Porre fine all’«anarco»-capitalismo. Libertariani sono quelli che non vogliono la libertà.

In un recente articolo, la filosofa Catherine Malabou afferma che “la via anarchica è l’unica che rimane ancora aperta”.[1] Secondo lei l’anarchismo vede attualmente convivere in tutto il mondo due varietà: un “anarchismo di fatto” e un “anarchismo del risveglio”. Questa distinzione sembra promettente in quanto stabilirebbe un approccio tra “ciò che esiste” (presumibilmente all’interno del movimento anarchico) e ciò che “potrebbe accadere” (attraverso i “nuovi movimenti sociali”). Malabou però scivola quando, a proposito di ciò che chiama “l’anarchismo di fatto”, si basa sulla realtà di un presunto “anarco-capitalismo”. L’ossimoro di questa espressione non può che far sobbalzare. Per gli anarchici che sono nella linea di Proudhon, Bakunin, Kropotkin, Malatesta, Goldman, Rocker, ecc., il capitalismo è inseparabile dallo Stato che essi rifiutano: i due si sono infatti costruiti insieme nella loro forma moderna. Anche solo pensando che per capitalismo intendiamo un sistema in cui il capitale estorce plusvalore al lavoro, ogni idea di “anarco-capitalismo” è contraddittoria nei termini oltre che nelle finalità. Come può un intellettuale, che dovrebbe essere ben informato, dire una tale sciocchezza? Soprattutto, perché?

L’insulto “Anarco-Sindacalista”

Storicamente, è di moda apporre all’anarchismo un certo numero di etichette fallaci, spesso provenienti da avversari dichiarati. La sinistra autoritaria, marxista, socialista e leninista, si diverte così a denigrare l’intera corrente libertaria quando partecipa alla costruzione del sindacalismo operaio-contadino alla fine del XIX secolo ed all’inizio del XX secolo. Per un gran numero di anarchici, i lavoratori devono unirsi sulla base oggettiva della loro condizione economica proletaria, mettendo da parte il criterio ideologico. Promuovono in particolare il “sindacalismo rivoluzionario”, ritengono che sia necessario mettere da parte l’ideologia, stringere alleanze, accontentarsi di grandi linee coerenti con la società desiderata, sottolineare il carattere della lotta di classe ed il suo strumento che è l’unione sindacale.

Questo però è troppo per i socialisti autoritari che, in maniera in qualche modo contraddittoria con il proprio postulato marxista, vogliono subordinare la condizione economica al principio politico dello Stato (centralizzazione, partito, elettoralismo, parlamentarismo). Cercano quindi di emarginare l’essenza libertaria del sindacalismo rivoluzionario che, per questo, deve essere screditato, stigmatizzato. Diventa utilissimo l’aggettivo “anarchico”, che spaventa i borghesi ma può spaventare anche i contadini o gli operai. I socialisti autoritari iniziano quindi a parlare di anarcosindacalismo anche quando i libertari non lo fanno.

Nel 1904, La République Sociale del 14 gennaio 1904, un organo socialista dell’Aube, pubblicò un articolo in cui deplorava che “gli anarcosindacalisti si rivolgono ora ai lavoratori sindacalizzati”.[2] Lenin, in un testo preparatorio per il V Congresso del Partito Socialdemocratico del Lavoro di Russia, scrisse nel 1907 che “è essenziale condurre la lotta più risoluta e di principio contro il movimento anarco-sindacalista nel proletariato”.[3] In effetti poco prima, l’anarchico Daniil Novomirsky aveva elaborato un programma “anarco-sindacalista” in Ucraina[4] ma, probabilmente perché la problematica sindacale in Russia è difficilmente paragonabile a quello che sta accadendo contemporaneamente nell’Europa occidentale, l’espressione non era stata ripresa.

Durante gli anni ’20 Lenin, affrontando l’opposizione operaia interna al Partito Comunista Sovietico, che bolla come una deriva anarchica e sindacale, ricordò che “in tutto il mondo i marxisti hanno combattuto contro il sindacalismo”:[5] l’etichetta negativa dell’anarcosindacalista riemerge e, attraverso i delegati sovietici, si diffuse negli ambienti sindacali dell’Europa occidentale.

