Antispecismo per far cessare ogni ingiustizia. Risposta critica all’articolo “Una specie speciale”

L’articolo Una specie speciale – replica all’articolo sull’antispecismo Oltre lo specismo. Il cammino verso la liberazione totale” – è un esempio quasi perfetto di una retorica che si presenta con voce pacata, si professa aperta al cambiamento, riconosce il valore delle critiche altrui, e poi, con eleganza, rimette tutto al suo posto. Qualcuno la potrebbe definire retorica reazionaria e non a torto. E in effetti è qualcosa di simile ma, se vogliamo, anche più sottile e, proprio per questo, più degno di una risposta accurata.

Provo dunque ad analizzare le argomentazioni esposte nell’articolo, con calma, pezzo per pezzo.

La prerogativa umana come alibi

L’articolo esordisce con un argomento che, ripetuto abbastanza spesso nel testo, finisce per apparire solida filosofia: siamo noi a preoccuparci del destino degli animali, e il fatto che ci preoccupiamo è, tra gli altri, prova della nostra “unicità”. La nostra capacità di “problematizzare”, il fatto di essere soggetti morali, etici e consapevoli sarebbe una prerogativa esclusiva dell’essere umano, e questo ci qualificherebbe e ci distinguerebbe.

L’argomentazione è platealmente circolare: sottolineare quelle innegabili caratteristiche umane è assolutamente ininfluente rispetto alla questione che vogliamo affrontare, sarebbe come parlare della capacità dell’essere umano di comporre stupende opere musicali mentre si discute dell’atrocità delle guerre.

Che l’antispecismo non neghi affatto le peculiarità cognitive dell’essere umano dovrebbe essere un terreno comune a chiunque si sia speso un minimo ad affrontare la tematica. Sarebbe grottesco il contrario. Ciò che l’antispecismo contesta è l’uso di quelle peculiarità per costruire una gerarchia.

Il delfino si orienta nel buio dei mari con un sistema sonar che nessuna tecnologia umana ha ancora eguagliato. La formica deposita tracce chimiche che costituiscono un sistema di comunicazione collettiva di straordinaria complessità. L’elefante elabora lutti. Il corvo pianifica. Il polpo risolve problemi. La complessità, intesa come ricchezza adattativa, sensoriale, relazionale, è ovunque nel vivente. La complessità umana è una complessità, non la complessità. Il fatto che sia l’unica che possiamo esperire direttamente non la rende la misura di tutte le altre. Esattamente come sono uniche le tante e diverse culture umane e uniche le tante e diverse attitudini dei singoli umani (e spesso sono quelle in cui nasciamo e viviamo fino alla morte), ognuna di esse, lo dovremmo sapere, da anarchici, non può essere il metro per giudicare le altre, tantomeno per sopraffarle.

Le stesse peculiarità che l’autore invoca per distinguerci dagli altri animali sono quelle che ci hanno condotti a costruire lager per miliardi di animali, a far collassare ecosistemi, fino ad avvicinarci, secondo molti scienziati, alla sesta estinzione di massa della storia planetaria (la prima estinzione autoindotta della storia, più grave di quella che ha colpito i dinosauri e che potrebbe porre fine alla speciazione dei grandi vertebrati). Se la prerogativa cognitiva umana è il criterio del valore morale, allora dobbiamo ammettere che quella prerogativa ha dimostrato, come minimo, un lato oscuro di proporzioni abissali.

Non si tratta di una critica all’essere umano, evidentemente. Si tratta di prendere atto delle conseguenze di questa celebrata unicità e di non consentire l’uso ideologico di un dato biologico.

È interessante osservare come l’unicità delle peculiarità umane sia usata in contrapposizione a quelle degli animali, tutti, a prescindere dalla loro specie. È un atteggiamento non diverso dal nazionalismo che fa una netta distinzione tra connazionali e stranieri come se questi fossero tutti uguali e provenissero dallo stesso paese esterno rivelando che dietro la difesa dell’unicità c’è solo un goffo tentativo di tirare una linea, assolutamente arbitraria, tra noi/loro e, sulla base di questa, costruire impianti filosofici, naturalmente avvelenati alla radice.

Il neonato e l’agnellino

L’autore ripropone il classico dilemma del neonato contro l’agnellino «Se in una situazione emergenziale devi scegliere tra salvare un neonato o salvare un agnellino, chi salvi?» rispondendovi con disinvoltura: «salvo il neonato perché è umano come me». L’unica persona messa realmente in difficoltà da quella domanda è chi la pone pensando sia un quesito valido e utile. Detto questo, la risposta dell’autore è onesta. Ed è esattamente il punto della questione.

