricompattarsi, difendere i propri interessi e nascondere le proprie inadeguatezze.

È lecito, e doveroso, a questo punto domandarsi quali siano le ragioni per le quali la sedicente pista anarchica diventi così seducente, tanto da essere, immancabilmente, l’opzione privilegiata da dare in pasto all’opinione pubblica.

La prima motivazione pare abbastanza ovvia, si tratta del noto principio dell’arte dell’illusionismo applicato alla politica: così come il mago induce lo spettatore a guardare dove non succede nulla in modo che non veda dove accade tutto, così il potere sposta l’attenzione dalle proprie inadeguatezze, insuccessi, promesse non mantenute, inefficienze, fallimenti e, con un colpo ad effetto, accende i riflettori su altro, distraendo lo “spettatore” che molto spesso, come nei giochi di prestigio, non vuole conoscere la verità, ma desidera essere ingannato.

Questo vale sia per ambiti specifici e circoscritti: inefficienza nell’ordine pubblico, ritardi nei trasporti, criticità nella sanità e nell’istruzione, tutela ambientale, emergenza edilizia, situazione carceraria; sia per politiche più generali: economia bellica, posizionamento nel risiko internazionale, immigrazione, sudditanza verso le grandi multinazionali e il potere economico.

A questo si aggiunge, ovviamente, l’espediente della creazione del nemico interno, impersonificato da coloro che “non vogliono il bene della patria”; che osano contestare i principi cardine su cui è basata la “civile sudditanza”; che non prendono a prestito la testa di nessuno per elaborare pensieri; che hanno opinioni differenti da quelle lecitamente approvate”; che, per dirla con Benni, non si assoggettano all’invito “siate maggioranza”, intesa qui non in senso parlamentare ma esistenziale.

A sua volta, la creazione e individuazione di questo nemico interno, la sua messa alla gogna mediatica e al pubblico ludibrio, fornisce la motivazione ineccepibile e democraticamente necessaria” per tutta una serie di provvedimenti restrittivi e di pubblica sicurezza che colpiscono selettivamente tutto ciò che è “altro” rispetto alla narrazione ufficiale. Impedita di fatto ogni manifestazione di dissenso, critica, contestazione e comportamento alternativo, che vengono automaticamente dichiarati fuorilegge, non consentiti e repressi, coloro che non si rassegnano all’impossibilità di esprimere e portare avanti le proprie idee tornano ad essere i famigerati e a noi cari malfattori”, in un corto circuito che si autoalimenta senza soluzione di continuità.

Il nemico interno svolge anche una funzione più sottile, ma contemporaneamente più impattante, nell’addomesticamento del pubblico e nel suo arruolamento come primo difensore del potere, a tutto scapito del proprio interesse sia personale che collettivo: il dissenso e la contestazione vengono demonizzati e fatti apparire come la causa del male, senza che le cause del disagio e le condizioni reali che hanno portato alle proteste vengano analizzate né tantomeno rimosse; si preferisce, come sempre, affrontare i “sintomi” e lasciare che la malattia non venga curata; si trasformano le vittime in carnefici, i violentati (dal sistema) in violenti, gli oppressi in oppressori o, molto più semplicemente e cinicamente, si sceglie di non vederli, di farli scomparire, di trasformarli in intoccabili paria.

Molte, se non tutte, queste considerazioni appaiono abbastanza ovvie, tanto da far sembrare un esercizio quasi inutile elencarle e sottolinearle; viene tuttavia da chiedersi per quale motivo, essendo così banalmente evidenti, i meccanismi sopra descritti rimangano tanto resistenti, efficaci e attivi, quanto apparentemente celati e di così difficile comprensione. Un ruolo più che significativo in questa dinamica è indubbiamente svolto dai mass media e più in generale da quella che un tempo si sarebbe chiamata intellighenzia o élite culturale; dall’elaborazione intellettuale, dall’analisi della realtà e dalla critica sempre più assoggettata alle regole del mercato; dal clima che contribuisce a creare nel “pubblico pagante” e dal quasi totale distacco, al limite dell’inconciliabile, dalla situazione reale delle masse.

