Primo maggio a Torino. A bocce ferme

A volte ci vuole un po’ di tempo tra gli eventi e la loro narrazione.
Da alcuni anni il Primo Maggio torinese ha smesso di essere una scatola con tanti pezzi diversi, che si disponevano secondo un ordine rituale, immutabile nel tempo.
In testa Cgil, Cisl, Uil, gli organizzatori ufficiali della giornata, preceduti solo dalla banda municipale e dal parterre istituzionale, che, al di là delle congiunture elettorali, escludeva i fascisti. Poi le associazioni, seguite dai settori più radicali del sindacalismo di base, dai centri sociali, dagli spezzoni dell’anarchismo sociale e infine dai partiti della “sinistra” istituzionale, prima il PD e poi tutti i pezzi della lunga diaspora post-comunista. Distanti e separati quelli di Lotta Comunista, che con coreografia da piazza Rossa moscovita, facevano la loro uscita pubblica annuale.
Il Primo Maggio a Torino, diversamente da Milano, dove il bagno di folla è il 25 aprile, è sempre stato un momento di forte partecipazione popolare. A Torino l’insurrezione contro il fascismo, con combattimenti strada per strada, durò giorni: solo il Primo Maggio, con le formazioni partigiane in piazza, si poté dire conclusa.
Il Primo Maggio per i torinesi è stata la festa della Liberazione, momento in cui chi aveva combattuto il fascismo per andare oltre la democrazia borghese, si incontrava e si riconosceva.
Negli ultimi anni le tante piazze torinesi, che si rappresentavano nel corteo del Primo Maggio si sono sempre più divaricate. Non sono mancati gli scontri con i servizi d’ordine del PD e con la polizia, messa a guardia del corteo istituzionale, affinché non vi fossero voci discordanti in piazza.
Poi, buona parte del sindacalismo di base non è più scesa in piazza e il PD, dopo innumeri contestazioni, culminate con il blocco al loro ingresso in piazza San Carlo, si sono riposizionati nella prima parte del corteo.
Nel 2017 la polizia ha fatto cariche molto dure per impedire che post-autonomi e anarchici entrassero troppo presto in piazza.
Solo nel 2018 tutto è filato liscio: il cordone di sicurezza dei 5Stelle davanti ai centri sociali post autonomi ha funzionato: la polizia non è intervenuta.
Quest’anno una campagna elettorale incandescente ha fatto saltare un fragile equilibrio.
La partita sul Tav è stata al centro dell’agone politico per mesi: ancora una volta il PD e, a ruota, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia hanno puntato tutto sulla nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lyon. Il Movimento 5Stelle, che sul piano nazionale ha perso terreno tra i movimenti ambientalisti, di difesa del territorio e contro le nocività, sul Tav ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, dando comunque il via libera ai bandi per la realizzazione del tunnel di base.
In Piemonte il M5S ha bisogno dei voti No Tav per frenare una caduta pronosticata da mesi dai sondaggisti.
Alcuni consiglieri comunali e regionali a 5 Stelle hanno provato a fare da intercapedine tra lo spezzone No Tav, confluito in quello post-autonomo, e quello del PD, che ha schierato il proprio servizio d’ordine.
I fatti sono noti, prima i picchiatori dell’Idra Service, al servizio del PD hanno assalito i No Tav in piazza Vittorio, poi l’iniziativa è passata alla polizia che ha distribuito con generosità manganellate alle prime file No Tav, che li hanno affrontati senza nessuna protezione o altro strumento di autodifesa.
Poi, ritualmente, piazza San Carlo si è vuotata degli organizzatori e sono entrati tutti gli altri. Vi rimane solo uno sparuto manipolo di Si.Cobas che, dopo, un mini corteo in Barriera, si erano infilati nella parte istituzionale del corteo per azzardare qualche fischio e slogan in piazza San Carlo.
Sul palco lasciato vuoto si sono issati No Tav e post-autonomi.
Nei prossimi mesi sul Tav si giocherà una partita decisiva. Decisiva per l’autonomia di un movimento, che nessun governo è riuscito a piegare, ma che si è fatto irretire dalle seduzioni pentastellate sino a smarrire, almeno in parte, la bussola.
Anche questo Primo Maggio i 5Stelle sono riusciti a recitare la parte del partito di lotta e di governo: un’ambiguità voluta, utile ad una campagna elettorale giocata sul filo di lana.
La Torino a 5Stelle è un Giano bifronte. C’è la sindaca Appendino che si congratula con la polizia per la repressione contro gli anarchici, ci sono i consiglieri comunali pentastellati in quota a centri sociali e sindacati di base, che hanno fatto gli scudi umani di fronte allo spezzone No Tav, vero specchietto per le allodole, l’ultima spiaggia per chi ha bisogno dei voti No Tav, nonostante non abbia fatto nulla per impedire che venissero lanciati i bandi per il tunnel di base, vero avvio dei lavori per la Torino Lyon.
La Torino a 5 Stelle è un Luna Park per turisti, una vetrina di grandi eventi, di buoni affari per commercianti, imprenditori, banche. La Torino a 5 Stelle è anche un parco giochi per polizia e militari tra sgomberi, sfratti, precarietà, sfruttamento, riqualificazioni escludenti e “sicurezza partecipata”.
In testa al corteo, oltre alla sindaca pentastellata in flirt permanente con il presidente dem della Regione Chiamparino, sono sfilati i fascisti di Fratelli d’Italia, tra cui spiccava il picchiatore Ghiglia, i vari candidati del centro-destra alle elezioni regionali ed europee. Per la prima volta dal 1945, i fascisti erano in piazza il Primo Maggio. I fascisti sono e sono stati al governo. Mai però nella piazza antifascista del Primo Maggio. Si è rotto l’ultimo argine.
Gli anarchici, con bandiere rosse e nere e No Tav, quest’anno hanno scelto di puntare su uno spezzone che si è intenzionalmente collocato in coda al corteo. Uno spezzone molto partecipato e comunicativo che ha scelto di sottrarsi ai giochi elettorali con cui PD e 5Stelle hanno provato a disegnare la piazza del Primo Maggio.
Una scelta che ha pagato, ma, a bocce ferme, occorre una riflessione di più ampio respiro.
Abbiamo portato in piazza le lotte che conduciamo ogni giorno nei posti di lavoro dove la precarietà, lo sfruttamento, la nocività del lavoro e dell’ambiente sono sempre più forti. Abbiamo portato in piazza le lotte contro la militarizzazione delle periferie e le frontiere, nella consapevolezza che il Primo Maggio è un giorno di sciopero, di insubordinazione sociale, un’occasione per riunire le nostre tribù intorno al fuoco per fare il punto e ripartire.

Ma non basta. Non più. Occorre raccogliere le forze per costruire un percorso che vada oltre la rituale contrapposizione allo spezzone istituzionale, una pratica sempre più stanca, la cui principale forza è solo nell’attenzione mediatica. Se il nemico marcia alla tua testa, non si può continuare a rincorrerlo per sorpassarlo. E non basta stare lontani.
Oggi i movimenti sociali rappresentano la parte viva e forte del corteo del Primo Maggio, dove in testa sfilano funzionari che hanno fretta di andare a pranzo.
É tempo di andare altrove.

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