Nessun antispecista negherebbe la tendenza generale a “preferire” o “favorire” ciò che ci somiglia, ciò che ci è vicino, ciò che appartiene alla nostra storia emotiva. Questa preferenza è reale, comprensibile, ha radici in parte biologiche e, in certi contesti, è anche legittima. Il problema sorge quando da questa preferenza istintiva si vuole ricavare una giustificazione morale universale per l’oppressione sistematica, cosa su cui l’autore è d’accordo, ma nel dire di esserlo cade in un cortocircuito grossolano e pericoloso.

Del resto, la stessa logica con cui si sostiene che sia normale difendere ciò che mi somiglia o mi è vicino porterebbe a difendere tribalismo, nazionalismo, razzismo, competizione, capitalismo, ecc. ovvero tutte quelle aberrazioni che, stabilendo di volta in volta i confini di ciò che si considera simile e vicino, distruggono o sfruttano il resto. Lo stesso autore lo sa bene e, quando si parla di gruppi umani, è facile riconoscere si tratti di distorsioni cognitive, spesso alimentate dalla propaganda del potere e usate contro di noi, orrori che le società progressiste si sforzano di superare. Ma, nel momento in cui si tratta di animali, quella stessa distorsione viene improvvisamente riabilitata, nobilitata, trasformata in una ragione etica non priva di un suo fondamento. Come se, cambiando i soggetti delle nostre discussioni, fossimo improvvisamente colti da un’amnesia tale da far dimenticare l’impianto filosofico ed etico che, da anarchici, ci muove in una data direzione.

Il fatto che io possa scegliere di non gettarmi in un fiume per salvare uno sconosciuto, preferendo la mia vita alla sua, non crea automaticamente un impianto filosofico che giustifica la morte di quello sconosciuto, né tantomeno la sua sofferenza, magari per ricavarne prodotti che non mi sono necessari. La distanza tra l’emergenza estrema e la prassi quotidiana è immensa, e nascondere la seconda dietro la prima è una delle retoriche più antiche e meno difendibili del dominio.

Specismo, razzismo, sessismo: le analogie incomprese

L’autore dichiara di fare fatica a equiparare lo specismo al razzismo o al sessismo. La ragione che adduce è che nel caso delle razze umane, le distinzioni sarebbero arbitrarie (e in effetti le razze biologiche non esistono), mentre le differenze tra specie sarebbero scientificamente acclarate.

Ma questo argomento travisa completamente la natura dell’analogia. L’antispecismo non afferma che le differenze biologiche tra specie non esistano. Afferma che quelle differenze non giustificano l’infliggere sofferenza evitabile. Esattamente come le differenze anatomiche tra i sessi — che esistono — non giustificano il sessismo. Esattamente come le differenze fenotipiche tra popolazioni — che esistono — non giustificavano il razzismo.

Il punto non è l’esistenza delle differenze, ma il salto logico che le trasforma in licenza di dominio.

Le discriminazioni sulle quali un tempo si sono costruite consuetudini e persino leggi aberranti (e alcune perdurano sino a ora) si basavano anche su differenze reali e oggettive che oggi possiamo dire arbitrarie e irrilevanti (come il colore della pelle nel razzismo o la presenza di specifici genitali nel sessismo). Quelle differenze reali erano (sono) considerate validi motivi quando si vuole avallare una discriminazione. Il lavoro progressista verte proprio sul distruggere la validità di quei motivi, non negare che esistano le differenze. Quindi parliamo di differenze reali ma che è folle e ingiusto prendere in considerazione al fine di giustificare l’atrocità e la sofferenza perpetrata a danno di specifici individui.

Verso gli animali viene fatta la stessa identica operazione: la differenza biologica è usata per perpetrare atrocità e sofferenze che potrebbero essere risparmiabili. Ecco l’analogia.

Del resto, per dare un’idea di quanto sia arbitrario il valore che si dà a queste differenze, basti pensare al destino che riserviamo ad alcuni animali rispetto ad altri: nella nostra società è legale e accettato sgozzare un maiale ma non un cane. Nel secondo caso si commette un illecito e si è considerati degli psicopatici. Tutto questo non avviene certo per motivi di carattere biologico.

