Morti di stato. Franco Serantini 2 – Note bandite

Sono passati cinquant’anni da quando Franco Serantini è spirato tra le mura del carcere di Pisa dopo giorni di agonia. Era il 7 maggio del 1972: il giovane era stato pestato dalla celere due giorni prima e venne lasciato morire senza che nessuno potesse soccorrerlo. Franco trovò la morte per impedire che il missino Giuseppe Niccolai facesse campagna elettorale nella cittadina toscana. Ancora oggi sulla pietra del monumento che si trova poco distante dal Lungarno Gambacorti, in cui le forze dell’ordine caricarono il corteo, si può leggere: “Anarchico ventenne colpito a morte dalla polizia mentre si opponeva ad un comizio fascista”.

1 Pino Masi

Quello che mai potranno fermare

Quella di Pino Masi è stata una delle voci che hanno accompagnato picchetti, manifestazioni ed occupazioni della nuova sinistra italiana, dalla fine degli anni ’60, con canti e ballate. Cresciuto a Pisa, fondò il Canzoniere Pisano e partecipò anche allo studio e alla riscoperta della canzone popolare collaborando con il Nuovo Canzoniere Italiano. Negli anni che stavano incubando il ’68, Masi introdusse molti brani incentrati sul tema operaio e di classe, accanto al repertorio già consolidato sull’antifascismo, contro la DC o l’imperialismo. La forza dei suoi componimenti si può riscontrare nella semplicità delle liriche e degli spartiti, piuttosto che nell’attenzione riposta all’esecuzione. Le sue canzoni sono così arrivate e hanno fatto breccia in tutte le situazione in cui il fuoco della lotta incominciava a divampare.

Pino Masi compose “Quello che Mai Potranno Fermare” sull’aria di “I Dreamed I Saw Joe Hill Last Night”, un brano scritto da Alfred Hayes per il decennale della fucilazione, avvenuta nel 1915, del sindacalista di origini svedesi che seppe raccontare nei primi anni del ’900, con una chitarra, le sofferenze e le lotte degli sfruttati statunitensi. La canzone verrà poi musicata da Earl Robinson e conoscerà un’ampia notorietà, approdando fino al festival di Woodstock del 1969 interpretata da Joan Baez, immortalando per sempre Joe Hill come un eroe popolare organizzatore e agitatore del movimento sindacale.

Ho fatto un sogno questa notte / Franco era tra noi / gli ho detto «Franco sei morto sai», / «sono qui con voi» / ha detto son qui con voi”. Il cantautore si ispirerà anche al testo del 1925 per creare il suo brano dedicato alla memoria di Franco Serantini. Masi si immagina un sogno in cui il giovane orfano con origini sarde dialoga con lui, dandogli rassicurazioni e conforto. “Ti han massacrato quei bastardi / ti han fatto morir / «non è bastato fermarmi il cuore / infatti sono qui / mi vedi sono qui». Nel ripercorrere la tragedia dell’uccisione del giovane anarchico, la canzone usa un tono duro e schietto da cui trapelano però parti tenere che non si lasciano soverchiare dal dolore. «Quello che mai potran fermare / è ciò per cui lottiamo / ed ai picchetti ogni mattina / vi darò una mano / io vi darò una mano».

L’ambientazione onirica, suggerita fin dal titolo dell’originale, potrebbe sembrare fin troppo ingenua ma, in uno Stato in cui per le vittime delle forze dell’ordine non è scontato nemmeno che la “loro” giustizia debba accertare gli avvenimenti, continuare a diffondere messaggi e pratiche contro la brutalità e la prevaricazione dei potenti può diventare forse l’unico modo per rendere loro giustizia.

E sorridente com’era in vita / mi stava lì a guardar / non era morto Serantini / voleva ancor lottar / voleva ancor lottar”. Nell’ascoltare la canzone si possono cogliere delle affinità tra la storia di Serantini e quella dell’attivista dell’IWW (Industrial Workers of the World) fucilato nel 1915. Per quanto vissuti e caduti in periodi e contesti distanti e con percorsi di lotta diversi, nelle loro storie si può cogliere un comune passato da reietti in una società escludente e speculatrice. Inoltre sia Joe Hill sia Serantini, troveranno la morte dopo essere stati tra le sbarre di una prigione, seppur sempre in circostanze molto differenti. I due protagonisti di “Quello che mai potranno fermare” e della sua versione originale, conosceranno un briciolo di giustizia solo grazie alle mobilitazioni che negli anni hanno tenuto viva la loro memoria, di cui un esempio può essere anche una canzone come questa.

