Armi di distrazione di massa

Unfinished European Union Flag puzzle

Ci risiamo. Di nuovo alle urne e questa volta la partita si presenta importante: europeisti contro sovranisti. La chiamata, per entrambi gli schieramenti, è forte e chiassosa, a colpi di twitter e di selfie supportati, a destra, dalle incursioni mediatiche – e non solo – dei nazifascisti, testa d’ariete della Lega.

Ogni schieramento, poi, si caratterizza per le sue diverse componenti, naturalmente conflittuali tra loro. Questo è però risaputo, stante la caratteristica stessa del meccanismo elettorale basato sull’illusione che qualsiasi parlamento uscito dalle urne possa rappresentare davvero quella che è la volontà popolare. In realtà, la cronaca quotidiana non fa che confermarcelo, l’unica volontà che i parlamenti possono esprimere è quella delle lobbies d’affari, delle conventicole mafiose e delle consorterie massoniche che, uniche, sanno come muoversi nei meandri di una collettività politica e di una burocrazia sempre e comunque parassitaria.

Se si entra nel merito delle cose poi ci si accorge che su tanti aspetti le contrapposizioni tra sovranisti ed europeisti sono solo di forma e non di sostanza. Per esempio, rispetto alla politica fiscale adottata in ambito europeo si osserva come, nella ricerca delle entrate derivanti dalla tassazione degli enormi profitti delle multinazionali, i governi di qualsiasi orientamento e colore si comportano nello stesso modo.

Sovranisti in che cosa allora? Nel riproporre un modello obsoleto ad una società impaurita, frammentata e disgregata dagli effetti di una globalizzazione iperliberista che ha portato a compimento la trasformazione degli individui in puro e semplice oggetto di mercato, in merce in balia delle volontà del capitale e dei suoi algoritmi, costantemente sotto attacco non solo sul piano delle condizioni di lavoro, ma anche in quello della sua quotidianità e dei suoi spazi di libertà. Un modello basato sul ritorno ad un passato nefasto, segnato da morte e distruzione: il nazionalismo. Perché questo vuol dire sovranismo. Come il nazionalismo non ha mai originato un sistema sociale rappresentativo della volontà dei popoli – in quanto espressione della voracità dei ceti dominanti tesi alla conquista di mercati e territori innervato dal mito ora della ‘patria’ ora della ‘civilizzazione’, necessario per la mobilitazione dei ceti medi e piccolo borghesi, indispensabile per l’inquadramento e la sottomissione dei proletari, anche il sovranismo intende muoversi nella stessa direzione.

Ovviamente con le dovute differenze. A fronte di una progressiva e diffusa sensazione di perdita di controllo su se stessi e sui propri ambiti di riferimento a vantaggio delle élites, i sovranisti di destra ripropongono la triade classica del potere autocratico – dio, patria e famiglia – come viatico per affermarsi come ‘popolo’ sovrano e indipendente dalle oligarchie; i sovranisti di sinistra dal canto loro, senza vergogna, riprendono le logore bandiere staliniste – patria, socialismo, indipendenza. Il tutto condito da una tensione brutalmente maggioritaria che si vorrebbe coniugare con forme di democrazia diretta (in realtà eterodiretta) in stretto rapporto con leader che si presentano come l’autentica espressione ed i soli interpreti della volontà popolare. Cose già viste, dall’argentino Peron al russo Putin.

Il sovranismo in questo modo dovrebbe ridare potere e identità a un popolo vessato dagli effetti collaterali della devastazione provocata dalla globalizzazione, costruendo recinti, innalzando muri, emarginando e respingendo i ‘diversi’, cristallizzando gerarchie. Diffondendo poi a piene mani paura e falsità, giocando sull’ignoranza incrementata dalla massificazione digitale, cercano il consenso elettorale necessario per sostituirsi nella gestione del potere agli europeisti, a quei partiti cioè che sulle politiche neoliberiste hanno costruito le loro fortune e quelle dei loro ceti di riferimento fino a che la conflittualità interimperialistica non li ha costretti sulla difensiva.

Quanto sia strumentale questo confronto ce lo dice il comune atteggiamento nei confronti del processo di accumulazione capitalistica, al quale partecipano con pari energia entrambi gli schieramenti con la compressione dei diritti di lavoratori e lavoratrici e nel peggioramento delle loro condizioni di vita, propagandisticamente mascherate da sedicenti riforme sulle pensioni e sul reddito e dal continuo agitarsi nelle piazze e il continuo proporre temi ‘popolari’ del loro ‘capitano’.