Un altro aspetto importante da valutare è che se l’analogia specismo-razzismo è rifiutata in quanto le specie esistono mentre le razze no, va da sé che la cosa implichi come il razzismo sia sbagliato proprio perché le razze umane non esistono biologicamente. Ma questo è un fondamento pericolosamente fragile: se domani si scoprisse una differenza genetica rilevante fra le razze umane, dovremmo forse riconsiderare la schiavitù? Evidentemente no. Ma questi sono i pericoli a cui si espone una società che demanda a dati biologici e scientifici la solidità della propria morale. Questo è il pericolo di dover necessariamente avere appigli culturali e dati oggettivi per rilevare qualcosa che è evidente alla sensibilità finanche di un bambino.

Per completare l’analogia, il razzismo, quindi, è sbagliato perché la sofferenza di chi ne esperisce gli effetti è reale e il dominio è ingiusto, indipendentemente dall’esistenza o meno di categorie biologiche e di quale natura esse siano. Quella stessa logica — la sofferenza reale è reale, il dominio è ingiusto — vale per gli animali. Il loro sistema nervoso, la loro capacità di provare dolore, paura, stress, attaccamento, privazione li rende individui in grado di soffrire una discriminazione e un abuso: tutto questo è un fatto evidente per chiunque e, se proprio dobbiamo affidarci alla scienza perché ormai ha sostituito completamente il nostro “sentire” umano, si tratta anche di un fatto scientificamente documentato con la stessa solidità di qualunque dato biologico.

Il capitalismo come parafulmine

Uno dei momenti più eleganti dell’articolo è il trasferimento di responsabilità: è il capitalismo a distruggere il mondo mentre «Utilizzare la natura e gli animali per il nostro sostentamento, per l’alimentazione o per la tutela della nostra stessa vita non può essere considerato, di per sé, un abuso.». Questa frase merita un’analisi chirurgica.

Partiamo dal presupposto incontrovertibile che mangiare carne nel mondo contemporaneo non è, per la stragrande maggioranza delle persone, una questione di sopravvivenza. È una scelta. Ogni giorno. Ripetuta più volte al giorno. È una scelta che può essere cambiata, e che, quando cambiata, riduce immediatamente la quantità di sofferenza inflitta nel mondo. Quindi, non nascondiamoci dietro un dito ed escludiamo che dietro lo sfruttamento animale ci sia una questione di sostentamento, alimentazione o tutela della vita. C’è solo un privilegio e la difesa di una abitudine. Questo lo rende un abuso.

L’antispecismo non propugna di difendere la vita degli animali a costo della propria. Chiunque, in condizioni di bisogno, per la propria sopravvivenza, potrebbe essere portato a commettere azioni contro un’altra vita. Si pensi a chi ha dovuto ricorrere al cannibalismo in condizioni estreme, o a chi deve uccidere un altro uomo per difendere la propria vita. Queste azioni, comprensibili, in nessun caso stabiliscono uno standard al di fuori di quei contesti emergenziali che le hanno generate.

Detto questo, il capitalismo è certamente corresponsabile, fra le altre cose, dello sfruttamento intensivo degli animali. Ma non è l’origine di quel problema, né di alcun altro problema radicale, è piuttosto una manifestazione concreta di come si muovono certi tipi di economie e potentati. Spesso l’anarchismo dimentica questo fatto e si aggrappa alla prolifica e valida filosofia anarchica ottocentesca e del primo Novecento come se fosse però il bacino di tutte le ragioni anarchiche, quando in realtà si tratta di una specifica lettura legata a quello specifico periodo.

Sembra quasi che abbattuto il profitto e socializzati i mezzi di produzione, l’essere umano possa finalmente risvegliarsi in una realtà fatta di autodeterminazione, libertà, uguaglianza. Non succederà. Le radici della nostra schiavitù, delle disuguaglianze, del dominio, affondano in un terreno che esisteva millenni prima del mercato globale figuriamoci del capitalismo e, temo, sopravviverà anche al suo collasso. Ecco perché il capitalismo è un sintomo, non la malattia.

Quindi, la riduzione dei problemi a “è il capitalismo” rischia di impoverire drasticamente la comprensione dei problemi e la loro soluzione.

