Sotto una crollata di cemento

Numeri. A questi numeri la città di Firenze forse, dicono, non era abituata. Certo è che li ha presto metabolizzati, questi numeri, e non ha fermato le sue attività. Giornali, televisioni e social ci hanno prontamente via via sepolto sotto una caterva di numeri: numeri di vittime, di età delle vittime, di quanti kilometri erano lontane da casa, delle ditte in appalto, delle ditte in subappalto, di metri lineari, di metri cubici, di tonnellate, di ore che passavano, di mezzi impiegati, di bambini che non c’erano, di tempi di consegna, di irregolarità, di norme non rispettate, di quanto fanno comodo gli immigrati. E ogni numero deve colpire, impressionare, commuovere, vendere. E grazie anche alla sindemia denominata covid, il neologismo “doomscrolling” era prepotentemente entrato tre anni fa nei dizionari italiani.

Firenze è però una città che permette, contro ogni logica, buonsenso e compartecipazione delle decisioni, di far costruire un supermercato dove ce ne sono già uno a 150m di distanza, un altro a 400m, un altro ancora a 600m (tutti della concorrenza) nonché altri due della stessa catena responsabile del disastro nel raggio di un chilometro. Quello in costruzione, nonostante le proteste di molta gente del quartiere e di associazioni ambientaliste, avrebbe inoltre appesantito la già problematica circolazione automobilistica coinvolgendo una delle principali direttrici di accesso al pronto soccorso dell’ospedale di Careggi.

Di nuovo assistiamo alla divisione economica, civile e sociale della città e alla sua spartizione: nel centro storico imperversano i supermercati di piccole dimensioni – ma alquanto costosi – di alcune catene che stanno sistematicamente sostituendosi ai vecchi negozi di vicinato. In periferia, invece, dove si possono costruire supermercati e centri commerciali di grandi dimensioni e parcheggio, si consuma la guerra tra i due principali colossi della grande distribuzione. E se Unicoop Firenze mantiene saldamente il primato per convenienza e rapporto qualità/prezzo, Esselunga usa da tempo una aggressiva campagna pubblicitaria e di reperimento di concessioni e licenze per sottrarre territorio e giro d’affari all’avversario. L’ingannevole argomento-miraggio della maggior convenienza, del “risparmio”, è quindi riservato a chi negli anni ha dovuto trasferirsi in quartieri più economici e meno pregiati nel mercato immobiliare. Allo stesso modo è in periferia che vengono introdotti, per la raccolta differenziata dei rifiuti, i cassonetti che necessitano di chiavetta per l’apertura in dotazione ai soli “residenti e iscritti alla Tari”. Operazione impensabile nel centro storico popolato ormai solo da “gente di passaggio”. I risultati in termini di effettivo aumento del differenziamento dei rifiuti o del loro abbandono come e dove capita non tarderanno a manifestarsi.

Altre realtà cittadine hanno già commentato sull’assopimento delle coscienze, sul bisogno di approcci diversi al lavoro, alla merce, alla vita stessa. I presidi davanti alla prefettura hanno visto la partecipazione di 300-400 persone, il venerdì stesso del disastro, con i sindacati confederali (ma non solo) e di circa 150-200 lunedì mattina con sciopero dell’intera giornata nel settore privato indetto dai sindacati di base (lasciati un po’ soli, a dire il vero).

A margine, ma in fin dei conti, è proprio questa stessa città, ineffabile e dalla memoria corta, la mandante della propria rovina e di questa strage di lavoratori: è da molto prima dell’invenzione di Google che le cronache vedono Esselunga al centro di innumerevoli vicende di condotte antisindacali, di mal-trattamento di lavoratrici e lavoratori, di incidenti di cantiere, di dubbie manovre finanziarie.

Innumerevoli. Almeno ricordarselo.

Anarcobaleno

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