Durante il congresso di fondazione della CGT-U nel giugno 1922 a Saint-Étienne, l’emissario bolscevico Salomon Dridzo (1878-1952), alias Alexandre Lozovski, attaccò i sindacalisti anarchici che si rifiutarono di aderire al Profintern, il Sindacato Rosso Internazionale (ISR, di cui è segretario).[6] Appena terminato il congresso, Ernest Lafont (1879-1946), ex sindaco di Firminy, deputato comunista di Ondaine, riprese subito il termine “anarcosindacalismo” come un’accusa umiliante, che si diffuse sulla stampa comunista.[7] Per sfida, i sindacalisti rivoluzionari libertari lo adottarono poco a poco, alla maniera dei Gueux o dei Comunardi così etichettati dal potere. Nel 1937 Pierre Besnard (1886-1947), segretario dell’AIT, tenne un breve discorso al congresso internazionale su “anarcosindacalismo ed anarchismo” che ne sancì il riconoscimento.

La truffa ideologica dell’“Anarco-capitalismo”

Catherine Malabou adotta lo stesso modo di procedere ma nella direzione opposta, postulando l’esistenza di un “anarcocapitalismo”. In Le Monde del 15 giugno 2018 ha dichiarato che “il capitalismo sta iniziando oggi la sua svolta anarchica. (…) C’è infatti un anarco-capitalismo, che passa attraverso il cyber-anarchismo e che è in conflitto con il capitalismo di Stato”. Queste affermazioni non sono corrette. Certamente ci sono persone che si dichiarano anarco-capitaliste, ciò però non implica che la loro concezione abbia un reale rapporto con l’anarchia e l’anarchismo.

L’espressione “anarco-capitalismo” è apparsa nel 1972 negli Stati Uniti sotto la penna dell’economista e filosofo Murray Rothbard (1926-1995), teorico eterodosso della Scuola Austriaca (Von Mises, ecc.). Essa fu subito ripresa da vari autori americani come lo specialista in finanza J. Michael Oliver o l’economista David Friedman (figlio del “Chicago Boy” Milton Friedman). Questi uomini dell’alta borghesia colta americana difendono il capitalismo nella forma di un laissez-faire integrale aggiungendovi una critica al governo. Prendono esplicitamente in prestito questa critica da Lysander Spooner (1808-1887), il loro unico vago riferimento storico e teorico all’anarchismo.

Di origine contadina, Lysander Spooner, fondatore con Benjamin Tucker (1854-1939) del quotidiano Liberty (1881-1908), fu l’emblema dell’anarchismo individualista americano che cercò di rimuovere il monopolio statale sulla diffusione del denaro e di promuovere il credito gratuito.[8] Contrariamente all’idea proudhoniana della Banca del Popolo, non esiste però nella loro concezione un sistema di mutualizzazione economica tramite il contratto sinallagmatico (bilateralità) e commutativo (reciprocità di diritti e doveri). In generale, i libertariani, difensori assoluti della proprietà privata, non comprendono la differenza che Proudhon stabilisce tra proprietà e possesso.

L’origine americana del Libertarianismo

Gli autoproclamati anarco-capitalisti appartengono al “libertarianismo” che non ha nulla a che fare con la corrente libertaria, né nella storia né nei principi. L’idea libertaria è forgiata da Joseph Déjacque nel 1858, come socialismo libertario, mentre i “libertariani” (libertarians è il termine originario) si basano sul concetto anglo-americano di libertà. Mentre i diritti civili danno libertà, la “libertà” nel senso anglosassone si distingue, anzi si oppone, alla libertà nel significato di libertà di movimento e di emancipazione (libertà come liberazione).

La corrente libertariana è presente essenzialmente negli Stati Uniti per due ragioni storiche e ideologiche. Da un lato eredita la mentalità dei padri fondatori, i protestanti puritani che partirono per l’America allo scopo di fondare l’utopia della Nuova Gerusalemme, in opposizione ai dettami della monarchia inglese e della Chiesa anglicana.[9] Diventano ribelli contro il potere della corona britannica da cui strappano l’indipendenza: gli Stati Uniti costituirono così il paese in cui ebbe successo la prima lotta di liberazione nazionale, dove il liberalismo economico e politico vi è inciso nella Costituzione e nei costumi.

D’altra parte, il libertarianismo è in parte basato sulla storia degli esperimenti utopici (comunità fourieriste, negozi basati sullo scambio determinato dal compratore e dal venditore, sistema di buoni…). Ne riprende la teorizzazione, antigovernativa, individualista, basata sul pieno rispetto della proprietà per tutti (Josiah Warren, William Greene, Stephen Pearl Andrews, Benjamin Tucker, Lysander Spooner…). È essenzialmente ostile al comunismo e al socialismo considerati come consacratori del governo.