In ogni caso, il capitalismo è un sintomo devastante e va affrontato anche nella questione animale, non in sostituzione a essa. E, per parlare di capitalismo, bisogna parlare anche e soprattutto di chi lo sostiene acquistando, consumando, investendo. Le multinazionali non producono per magia o per hobby: producono perché esistono domanda e acquirenti. È l’individuo il motore del capitalismo. L’individuo che agisce è parte del sistema, non spettatore esterno. Quindi c’è qualcosa di profondamente ironico nell’accusare il capitalismo di distruggere gli animali e la natura, mentre si argomenta per mantenere intatta la pratica di consumo che quell’industria capitalistica richiede o magari argomentando perché diventi più etica, moderata.

Tutto ciò diventa ancora più assurdo considerando che, anche lasciando da parte la questione etica, a parità di calorie e nutrienti, i prodotti animali consumano più terra e producono più inquinamento. Oggi, in un mondo al collasso proprio per questi motivi, la bistecca rappresenta un privilegio che sputa in faccia non solo all’individuo sacrificato per quel rinunciabile sapore, ma anche a tutti i migranti climatici e i milioni di morti causati dall’inquinamento ogni anno, diventando uno dei massimi emblemi del capitalismo predatorio più sfacciato e crudele.

L’azione morale unidirezionale e la sua ipocrisia nascosta

L’autore riconosce che la lotta per la liberazione animale sia un compito nobile, ma aggiunge: è un’azione morale unidirezionale, possibile solo in virtù della nostra unicità. Siamo noi a poter essere voce di chi non ha voce.

Vale la pena iniziare col dire che gli animali hanno tutti voce ma siamo noi a essere sordi. Quando un animale può provare sentimenti come paura, angoscia e dolore, così come gioia, voglia di giocare, affetto, ridurre il tutto a una loro presunta mancanza di scelte etiche per parlare di unidirezionalità è fuorviante e pretestuoso. Proprio in virtù dell’unicità di ogni specie, va compreso che le altre specie funzionano in maniera differente e quindi è doveroso riconoscere la nostra cecità rispetto a certi meccanismi sociali delle altre specie. La moralità e l’etica cambiano radicalmente anche dentro alle culture umane e sono anche diverse da individuo a individuo. Escludere completamente che l’etica esista nel regno animale è un presupposto arrogante e, appunto, specista che va anche contro la maggior parte della letteratura etologica.

In aggiunta a questo, ci si prenda un momento per porre l’affermazione nel suo contesto reale: un sistema in cui ogni anno vengono segregati, obbligati alla riproduzione e macellati centinaia di miliardi di animali terrestri, centinaia di miliardi di animali marini, al ritmo di quaranta mila al secondo, in condizioni sistematicamente brutali, trasformando individui in prodotti, il tutto per non rinunciare all’abitudine a un sapore. Ecco, questo è il contesto in cui si riflette, compiaciuti, sul fatto di avere la prerogativa morale di chiederci se forse non stiamo un po’ esagerando.

L’azione morale unidirezionale è la conseguenza precisa di un rapporto di potere assoluto, in cui una specie detiene il controllo totale sulla vita e sulla morte di tutte le altre perché ne ha appunto il potere, e si autocelebra per il fatto di teorizzare che forse sarebbe il caso di esercitare quel potere con un minimo di moderazione. Il paragone con il colonialismo è sin troppo facile: il potere con cui le società industriali dominavano (e dominano) gli individui delle comunità non civilizzate veniva celebrato come la prova stessa della giustezza di quel dominio. Se si parla di umani, è evidente che quel potere vada distrutto. Se sono animali, invece, parliamo di azione “morale unidirezionale”. Non è un caso che certe comunità siano state spazzate via, deportate e schiavizzate dal colonialismo proprio perché gli individui erano visti come bestie.

Siamo animali

Quando si parla di unicità dell’essere umano, vale la pena ricordare qualche dato.

L’Homo sapiens condivide con bonobo e scimpanzé una percentuale di DNA superiore a quella che elefante africano ed elefante indiano condividono tra loro. Siamo, tassonomicamente e biologicamente, una delle cinque grandi scimmie. La nostra anatomia, infatti, — senza artigli, con dentatura piatta, mascella debole che può muoversi lateralmente, intestino lungo, acidità dello stomaco debole, grandi quantità di ptialina nella saliva per scomporre gli amidi, capacità cromatica ampia, pollice opponibile, repulsione istintiva per le carcasse, ecc. — è quella di un primate frugivoro che ha sviluppato capacità onnivore per adattamento, non di un predatore per natura.

