Olimpiadi in divisa. Quando lo sport diventa un ingranaggio dello Stato

Ci raccontano che le Olimpiadi sono la festa dei popoli. Ci parlano di fratellanza, di pace, di merito, di sacrificio individuale. Ma dietro le bandiere sventolate e gli inni nazionali, la realtà è un’altra: lo sport di alto livello, sempre più spesso, è un settore integrato dentro l’apparato statale e militare. Non un ambito libero e popolare, ma un dispositivo di propaganda, reclutamento e disciplina.

In Italia il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, anche se raramente viene messo in discussione. Alle Olimpiadi di Parigi 2024, oltre il 70% degli atleti italiani — più di 280 su 403 — risultano arruolati in gruppi sportivi militari o di polizia. Esercito, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato: le medaglie si contano in divisa. Non si tratta di un dettaglio amministrativo. È un dato politico.

L’atleta come funzionario dello Stato

L’Italia mantiene circa 2.500 atleti, tecnici e dirigenti all’interno dei corpi armati e di polizia. In molti casi l’arruolamento non è una scelta ideologica, ma una necessità materiale: senza la “divisa” non c’è stipendio, non c’è continuità di allenamento, non c’è copertura previdenziale. Il messaggio è chiaro: se vuoi competere ad alto livello, devi entrare nei ranghi.

Lo sport, così, non è più uno spazio autonomo, ma una branca dell’apparato statale. L’atleta diventa un dipendente pubblico inquadrato in strutture gerarchiche, sottoposto a disciplina militare, inserito in un sistema che ha come finalità ultima non l’emancipazione collettiva, ma il prestigio nazionale.

Questa trasformazione non è nuova. Durante la Guerra Fredda, i regimi del blocco sovietico svilupparono il modello di “atleta di Stato” come strumento di competizione geopolitica. Ma oggi, in pieno capitalismo avanzato, assistiamo a una convergenza paradossale: modelli formalmente opposti si ritrovano uniti nella stessa logica di controllo e nazionalizzazione dello sport. Russia, Cina, Germania e molti altri Paesi mantengono strutture sportive legate alle forze armate. L’Italia non è un’eccezione folkloristica: è uno dei casi più strutturati in Europa occidentale.

Nazionalismo, disciplina, propaganda

Il problema non è il sostegno pubblico allo sport. Il problema è quale sostegno e con quale logica.

Quando lo sport viene incardinato nelle forze armate e di polizia, esso si intreccia inevitabilmente con la cultura dell’obbedienza, della gerarchia e del nazionalismo. Le medaglie diventano strumenti di soft power. Gli atleti diventano simboli da esibire nelle parate istituzionali. La retorica del sacrificio sportivo si sovrappone a quella del sacrificio militare.

In un contesto in cui le spese per la difesa crescono ovunque, e in cui la corsa al riarmo è tornata a essere priorità politica, l’assorbimento dello sport nell’apparato militare assume un significato ancora più inquietante. Le stesse strutture che gestiscono addestramento e armamenti finanziano anche palestre e piste di atletica. La linea di confine si assottiglia. Non è un caso che molte discipline storicamente sostenute dai gruppi militari siano quelle funzionali a una certa idea di virilità e forza nazionale: tiro a segno, scherma, atletica, sport invernali. Intanto, lo sport di base, quello delle periferie, delle palestre popolari, delle associazioni autogestite, sopravvive con fondi insufficienti e precarietà cronica.

Una falsa alternativa: arruolarsi o rinunciare

Il meccanismo produce una distorsione profonda. Chi non entra nei gruppi sportivi militari resta ai margini. Gli sponsor privati sono pochi, concentrati sugli sport più mediatici. Le federazioni non garantiscono sostegno sufficiente. Così l’arruolamento diventa un passaggio quasi obbligato. È una forma di cooptazione strutturale: lo Stato assorbe talento offrendo sicurezza economica in cambio di appartenenza. Non serve la coercizione esplicita; basta la precarietà diffusa. Il risultato è una doppia disuguaglianza. Da un lato tra atleti “in divisa” e atleti civili. Dall’altro tra sport sostenuti dall’apparato statale e sport lasciati all’abbandono. Il merito sportivo viene filtrato da un sistema di accesso istituzionale. In questo quadro, l’olimpismo perde qualsiasi pretesa di neutralità. Le bandiere non rappresentano i popoli, ma gli Stati. Gli inni non celebrano comunità, ma apparati di potere.

Rivendicare uno sport sociale e autogestito

Se lo sport deve essere davvero uno spazio di emancipazione deve essere sottratto alla logica militare e nazionalista. Non si tratta di privatizzarlo, ma di socializzarlo.

Le risorse pubbliche oggi incanalate nei corpi armati potrebbero finanziare direttamente: associazioni sportive dilettantistiche indipendenti, con borse di studio e salari per atleti senza obbligo di arruolamento; strutture sportive di quartiere autogestite, accessibili gratuitamente o a costi simbolici; programmi territoriali inclusivi, che privilegino la partecipazione di massa rispetto alla vetrina olimpica; reti cooperative tra società sportive, svincolate da gerarchie militari e controlli polizieschi.

Parallelamente, andrebbe aperto un dibattito radicale sul modello stesso delle competizioni internazionali. Perché continuare a organizzare lo sport attorno a Stati-nazione in competizione? Perché non immaginare federazioni transnazionali, rappresentanze territoriali, squadre miste?

Uno sport liberato non è uno sport senza organizzazione. È uno sport sottratto alla logica del comando.

Contro le Olimpiadi in divisa

La questione non riguarda la buona fede dei singoli atleti, che spesso non hanno alternative reali. Riguarda la struttura che li ingloba. Finché il percorso verso l’élite sportiva passerà per l’arruolamento, lo sport resterà un ingranaggio dell’apparato statale. Finché le medaglie saranno contabilizzate come trofei nazionali, l’olimpismo sarà una competizione tra poteri, non tra persone. Restituire lo sport alla società significa disarmarlo. Significa separarlo dalle caserme, dalle questure, dalle logiche di prestigio geopolitico. Significa riportarlo nei quartieri, nelle scuole, nelle palestre popolari.

Lo sport può essere cooperazione, mutualismo, crescita collettiva. Ma solo se smette di marciare al passo.

Parpajon

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