In diverse città intorno al 24 febbraio si sono tenute manifestazioni e iniziative antimilitariste. In questa data simbolica, a quattro anni dall’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, si sono tenute iniziative di piazza contro ogni forma di imperialismo, contro il militarismo, in solidarietà con i disertori di tutti i fronti. Rispondendo all’appello dell’Assemblea Antimilitarista, a Trieste, a Livorno, a Torino, a Reggio Emilia, a Palermo ci sono state manifestazioni nelle piazze e azioni simboliche in alcuni dei luoghi che più rappresentano la corsa al riarmo e alla guerra, come fabbriche di armi e monumenti guerrafondai.
In occasione di questo “anniversario” il governo italiano ha rilanciato la propaganda di guerra per giustificare la corsa al riarmo, approvando un nuovo decreto per la cessione di armi all’Ucraina, il tredicesimo dal 2022. Tra i temi che hanno condito la retorica bellicista delle scorse settimane abbiamo sentito ancora parlare di una nuova avanzata dell’esercito ucraino. Continuano a raccontare la guerra in termini eroici, mentre l’Ucraina e la Russia sono diventate un grande macello per i proletari, con centinaia di morti al giorno su un fronte lungo come tutta la penisola italiana. È questo il futuro che prospettano per le giovani generazioni che vorrebbero arruolare nelle forze armate, per la classe lavoratrice che vogliono in miseria, piegata e disciplinata, ridotta a combattere per i propri padroni o a produrre e trasportare armi che uccideranno altri proletari. Di fronte a questo scenario la sola possibilità di salvezza è disertare. Ma che cosa significa di preciso? Un’immagine concreta ci arriva proprio dalla guerra nell’Europa orientale.
Dati emersi tra 2024 e 2025 permettono di mettere a fuoco la situazione. In Ucraina sono circa 1,5 mlioni le persone che si sono rese irreperibili per i Centri di reclutamento territoriale. Non hanno comunicato la nuova residenza all’amministrazione, non possono quindi essere raggiunti formalmente dalla chiamata per la coscrizione. Queste persone, se si trovano ancora nel paese, rischiano di essere riconosciute e trattenute in strada e di essere arruolate con la forza. Nei quartieri delle città ci sono gruppi solidali che allontanano le squadre di reclutatori per impedire che portino via le persone che abitano nella zona per arruolarle. Ci sono poi quasi 290 mila procedimenti penali aperti nei confronti di militari che hanno abbandonato ingiustificatamente la propria unità. Di questi, la maggior parte, circa 235 mila, non sono rientrati dopo una licenza o una libera uscita, mentre 54 mila per la legge sono “disertori”, si sono quindi allontanati senza giustificazione dalla propria unità. Non molto diversa sembra essere la situazione in Russia; anche se non ci sono dati comparabili, si sa che dal 2022 al 2025 circa 800 mila russi hanno lasciato il proprio paese. Al netto delle altre cause di emigrazione, alcune delle quali fortemente influenzate dalla situazione di guerra in cui si è gettato il paese, molti cercano di sfuggire alla mobilitazione militare.
Noi siamo scesi in piazza fin da subito, non per sostenere un governo, non per scegliere un campo imperialista, non per sostenere un nazionalismo, ma contro tutti gli eserciti e contro tutte le guerre.
Non ci appartiene la neutralità degli stati o l’equidistanza borghese, siamo contro tutti i governi, contro tutti gli stati e tutti gli imperialismi. Scegliamo una parte, la parte delle classi oppresse e sfruttate, gettate nel tritacarne della guerra là dove si combatte, gettate nella miseria e schiacciate dalla repressione ovunque nel mondo. Per questo siamo solidali con i disertori, con coloro che mostrano come ci si possa sottrarre al massacro, alla macchina militare. Ma non basta. Come ha evidenziato il gruppo Assembly di Kharkiv in alcuni articoli, c’è bisogno che in Ucraina la massa di renitenti e disertori vada oltre il nascondersi e rovesci il proprio governo. Lo stesso dovrebbe succedere in Russia, dove la morsa repressiva avrebbe bisogno di un forte movimento di massa per scardinare lo stato di polizia e fermare la guerra. Questa riflessione serve a ricordarci che la diserzione deve essere il primo passo e trasformarsi in rivoluzione. Non basta la scelta etica individuale di sottrarsi al massacro, che comunque è da sostenere, bisogna che la scelta diventi collettiva, per costruire un movimento di massa in grado di fermare una guerra e rovesciare un governo.
Nel mezzo di una guerra però, sotto le bombe, nella paura e nella sofferenza, nella fuga, sotto una legge marziale, mettere in moto questi processi è estremamente difficile. Bisogna agire prima. Per questo dobbiamo aver chiaro cosa possiamo fare fin da ora, ed estendere il senso della diserzione. Sui posti di lavoro, nella produzione come nella logistica, come nelle scuole e nelle università, disertare la guerra significa fermare la produzione di armi, bloccare i trasporti militari, rifiutare la reintroduzione del servizio militare in qualsiasi forma si presenti, respingere la propaganda di guerra, lavorare alla costruzione di un movimento di massa antimilitarista che possa mettere in discussione le politiche di guerra.
Dario Antonelli