Sarebbe impossibile qui affrontare, in maniera anche solo abbozzata, le problematiche sopra menzionate; basti allora accennare che siamo immersi in un mondo sempre più virtuale, dominato dall’apparenza e dall’autoreferenzialità; allo stesso tempo sempre più digitalmente connesso e irrimediabilmente disconnesso da una comunità in carne e ossa”. Un mondo nel quale ogni notizia diventa merce e acquista un valore solo in base alla sua vendibilità; dove la velocità diventa elemento imprescindibile a scapito della riflessione e dell’analisi accurata; dove l’infinita produzione e l’illimitato accesso a ogni tipo di notizia si traducono in “nessuna notizia”; dove ogni fatto, sia esso reale o inventato, è valutato in funzione delle reazioni che produce e del consenso che induce; dove l’impressione suscitata è il solo effetto importante, e quindi diventa fondamentale il metodo di comunicare piuttosto che quello che viene comunicato. Un mondo dove il confine tra realtà e finzione (artificialmente costruita) è sempre più sfumato e sempre meno rilevante. In questo senso la continua ripetizione abbinata delle parole “anarchici” o “antagonisti”, e “attentato”, “ordigni”, “scontri”, “incidenti”, disordini”, proprio in virtù della superficialità dell’informazione data; del martellamento continuo e ipnotico dei termini; dell’ostentata aggiunta di immagini cruente e violente, spesso e volentieri estrapolate dal contesto; della continua e incessante e ossessiva reiterazione della dicotomia “noi e loro”: tutto questo contribuisce alla creazione di quel clima di populismo paternalistico congeniale alla coltura di individui pronti a schierarsi a difesa di coloro che in realtà li assoggettano e li sfruttano, o, tutt’al più, a rimanere indifferenti, a isolarsi, cercare di sopravvivere senza complicazioni, a ritenere immodificabile lo stato di fatto.

In questo senso la partecipazione alla creazione del clima di aperta ostilità nei confronti dei “perturbatori della quiete pubblica” è equamente condivisa da tutto l’arco dello schieramento della politica istituzionale, sia essa di governo o di opposizione.

Entrambi infatti lottano per accaparrarsi quote di “mercato-consenso”, recitando la parte che il comune copione prevede: difensori della legalità contro ogni elemento disturbatore i primi; sostenitori di ogni forma di protesta “civilmente” manifestata i secondi. Entrambi schierati a difesa del sistema che contribuiscono a perpetuare, entrambi pronti a immolare a difesa dei loro privilegi coloro che, non essendo un target di mercato a cui vendere le loro bugie per riceverne in cambio voti, risultano sacrificabili.

Sebbene le accuse verso gli anarchici siano, e siano sempre state, prima di tutte strumentali e provengano da chi si fa sostenitore e complice dello sfruttamento economico, del potere autoritario, gerarchico e arbitrario di una classe su un’altra, delle guerre tra stati, dell’indifferenza interna e internazionale; rimane una certa frustrazione nel vedere continuamente banalizzati e ridotti a una sorta di caricatura un movimento, un’idea e individui che da sempre si battono, lottano, si ribellano e vivono per realizzare una società pienamente libera e finalizzata alla completa realizzazione delle aspirazioni di ognuno, dove convivenza, mutuo appoggio, autonomia siano garantite non dalla prepotenza della legge imposta arbitrariamente da un’autorità, ma dallo spontaneo accordo di soggetti liberi.

È per questo che non crediamo che “la nostra libertà finisca dove inizia quella degli altri”, noi non vediamo negli altri un limite, non siamo in competizione per accaparrarci una maggiore fetta di libertà a discapito di altri soggetti.

Noi vediamo nella libertà dei nostri pari un elemento imprescindibile per accrescere la nostra libertà; siamo individui, ma diventiamo liberi solo collettivamente: “la nostra libertà è tale e si sviluppa solo grazie alla libertà degli altri”. Come sosteneva Bakunin, unendo idea e azione: Nessun uomo può emanciparsi altrimenti che emancipando con lui tutti gli uomini che lo circondano”.

Alessandro Fini

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