Dalla metà degli anni ’60, i libertariani americani hanno mantenuto dall’anarchismo individualista solo la sua feroce critica allo Stato e la sua preferenza per la proprietà privata, in una maniera però tutta particolare. Riguardo alla critica, essi per Stato intendono “governo” o “stato federale”, se non addirittura “società”: i libertariani tornano così sull’errore commesso dalla scuola filosofica tedesca che considerava lo Stato sinonimo di società. Quanto alla preferenza per la proprietà privata, essa nella loro concezione dovrebbe idealmente essere distribuita equamente tra tutti, non ci dicono però come si pervenga ad una tale condizione. Inoltre, la loro ostilità verso i monopoli è legata ai monopoli di Stato e non ai monopoli economici costituiti da liberi accordi tra i capitalisti.

I libertariani non devono essere confusi con i libertari

I libertariani americani in realtà sono un movimento molto specifico, storicamente e geograficamente, ancora per altre due ragioni principali. Da un lato, nel duplice contesto della crisi economica degli anni ’30, in parte diminuita dalla seconda guerra mondiale, e della “Guerra Fredda” tra blocco occidentale e blocco marxista, le democrazie liberali hanno dovuto concedere una certo interventismo (di natura keynesiana grosso modo), nonché miglioramenti sociali controllati dallo Stato (pensioni, assicurazione sanitaria e per la disoccupazione, ecc.). D’altra parte, la società dei consumi di massa, che si sviluppa in Occidente grazie alle misure precedenti, sfida il sistema di valori ed il funzionamento sociale tradizionale ora considerato conservatore, arcaico e sclerotico, in quanto ostacola anche il nuovo mercato del tempo libero e dello spettacolo. Nell’area della morale, i libertariani sostengono la libertà assoluta nella sfera privata, per ciò che concerne omosessualità, pornografia o aborto, in quanto questi settori sono ugualmente produttori di reddito e, d’altronde, sono supportati da gruppi di pressione lobbistici più o meno omogenei.

Tuttavia, dalla metà degli anni ’70, il sistema keynesiano si è esaurito, la crisi delle risorse ha aumentato i costi e la finanziarizzazione globale dell’economia si è palesata all’orizzonte. Il neoliberismo ha fatto irruzione nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Giappone all’inizio degli anni ’80, poi si è diffuso in altri paesi grazie alla conversione dei socialdemocratici mentre il blocco marxista è crollato. Tutto il lavoro ideologico dei libertariani giunge nel momento giusto a legittimare e rafforzare lo smantellamento dei sistemi di protezione sociale, le privatizzazioni e la riorganizzazione economica dello Stato. Produce cioè una giustificazione teorica di principio di tutte le privatizzazioni e, così, unisce le teorie parallele della scuola austriaca degli economisti (Friedrich Hayek, Ludwig von Mises…) e quella dei monetaristi della Scuola di Chicago (Milton Friedman…).

Questi “anarco-capitalisti” sostengono tuttavia le attività sovrane dello Stato (polizia, esercito, diplomazia) – quindi l’essenza dello Stato – anche se esistono disaccordi tra loro sulla loro eventuale privatizzazione (ad esempio l’esercito statale sostituito dal mercenariato). Liberali su questioni cosiddette “sociali” (sessualità, dipendenze, ecc.), la loro economia dei desideri basata sul libero mercato inciampa nella realtà storica e di uno Stato che non riescono fattualmente a superare. Pertanto, una parte di loro con maggiore coerenza parla di “miniarchismo” o di fautori dello Stato minimo.

Chi trae vantaggio dalla confusione?

Dagli anni ’90 le nuove tecnologie sono arrivate a sconvolgere la situazione. Le possibilità offerte dal Web consentono di prevedere scambi liberi da individuo a individuo, consacrati dall’espressione peer to peer. I libertariani si fiondano in questo sistema, che in parte creano. Lo presentano come un modello sociale, mentre lo rendono terreno per investimenti finanziari: non solo software o cascate di servizi remoti, ma anche criptovalute che possono connetersi al mercato standard. Tutti però possono vedere come tutto questo è sempre meno gratuito e sempre più controllato. È un po’ come il marciapiede su cui camminiamo: sembra gratuito ma in realtà non lo è. Qualcuno, anzi più di uno, ha “pagato” per la sua costruzione.