La scoperta dei neuroni specchio ha rivelato che la nostra biologia è letteralmente costruita per risuonare con l’esperienza altrui: quando osserviamo qualcuno provare dolore, le stesse aree neurali si attivano in noi. L’empatia, hanno dimostrato gli studi, è una funzione biologica primaria condivisa da molte specie.

Quando operiamo una modifica a questa capacità empatica, commuovendoci davanti a un cane picchiato e rimanendo indifferenti davanti a un maiale in gabbia, non stiamo esercitando un giudizio morale sofisticato. Stiamo subendo una distorsione cognitiva prodotta dalla cultura, dall’abitudine, dall’interesse economico. È uno stato cognitivo indotto in cui le percezioni naturali di aborrimento della sofferenza vengono sospese e direzionate arbitrariamente per convenienza.

L’essere umano di oggi è un animale culturale, certo, ma la cultura ha il potere anche di spegnere l’istintuale tendenza della nostra specie alla condivisione e all’empatia, così funzionano le propagande reazionarie come il razzismo e anche come lo specismo. Se non si comprendono questi meccanismi, celebrare l’unicità culturale dell’essere umano è come celebrare l’acquisto di una macchina molto potente senza accorgersi che guidandola stiamo investendo altri individui e finiremo per schiantarci contro un muro.

Non si può ignorare che prima della rivoluzione agricola per centinaia di migliaia di anni (da quando esiste l’Homo sapiens, e milioni di anni se consideriamo il genere Homo), e quindi per più del 90% della nostra vita su questo pianeta, i motori principali della nostra sopravvivenza derivavano unicamente dalla nostra biologia e quindi su meccanismi istintivi come l’empatia e la collaborazione. Avevamo piena contezza dell’ambiente in cui ci muovevamo in un rapporto armonico sia con la natura che con le sue nostre stesse necessità psico-fisiche, esattamente come ogni altro essere vivente. Non c’è da meravigliarsi che, in questo contesto, non sia mai stato necessario inventare leggi, gerarchie, dominio, economia, competizione. Queste sono apparse dopo che la stanzialità e le regole della civiltà hanno iniziato a inquinare il nostro rapporto con la natura. In questo processo è stato fondamentale costruire un impianto culturale che ha reso accettabile il dominio e la domesticazione, sia umana che animale.

L’anarchismo contro i confini ma non quelli di specie

L’autore conclude affermando che «l’anarchismo è una teoria della libertà umana». È un’affermazione che merita una contestualizzazione storica e, simultaneamente, una contestazione filosofica.

Il pensiero anarchico ha avuto la capacità, nel corso della storia, di ampliare progressivamente il proprio orizzonte morale: dalle rivoluzioni contro il potere nobiliare all’abolizionismo, dal femminismo all’antirazzismo, dall’anticolonialismo all’ecologia radicale. In ogni tappa, c’era qualcuno che diceva: questa è una lotta per X, non possiamo estenderla anche a Y. E, ogni volta, la storia ha dimostrato che quella resistenza non era espressione di un principio, ma di un privilegio che si temeva di perdere. Ad esempio, non è raro imbattersi in grandi filosofici anarchici misogini proprio perché figli del loro tempo e del loro sistema di appartenenza cognitiva.

L’ampliamento della sfera morale è il motore del progresso etico, e ogni resistenza a quell’ampliamento ha una struttura logica sempre identica: “costoro sono diversi da noi, le nostre categorie morali non si applicano a loro”.

Gli animali non si organizzeranno mai in sindacati. Non scriveranno manifesti. Non parteciperanno alle assemblee. Per lo meno non in forme riconoscibili dall’essere umano come tali. Fa parte della loro unicità, diversa dalla nostra, ed è diversa da specie a specie.

La condizione degli animali allevati e uccisi è la condizione di ogni essere che dipende completamente dalla volontà altrui per non essere oppresso o ucciso. Non è una ragione per escluderli dalla nostra considerazione morale: è la ragione più forte che esista per includerli.

La incapacità – presunta o meno – di un individuo di compiere scelte morali o etiche non è evidentemente un metro adeguato per decidere se applicare anche a lui le nostre linee etiche e morali, altrimenti potremmo ritenere accettabile, ad esempio, che individui umani in stato vegetativo o con disabilità cognitive dovrebbero essere esclusi per gli stessi motivi.