2 Gianluca Grossi

Il Sovversivo

Il Sovversivo” è una canzone di Gianluca Grossi che racconta le origini, l’uccisione e i sogni di Franco Serantini. Diversi scritti sia di narrativa che poesie dell’autore sono apparsi su riviste letterarie, inoltre il cantautore ha pubblicato anche libri sull’etnomusicologia e sulla storia della musica. Il titolo riprende quello del libro di Corrado Stajano, pubblicato nel 1975, che aveva come sottotitolo: “Vita e Morte dell’Anarchico Serantini”. Quest’opera diede un contributo fondamentale per far conoscere le sofferenze e le convinzioni del giovane ferito gravemente da agenti di polizia e poi abbandonato al suo destino tra le mura dello Stato. “Nato in provincia di niente / Figlio di qualche pastore / Da prendere a sputi e schiaffi e pezze al culo”.

Proprio come l’opera del giornalista, anche la canzone ripercorre l’infanzia di Franco: nato a Cagliari, passerà quasi tutta la sua vita tra orfanotrofi, collegi e riformatori. Arrivato a Pisa, Serantini incomincerà a frequentare ambienti politici fino ad entrare in contatto con il mondo anarchico di cui sposerà i contenuti e le lotte. “La sera di primavera / Volavano gli aquiloni / Brillavano le bandiere dell’anarchia”. Si arriva poi a quel fatidico 5 maggio 1972 quando Lotta Continua indirà una contro-manifestazione per impedire il comizio dell’onorevole del MSI Niccolai. Lo schieramento della celere caricherà a più riprese il corteo antifascista e in una carica Franco verrà accerchiato e selvaggiamente percosso. La polizia lo porterà dapprima in caserma e successivamente in carcere.

La cella troppo stretta / Per qualunque superlativo / Ma fuori la folla composta per pregare”. Anche se la canzone è ballabile e con un tono vivace, arriva a raccontare anche i momenti più tremendi che precedettero la morte del giovane militante. Dopo due giorni dall’arresto, Serantini muore a vent’anni privato dei soccorsi per i pestaggi subiti. “Il sole già tramontava / E gli sbirri giocavano a dadi / E Franco che ci provava a respirare”. Grossi accenna anche ai funerali che mobilitarono tutta la città di Pisa e che videro una consistente partecipazione popolare, senza parenti Franco non rimase solo. “Per un figlio di qualche pastore / Oppure figlio di nessuno / E chi l’avrebbe scritto sul muro, eroe”.

3 Valentino Naldi

Ci andai perché ci si crede

Il titolo “Ci andai perché ci si crede” potrebbe riassumere l’intera vicenda di Serantini. La canzone, che non venne mai incisa, fu scritta da Valentino Naldi che la inviò alla redazione di Umanità Nova e venne pubblicata sul settimanale nel maggio del 1978. “Ci andai perché ci si crede” è una frase di Serantini che compare nel verbale dell’interrogatorio successivo alla manifestazione. Franco avrebbe pronunciato queste parole quando gli chiesero la ragione per cui si fosse recato in quel luogo della città dove si verificarono i tumulti. Avendo ricevuto questa risposta, che divenne titolo del brano, l’interrogatorio proseguì chiedendo all’imputato in che cosa credesse, e la sua risposta fu: “Sono anarchico”.

Era Franco Serantini / e non era fra i primi / a morire per i calci di scarpone”. La ballata segue la scia dei numerosi canti che denunciarono l’omicidio dello studente e racconta delle sue origini, del suo impegno politico contro tutte le ingiustizie, che lo investiranno anche dopo il tragico epilogo. La magistratura depositò la sentenza di “non luogo a procedere” nei confronti di medici, graduati ed agenti di polizia nell’aprile del 1975. Proprio in quel periodo l’autore segnala di aver composto una prima stesura del testo. “Ci andò «perché ci si crede» / fu malmenato sul marciapiede / e in prigione lasciato senza assistenza”. Naldi raccontò inoltre di essere stato ispirato da una poesia di Dario Brondello. “Hai vent’anni e mille affanni / nella vita solo inganni / è un potere che uccide sempre”. Anche a distanza di anni i militanti devono confrontarsi con il dolore dinnanzi al lutto per l’assassinio dell’ennesimo compagno: “Resta in pace non parlare / già sappiam che cosa fare: / «Ci andai perché ci si crede».

En.Ri-Ot

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