Secondo Catherine Malabou, questo “cyber-capitalismo” sarebbe legato ad un “cyber-anarchismo”, pirati e hacker compresi ed il tutto costituirebbe un presunto “anarco-capitalismo”. Questo metodo di confusione, oltre ad analizzare male l’essenza del capitalismo, alla fine assomiglia a quello degli agenti bolscevichi che miravano a sbarazzarsi degli “anarcosindacalisti”.

Come per un gran numero di intellettuali di sinistra e talvolta anche attivisti libertari, per la filosofa gioca anche un effetto moda in relazione a ciò che viene dall’America. Se la teoria francese, di cui è peraltro esperta, ha affascinato gli intellettuali americani, in particolare quelli che, moltiplicando le confusioni, hanno teorizzato su di un “post-anarchismo” brillantemente criticato da Vivien Garcia,[10] gli approcci nordamericani sono esportati a ritroso, penetrano nei circoli accademici francesi e in alcuni spazi militanti privi di un vero spirito critico (post-anarchismo, comunitarismo esasperato, società concepita come somma di minoranze, ecologia profonda, ecc.).[11]

Essi permettono in parte di distinguersi dalla destra postfascista marinista e post-nazista zemmouriana che imperversa attualmente in Francia, questo però non è sufficiente perché uno dei grandi punti di forza dei capitalisti che lavorano sia nella City londinese che nella Silicon Valley californiana, sempre più tramite il telelavoro (grazie alla rete, grazie al Covid), consiste nell’assorbire tutto ciò che non contrasta con la loro ricerca di profitto e soffocare, o recuperare, per quanto possibile le tendenze contrarie. Pochi informatici colti e disperati, qualche militante sprovveduto, si chiameranno in futuro anarco-capitalisti per ironia e per facilitare la confusione?

Philippe Pelletier

Articolo tratto da Le Monde Libertaire n° 1837, Marzo 2022.

Traduzione di Enrico Voccia

NOTE

[1] MALABOU, Catherine, La Voie Anarchiste est la Seule qui Reste Encore Ouverte, in AOC, 11 gennaio 2022.

[2] BERTIER, René, De l’Origine de l’Anarcho-Syndcalisme, in Monde Nouveau.

[3] LENIN, Vladimir, Opere [edizione francese], vol. 12, p. 140.

[4] SKIRKA, Alexandre, Autonomie Individuelle e Force Collective: les Anarchiste e l’Organisation de Proudhon à nos Jours, Paris, Skirda, 1990, p. 105. Skirda si appoggia a due storici russi, Kanev e Kornooukhov.

[5] LENIN, Vladimir, Opere [edizione francese], vol. 32, p. 357.

[6] Gli appunti del suo discorso sono differenti dal testo pubblicato da René Berthier sul sito Monde Nouveau (4 agosto 2020). Sono differenti anche dall’opuscolo che se ne trasse, pubblicato lo stesso anno, dove la critica dei “sindacalisti anarchici” è più articolata (I Sindacati e la Rivoluzione, Parigi, Librairie du Travail). Aderente al Partito bolscevico dal 1901, Losovski sarà ricompensato dei suoi buoni e leali servizi venendo arrestato, torturato e assassinato nel 1952 su ordine di Stalin in lotta contro il Comitato Antifascista Ebreo di cui Losovski faceva parte.

[7] COLSON, Daniel, Anarcho-syndacalisme et Communisme, Saint-Étienne 1920-1925, Saint-Étienne. Centre d’Études Foréziennes, 1986, p. 20. Avvocato, attivo militante all’origine, edulcorò le sue posizioni e divenne ministro nel 1935.

[8] ARVON, Henry, Les Libertariens Américains. De l’Anarchisme Individualiste à l’Anarcho-capitalisme, Parigi, PUF, 1983, pp. 82 ss.

[9] PELLETTIER, Philippe, Le Puritanisme Vert. Aux Origines de l’Écologisme, Parigi, Le Pommier, 2021, p. 434.

[10] GARCIA, Vivien, L’anarchisme aujourd’hui, Paris, L’Harmattan, 2007.

[11] GARCIA, Renaud, Le Désert de la Critique. Déconstruction et Politique, Paris, L’Échappée, seconda edizione 2021. pp. 274 ss.

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