Oltre a questo, pensare che la libertà umana possa prescindere dalla libertà delle altre specie e dei meccanismi naturali è una delle forme più palesi e velenose di un antropocentrismo che esclude il resto del vivente dai meccanismi di vita umana, anche e soprattutto da quelli sociali e morali. È una forma di segregazione che non porterà mai a nessuna vera liberazione e ci condannerà a un futuro in cui saremo sempre in lotta con una parte di noi: la natura e il nostro essere animali.

La coerenza come bussola, la scelta come responsabilità

L’autore concede, verso la fine, che sia «lecito e possibile — pur senza dichiararsi antispecisti — lottare contro gli allevamenti intensivi, contestare la sperimentazione sugli animali, assumere stili di vita improntati alla compassione». È una concessione generosa. Ed è anche il segnale che qualcosa, nel ragionamento, non torna.

Se riconosco che gli allevamenti intensivi siano sbagliati, devo chiedermi perché. Se la risposta è “perché producono sofferenza inutile”, allora ho già adottato il principio centrale dell’antispecismo: che non sono indifferente alla sofferenza degli animali perché questa ha rilevanza morale e il nostro interesse alla comodità alimentare non la giustifica automaticamente. A quel punto, la questione non è se essere antispecisti in astratto, ma se essere coerenti in concreto.

La coerenza è la misura più onesta di un sistema di valori ed è un lavoro costante da fare su se stessi. Non è onesto né utile invocare la critica al capitalismo mentre si finanzia volontariamente una delle industrie più devastanti. Non si può professare un «umanesimo non antropocentrico» e poi escludere sistematicamente gli interessi degli animali da ogni considerazione etica e pratica quando questa collide con delle abitudini a cui non si vuole rinunciare.

L’antispecismo non chiede perfezione. Chiede consapevolezza, così come ogni altra filosofia che mira a far cessare delle ingiustizie. Chiede di smettere di fingere che la sofferenza inflitta ogni giorno a miliardi di esseri senzienti, sia una conseguenza inevitabile della nostra natura, piuttosto che il risultato di scelte culturali che possiamo rivedere.

Piuttosto che fare appello a quel pensatore, fare riferimento a quella filosofia, affidarsi ai risultati di quella ricerca scientifica, forse serve fare appello all’umana empatia e tornare a sentire. Nessuno nasce razzista ma molti lo diventano grazie a una certa cultura, a una propaganda mirata con scopi precisi. Ebbene nessuno nasce specista; eppure, tutti lo diventiamo perché esposti a una propaganda molto simile. Chiunque posto nella condizione di scegliere se nuocere o non nuocere, sceglierebbe di non farlo. Ad esempio, chiunque al volante di un auto si trovasse davanti a un riccio sulla strada, cercherebbe di evitarlo. Se qualcuno non lo facesse, anzi, lo puntasse investendolo volontariamente, cosa penseremmo di lui, della sua morale, della sua complessità cognitiva?

La risposta è evidente, ma se parliamo di abitudini alimentari, allora scatta “qualcosa” che annebbia tutte le nostre peculiarità, esattamente come capita per tutte le altre discriminazioni; trovandoci a negare che schiacciare quel riccio sia un abuso; facendo passare l’idea che evitarlo sia qualcosa che non riguarda la nostra sfera morale ed etica; arrivando a difendere le azioni con le quali causiamo morte, sofferenza, con le quali consumiamo la terra e la inquiniamo. Paradossalmente anche in un contesto anarchico.

Tutti noi nasciamo in un mondo capitalista, nazionalista, sessista e razzista. L’anarchico ha visto al di là della propaganda che vuole normalizzare quegli orrori e ha fatto la scelta di abbatterli, prima dentro di sé e poi fuori, rinunciando anche al privilegio che un certo tipo di mondo concede ad alcuni. L’antispecista ha fatto lo stesso. È lo stesso percorso di decostruzione col quale un individuo smette di accettare che un altro essere vivente sia sfruttato e ucciso per conservare il proprio privilegio. Che questa forma di privilegio a svantaggio di altri individui sia ignorata o persino giustificata in un contesto anarchico suona paradossale e profondamente anacronistico.

Credo sia importante chiederci costantemente che tipo di anarchia vogliamo, rappresentiamo e costruiamo. Qui ci stiamo chiedendo: vogliamo davvero un’anarchia che ignori o addirittura giustifichi la sofferenza di un essere vivente capace di soffrire?

Massimo Geloni

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