Sui partiti europeisti c’è poco da aggiungere, poiché sono tra i principali responsabili del disastro provocato da questi decenni di iperliberismo con le loro politiche di austerità e di contrazione dei servizi sociali, i loro job act, la precarizzazione del mondo del lavoro. Oggi parlano ancora di Europa, ma è una Europa del grande capitale, delle multinazionali, è l’Europa fortezza. Allora, ha senso votare? Ha senso conferire loro potere e rappresentanza?

Sappiamo che ci sono gruppi, associazioni e partiti che, partendo da posizioni di critica radicale nei confronti dei due schieramenti precedenti, si presentano alle elezioni contando su qualche punto in percentuale che consenta loro di avere qualche minima rappresentanza nel parlamento europeo e un congruo finanziamento pubblico. In tal modo pensano di avere voce nel proporre qualche legge o qualche modifica e di conquistare fonti di reddito. Qualche loro esponente si è fatto notare nei movimenti che più hanno caratterizzato l’opposizione sociale nel nostro paese e grazie a questo hanno costruito il loro trampolino di lancio.

A loro chiediamo se questa energia che profondono nella campagna elettorale non sarebbe più utile nel denunciare il ruolo di annichilimento delle lotte che il parlamento gioca ed ha sempre giocato. Pensate davvero che una Europa solidale, basata sull’integrazione, la giustizia sociale, ecc. possa uscire da una campagna elettorale che come tutte le campagne elettorali è costruita sulla manipolazione, sulle falsità, sui colpi ad effetto, sulla pressione dei media? Non piuttosto dalla ritrovata consapevolezza di chi sta ‘sotto’ del necessario ritrovarsi in un fronte comune di lotta contro il capitale ed i governi?

Dal canto nostro pensiamo che ogni delega di potere è un abbandono della propria autonomia e della propria libertà, della possibilità cioè di far valere le proprie ragioni in un insieme collettivo rispettoso delle libertà altrui. Rifiutiamo perciò la delega e rivoltiamo il termine sovranità dandogli un significato sociale, in sostanza quello di autodeterminazione la quale, partendo dal semplice per arrivare al complesso (dall’individuo alla società) definisce un’organizzazione sociale costruita su un assetto federale di libere collettività territoriali, di produzione e di consumo, a partire dai comuni, dalle regioni, via via fino al mondo intero. Altro che l’ideologia e la pratica di un sovranismo che santifica il potere assoluto dello Stato, prima nei confronti di chi abita nel territorio di sua competenza e poi degli Stati confinanti.

Per questa convinzione pratichiamo e proponiamo l’astensionismo non tanto per riprendere la sovranità individuale che lo Stato ci sottrae per affermare il proprio dominio, quanto per evidenziare la truffa insita nel meccanismo elettorale rappresentativo a scapito delle masse sfruttate ed oppresse ed a favore delle classi possidenti. Sappiamo benissimo che un’astensione ampia, persino maggioritaria, non implicherebbe di per sé l’impossibilità dell’esercizio del potere politico, ma avrebbe l’effetto di far maturare una presa di coscienza collettiva sulla necessità di una trasformazione radicale delle strutture sociali.

In un momento in cui la polarizzazione crescente della campagna elettorale – ad opera esclusiva dei due compari di ‘lotta’ e di governo – pare escludere ogni possibilità di proposta ‘altra’, con l’obiettivo palese di richiamare alle urne i delusi e i disaffezionati, occorre rifiutarsi di farsi macellare dalla dialettica del potere, il che vuol dire soprattutto evitare di cadere nel puro resistenzialismo ma, invece, resistere lottando con una proposta chiara di trasformazione dell’esistente, che oggi non può assolutamente prescindere dall’assoluta preminenza della questione sociale.

Sfuggire dai meccanismi della democrazia rappresentativa significa entrare nel concreto della critica stessa del concetto di maggioranza e minoranza, significa rifiutare la riproduzione, pura e semplice, dei rituali parlamentari negli stessi organismi rappresentativi di base per dare invece prevalenza all’autorganizzazione, alla lotta, al libero confronto delle idee e delle proposte.

I rapporti di forza si sono sempre modificati con la lotta diretta e la via politica delegata ha sempre rappresentato il disarmo della conflittualità sociale. Astenersi, non cadere nelle trappole delle false alternative e del meno peggio, rafforzare le armi della critica intransigente, dell’organizzazione, del protagonismo sociale, dell’azione tra le classi sfruttate ed oppresse, vuol dire attrezzarsi per una futura possibile crisi rivoluzionaria, alimentata dalla crescente instabilità mondiale e dall’accumularsi delle contraddizioni sociali ed economiche, in grado di indicare e praticare una via d’uscita autogestionaria che impedisca la ricaduta in un sistema di potere gerarchico.

Massimo Varengo